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| 29 ott 2025 | 20:40

Oltre 150mila morti e 14 milioni di sfollati, in Sudan è una catastrofe. I miliziani prendono Al-Fashir, l'analisi: ''Rischio escalation nel conflitto etnico in Darfur''

La presa di Al-Fashir da parte dei miliziani delle Rapid support forces potrebbe rappresentare una svolta nella sanguinosa guerra civile in Sudan (che ha già causato oltre 150mila morte e milioni di sfollati). L'analisi di Raffaelli: "Non sono convinto che la partizione sia destinata a durare nel medio termine: da una parte il successo ad Al-Fashir libera forze delle Rsf per procedere con azioni militari in altre aree del Paese, nel Kordofan del Nord per esempio. Ma non è esclusa una contro-offensiva di al-Burhan"

Famiglie che sono fuggite da Al-Fashir cercano rifugio in un campo per sfollati (foto UNICEF/Mohammed Jamal)
Famiglie che sono fuggite da Al-Fashir cercano rifugio in un campo per sfollati (foto UNICEF/Mohammed Jamal)

TRENTO. La sanguinosa guerra civile che dall'aprile 2023 si sta combattendo in Sudan – e che vede contrapposti l'esercito regolare ed il gruppo paramilitare delle Rapid support forces – ha raggiunto negli scorsi giorni una svolta che potrebbe consolidare una partizione che, de facto, vede divise le aree occidentali e orientali del Paese.

 

I miliziani delle Rsf – guidate dal generale Mohamed Hamdan Dagalo, meglio conosciuto come Hemedti e già a capo delle famigerate forze janjaweed, responsabili della morte di centinaia di migliaia di persone tra la popolazione non araba in Darfur nei primi anni 2000 – hanno infatti preso il controllo di Al-Fashir, l'ultima 'roccaforte' in mano all'esercito regolare nel Darfur.

 

La presa di Al-Fashir da parte delle Rsf, arrivata dopo un lungo assedio di circa un anno e mezzo che ha innescato una grave crisi sul fronte umanitario per gli oltre 250mila abitanti della città, permette di fatto ad Hemedti di rivendicare il controllo sull'intero Darfur – oltre che su parte del Kordofan – mentre le forze governative mantengono l'autorità sulla parte orientale del Paese, con sbocco sul mar Rosso.

 

Al netto delle ennesime richieste di cessate il fuoco arrivate dalle Nazioni Unite (oltre che dall'Unione Europea), a questo punto tra i possibili scenari futuri per il Paese sembra farsi più probabile una sempre più netta divisione del territorio in due governi paralleli: quello di Nyala, istituito ad agosto nella capitale del Darfur meridionale da Hemedti, e quello di Port Sudan, la città sulle sponde del Mar Rosso sede del governo di Abdel Fattah al-Burhan, a capo dell'esercito regolare.

 

Una situazione che ricorderebbe da vicino quella della Libia – divisa dopo la guerra civile tra la porzione orientale, sotto il controllo del generale Haftar, e quella occidentale in mano al governo di Tripoli del primo ministro Abdul Hamid Dbeibah – mentre le stesse Nazioni Unite hanno riportato gravi segnalazioni di atrocità, comprese esecuzioni di massa, perpetrate dalle Rapid support forces sia a Al-Fashir che a Bara, una città di cui hanno recentemente preso il controllo nel Nord Kordofan.

 

Il tutto mentre sullo sfondo l'emergenza umanitaria nel Paese dove si contano già oltre 150mila morti causati dal conflitto e 14 milioni di sfollati – sembra destinata ad aggravarsi.

 

“Di certo – dice a il Dolomiti Mario Raffaelli, già sottosegretario agli Affari esteri, inviato speciale del governo italiano nel Corno d'Africa oltre che, tra le altre cose, presidente di Amref – siamo di fronte a una svolta nella guerra. Al-Fashir era una roccaforte difesa da tempo dall'esercito regolare, sede della VI brigata di fanteria dell'esercito e la sua conquista consente alle Rsf di controllare ormai praticamente tutto il Darfur”.

 

Una partizione di fatto che potrebbe spingere, come anticipato, le milizie guidate da Hemedti a ragionare sempre di più anche in termini di autorità formale sul territorio controllato: “Ovviamente è difficile prevedere il futuro in una situazione così fluida sul campo. Personalmente non sono però convinto che la partizione sia destinata a durare nel medio termine: da una parte il successo ad Al-Fashir libera forze delle Rsf per procedere con azioni militari in altre aree del Paese, nel Kordofan del Nord per esempio. Ma non è esclusa una contro-offensiva di al-Burhan: i molti scontri avvenuti nel corso del conflitto per la presa della capitale, Khartoum, ne sono un esempio”.

 

Proprio nelle scorse settimane Stati Uniti, Egitto, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti avevano presentato un piano congiunto per arrivare ad un cessate al fuoco in Sudan, prima che la situazione precipitasse nuovamente ad Al-Fashir: “Ora gli sforzi diplomatici – continua Raffaelli – sono ovviamente molto più complicati, ma in assenza di una benché minima conciliazione tra le parti l'unica strada possibile per fermare lo spargimento di sangue rimane questa. In particolare è necessario esercitare pressione sugli attori regionali che, a vario titolo, partecipano nel conflitto”.

 

Oltre al ruolo della Russia infatti – prima vicina alle Forze di supporto rapido e il cui appoggio secondo alcuni analisti sembra si stia in questa fase spostando verso il governo di al-Burhan – e della Turchia – che appoggia entrambe le fazioni tramite la vendita di armi – come spiega Raffaelli i due schieramenti sono sostenuti in particolare da Egitto, per il governo di Port Sudan, e dagli Emirati Arabi Uniti, per quello di Nyala.

 

“Tutti gli attori esterni che partecipano in varie modalità al conflitto – spiega – sono interessati da una parte allo sfruttamento delle riserve aurifere del Paese e dall'altro in una partita geopolitica che da tempo vede il Corno d'Africa al centro degli interessi dei principali attori regionali, sempre più protagonisti dopo il progressivo disimpegno Usa e Ue nell'area. In ogni caso è paradossale che la nuova offensiva sia arrivata proprio durante le discussioni che avrebbero dovuto portare a una tregua umanitaria: a quanto pare l'offensiva finale ad Al-Fashir sarebbe stata favorita proprio da un ulteriore supporto militare arrivato dagli Emirati Arabi Uniti alle Rsf, che avrebbero fornito in particolare droni, artiglieria e dotazioni anti-aerea”.

 

Come anticipato, le preoccupazioni maggiori in questa fase sono però sul fronte umanitario: “Parliamo già oggi di oltre 150mila morti e fino a 14 milioni di sfollati: la priorità ora deve essere la questione umanitaria. Il timore dopo la presa di Al-Fashir è di un'ulteriore escalation nel conflitto etnico che, in Darfur, aveva già preso di mira circa 20 anni fa in particolare le comunità di etnie africane (come i Fur, i Masalit e gli Zhagawa) che abitano l'area”. Le Rapid support forces rappresentano infatti quelle stesse milizie – oggi “ampliatedall'ingresso di altri attori – che, con l'approvazione del governo, avevano materialmente eseguito la carneficina costata la vita a centinaia di migliaia di persone a partire dal 2003 in Darfur.

 

Come riportato da il Post, dalla zona di Al-Fashir stanno arrivando in questi giorni video che mostrano le uccisioni su base etnica perpetrate dalle Rapid support forces. I miliziani delle Rsf colpiscono, come accaduto 20 anni fa, le etnie sudanesi considerate “inferiori”, pubblicando online i video dei loro crimini di guerra.

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