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| 05 luglio | 15:37

Sudan, stupri di massa e milioni di rifugiati nella guerra 'dimenticata': "Dagli Emirati all'Egitto fino all'Etiopia, gli interessi dietro al conflitto e una pace sempre più lontana"

Dietro alla guerra in Sudan, spiega a il Dolomiti Mario Raffaelli - già sottosegretario agli Affari esteri, invitato speciale del governo italiano nel Corno d'Africa - si muove un complesso intreccio di interessi contrapposti nell'intera regione: "Se non si affronta seriamente questo più ampio sistema di instabilità, parlare di pace nel Paese sembra purtroppo impossibile"

Foto: UN Women/Ekram Hamad Fadlalla
Foto: UN Women/Ekram Hamad Fadlalla

TRENTO. Da un lato l'emergenza umanitaria – in tutte le sue drammatiche sfaccettature – dall'altro un contesto regionale – e non solo – di interessi contrapposti, che rende sempre più complicato immaginare una strada per porre fine alle violenze

 

Al centro, da ormai più di tre anni, un Paese, il Sudan, devastato da una guerra che ha causato decine di migliaia di morti – le stime riportate negli ultimi mesi vanno da oltre 60mila a centinaia di migliaia di vittimemilioni di rifugiati – sia interni che esterni, anche qui le stime sono varie e vanno da 12 a 14 milioni – e quasi 20 milioni di persone che soffrono una grave insicurezza alimentare

 

A tutto questo, come confermato la scorsa settimana in un report delle Nazioni Unite, va aggiunto un continuo – e brutale – ricorso alla violenza sessuale come strumento di guerra per “terrorizzare e traumatizzare” la popolazione civile

 

Nel frattempo sul terreno lo scontro tra le forze regolari sudanesi – guidate dal generale Abdel Fattah Al-Burhan, che mantiene l'autorità sulla porzione orientale del Paese – e le Rapid support forces (Rsf) – le milizie guidate da Mohamed Hamdan Dagalo, meglio conosciuto come Hemedti e già a capo della famigerate forze janjaweed – continua senza che nessuna delle due parti riesca a prevalere sull'altra

 

“Proprio per questo – dice a il Dolomiti Mario Raffaelli, già sottosegretario agli Affari esteri, invitato speciale del governo italiano nel Corno d'Africa e grande conoscitore delle dinamiche dell'area – sarebbe necessaria una soluzione diplomatica che coinvolga i maggiori attori della zona: dietro la guerra in Sudan si combatte però un conflitto ben più ampio, che coinvolge tanto i Paesi del Corno d'Africa quanto le ricche economie del Golfo”. 

 

Ma procediamo con ordine. 

 

Il Paese, innanzitutto, rimane attualmente diviso in due porzioni: quella orientale, guidata dal governo di Al Burhan con sede a Port Sudan, e quella occidentale, guidata dal governo istituito la scorsa estate da Hemedti a Nyala, nel Darfur meridionale. Le radici dello scontro risalgono alla caduta del generale e presidente sudanese Omar Al-Bashir, nel 2019, dopo 30 anni consecutivi alla guida del Paese. Al-Burhan ed Hemedti avevano governato assieme all'interno di un Consiglio sovrano misto, civile e militare, salvo poi orchestrare, nell'ottobre 2021, un nuovo golpe per estromettere il premier civile Abdalla Hamdok. L'anno successivo tra i due generali si aprì una frattura crescente, legata al piano di integrazione all'interno dell'esercito regolare sudanese delle Rsf, sfociata nel conflitto civile scoppiato il 15 aprile 2023

 

“E oggi – continua Raffaelli – a oltre tre anni dall'inizio del conflitto la situazione, sul fronte militare, è sostanzialmente di stallo. Negli ultimi mesi le Rsf hanno perso la capitale, Khartoum, riconquistata dalle forze governative, dopo aver conquistato El-Fasher, consolidando il loro controllo sulla regione del Darfur”. Il teatro principale dello scontro in questa fase è la regione del Kordofan, nella porzione centro-meridionale del Sudan

 

“Gli sforzi delle milizie di Hemedti – spiega ancora l'esperto – si stanno concentrando in questi giorni attorno ad El Obeid, la capitale del Kordofan settentrionale. Il timore, da questo punto di vista, è che si ripresenti una situazione analoga a quanto osservato a El-Fasher, nel Darfur, dove l'assedio e poi l'ingresso delle Rsf avrebbe causato secondo alcune fonti decine di migliaia di morti”. Presa El Obeid, i miliziani riconquisterebbero un avamposto fondamentale per tentare nuovamente di portarsi verso Khartoum: in questa fase, però, dice Raffaelli, il contesto militare non sembra essere sul punto di un cambio definitivo della situazione sul terreno

 

E con il proseguire degli scontri, inevitabilmente, prosegue anche la crisi umanitaria – già definita dall'Onu la più grave attualmente a livello mondiale. Le Nazioni Unite, come anticipato, hanno pubblicato la scorsa settimana un report legato all'utilizzo delle violenze sessuali come arma di guerra nel contesto della guerra civile. Nei primi tre anni del conflitto – dal 15 aprile 2025 al 15 aprile 2026 – secondo quanto ricostruito dall'Ufficio dell'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani, almeno 838 vittime (la stragrande maggioranza delle quali donne e ragazze) sono state accertate, ma il numero non rappresenta che la “punta dell'iceberg” di una situazione ampiamente diffusa

 

“La grave e persistente sottostima dei casi – si legge infatti nel report – insieme alle difficoltà di verifica, continua a limitare la capacità di documentare l'effettiva portata e la reale entità della violenza sessuale. Tra le principali cause figurano lo stigma, l'insicurezza, la carenza di servizi sanitari e di meccanismi di protezione, le interruzioni delle reti internet e di telecomunicazione, il timore di ritorsioni e la sfiducia nei confronti del sistema giudiziario, spesso non funzionante”. 

 

La maggior parte dei casi verificati è attribuita a uomini con uniformi delle Rapid support forces o di altre milizie arabe. Violenze sono state attribuite però anche all'esercito regolare sudanese e alle forze di sicurezza affiliate. Il rapporto documenta casi di stupro e stupro di gruppo, schiavitù sessuale, matrimoni forzati, prostituzione forzata, tortura sessuale e tratta di esseri umani finalizzata allo sfruttamento sessuale. Sono stati inoltre individuati schemi ricorrenti, tra i quali l'uso della violenza sessuale per controllare gli spostamenti della popolazione, rapimenti collegati alla violenza sessuale, schiavitù sessuale e violenze commesse durante la detenzione.

 

La tragedia umanitaria e la violenza contro la popolazione civile rappresenta il volto più drammatico del conflitto, ma non basta a spiegarne la durata. Per farlo occorre allargare lo sguardo e analizzare il complesso intreccio di interessi regionali e internazionali che ruota attorno al Sudan

 

“Nessuno degli attori che potrebbero giocare un ruolo di peso nella risoluzione del conflitto – dice infatti Raffaelli – è in questa fase interessato a farlo. La guerra in Sudan, in altre parole, fa ormai parte del grande sistema di insicurezza regionale che è diventato il Corno d'Africa”. La divisione tra le forze contrapposte militarmente in Sudan si riflette, innanzitutto, in due dei più importanti Paesi vicini: Egitto ed Etiopia

 

El Cairo e Addis Abeba – spiega l'ex sottosegretario agli esteri – sono da tempo contrapposte da un enorme progetto infrastrutturale: la cosiddetta 'Renaissance Dam', la diga costruita dall'Etiopia lungo il corso del Nilo. Sia l'Egitto, per il quale l'acqua del Nilo rappresenta una questione di sicurezza e sopravvivenza nazionale, che, sul fronte sudanese, Al-Burhan, hanno criticato duramente il progetto. Il premier etiope Abiy Ahmed ha invece sempre considerato il progetto centrale nello sviluppo del Paese, sia per coprire il fabbisogno energetico interno che per poter esportare energia”. 

 

E il conflitto diplomatico e politico tra i due Paesi trova una sua dimensione violenta proprio in Sudan: se da una parte, infatti, l'Egitto appoggia l'esercito regolare sudanese – secondo diversi report non solo a livello politico, ma anche militare –, dall'altra le Rapid support forces possono contare anche sul sostegno di Addis Abeba – che secondo Reuters avrebbe realizzato un campo di addestramento segreto per formare migliaia di combattenti sul proprio territorio

 

“Per l'Etiopia però entrano in gioco anche altri interessi – spiega ancora Raffaelli – innanzitutto legati alla necessità di tornare ad avere uno sbocco sul mare, precluso dopo l'indipendenza dell'Eritrea nel '93. In questo contesto Asmara, nonostante quanto inizialmente stabilito prima del referendum per garantire ad Addis Abeba l'accesso a un porto sul Mar Rosso, si guarda bene dal concedere al governo etiope una presenza sulla sua costa: una questione che, però, per l'Etiopia, un Paese da oltre 130 milioni di persone che ogni anno paga oltre 1 miliardo e mezzo di dollari a Djibouti per l'accesso al mare, rappresenta un fattore di sopravvivenza nazionale”. 

 

Non a caso, infatti, l'Eritrea figura secondo diverse fonti tra le realtà della regione più vicine alle forze regolari sudanesi – insieme all'Egitto. A complicare ulteriormente il quadro, però, è il ruolo giocato nell'area dalle monarchie del Golfo – in particolare gli ex alleati Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita.

 

“Alla base della rivalità – spiega Raffaelli – c'è la volontà di espandere la propria influenza nella regione da parte di entrambi i Paesi, oltre che la possibilità di mettere le mani sulle riserve d'oro sudanesi. Abu Dhabi rifornisce di droni e armamenti le Rsf attraverso il Ciad e i territori libici controllati dal generale Haftar. Ryad, al contrario, appoggia l'esercito regolare, come anche la Turchia tra l'altro, in ottica di contrasto agli Emirati e per espandere la propria influenza nel Mar Rosso, sempre di più uno dei choke-point più strategici a livello internazionale”. Il complicato intreccio degli interessi nell'area del Corno d'Africa coinvolge infine anche Somalia e Somaliland – un'area formalmente parte della Somalia ma che, fin dagli anni '90, vive una forma di auto-governo dopo una dichiarazione di indipendenza

 

“Negli scorsi mesi Israele è stato il primo, nonché l'unico, Stato a riconoscere formalmente il Somaliland a livello internazionale – dice l'ex sottosegretario agli esteri – con l'obiettivo di assicurarsi un ulteriore accesso al Mar Rosso, soprattutto in un'area particolarmente strategica come quella di Bab el-Mandeb. Gli stessi Emirati Arabi Uniti (che, al contrario dell'Arabia Saudita, hanno firmato i Patti di Abramo per il riconoscimento dello Stato di Israele) hanno da tempo forti interessi nella zona. Nella partita si inserisce poi anche l'Etiopia, fortemente interessata a sua volta alla possibilità di ottenere un accesso al mare proprio in Somaliland”. 

 

Alla già complicata situazione riportata si dovrebbero aggiungere una serie di ulteriori questioni: a partire dagli interessi degli attori in gioco legati alle riserve d'oro sudanesi – la maggior voce per quanto riguarda le esportazioni del Paese – fino al ruolo ambiguo della Russia e ai tentativi diplomatici portati avanti – con scarso successo – da Stati Uniti e Unione Europea

 

Quel che è chiaro però, conclude Raffaelli, è che di fronte a questo complicato sistema di instabilità internazionale: “Parlare di un processo di pace oggi in Sudan è, purtroppo, parlare del nulla. O si intavola una discussione diplomatica che affronti questo intreccio nella sua complessità oppure, come si è visto negli scorsi anni, il massimo che si potrà ottenere saranno alcuni limitati cessate il fuoco: un contenimento, dunque, piuttosto che una risoluzione del conflitto. E di fronte a tutto questo, come anche di fronte alle centinaia di migliaia di morti registrati nel corso del conflitto tra il governo federale etiope e il Fronte popolare di liberazione del Tigrè negli scorsi anni, l'attenzione a livello internazionale è stata bassissima. Né la tragedia umanitaria sudanese, né i rischi futuri per la regione hanno visto una mobilitazione mediatica, politica e sociale minimamente paragonabile a quella di altri scenari di crisi, come per esempio il conflitto israelo-palestinese. Eppure in tutto il Corno d'Africa la situazione si sta facendo sempre più grave, e non si vedono all'orizzonte scenari di risoluzione". 

 

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