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| 06 aprile | 06:00

Geopolitica lunare, Artemis e la nuova corsa allo spazio Usa-Cina. Battiston: "Oggi vince chi riesce a rimanere sulla Luna. Il futuro? Le risorse negli asteroidi tra Marte e Giove"

L'analisi dell'ex presidente dell'Asi dopo il lancio di Artemis II: "Oltre all'aspetto simbolico, questa nuova competizione spaziale potrebbe avere nei prossimi decenni risvolti strategici di primo piano. Chi si insedierà per primo sul suolo lunare avrà un vantaggio competitivo"

Foto Nasa: la Terra vista dalla capsula Orion in viaggio verso la Luna
Foto Nasa: la Terra vista dalla capsula Orion in viaggio verso la Luna

TRENTO. Oltre la meraviglia per il lancio; oltre l'emozione e la mitologia che, inevitabilmente, stanno circondando il nuovo viaggio verso il nostro satellite naturale – pur senza l'obiettivo, ad oggi, di toccarne il suolo. Oltre il racconto, insomma, nel guardare alla missione Artemis II – partita il 1 aprile con quattro astronauti a bordo della capsula Orion della Nasa per una rotta circumlunare – rimane la nuda geopolitica che circonda la nuova “corsa” alla Luna tra Stati Uniti e Cina e che, spiega a il Dolomiti l'ex presidente dell'Agenzia Spaziale Italiana Roberto Battiston, presenta oggi un premio ambizioso: riuscire a garantire, per primi, una permanenza stabile sul suolo lunare.

 

Il tutto con il duplice obiettivo di strutturare innanzitutto le reti di navigazione e comunicazione sul satellite, permettendo così, in un futuro non troppo lontano, di utilizzare la Luna come una vera e propria stazione intermedia verso altre destinazioni extra-terrestri – alla ricerca, tra le altre cose, di risorse sempre più importanti e sempre più scarse sul nostro pianeta.

 

È in questa architettura strategica, dice Battiston, che va inserita tanto Artemis II – e le missioni che seguiranno nei prossimi anni – quanto la recente decisione della Nasa di operare cambiamenti radicali in merito agli obiettivi dell'intero programma, cancellando i piani per la realizzazione di una Stazione lunare – il cosiddetto “Lunar Gateway”, ne avevamo parlato approfondendo le attività di Qascom, realtà bassanese tra le più innovative nell'ambito della space economy italiana – per puntare invece alla realizzazione di una base da 20 miliardi di dollari direttamente sulla superficie lunare.

 

Decisione che apre, tra l'altro, a un futuro incerto per i relativi piani delle agenzie spaziali giapponese, canadese ed europea – con il sistema italiano in primis –, che proprio nell'ambito del programma Artemis si erano impegnate a fornire componentistica chiave per la stazione orbitale. L'orizzonte temporale di riferimento, però, è primario: “Per gli americani – dice Battiston, professore ordinario di Fisica sperimentale e tra i più importanti divulgatori italiani sul tema – la priorità è tornare sulla Luna, e rimanerci, prima che lo facciano gli astronauti cinesi attorno alla fine del decennio”.

 

Rispetto alla precedente corsa allo spazio, quella che nel corso della Guerra Fredda aveva visti contrapposti Stati Uniti e Unione Sovietica, gli obiettivi e le condizioni di partenza sono però oggi molto diverse, aggiunge il professore.

 

“Negli anni '60 gli Stati Uniti hanno sostenuto uno sforzo straordinario nel recuperare il gap inizialmente accumulato con l'Urss. Si è trattato di una sfida tecnologica all'avanguardia, i cui impatti hanno riverberato a catena lungo i settori produttivi più disparati. A vincerla fu Washington, ma l'obiettivo era chiaramente simbolico: una volta messo ripetutamente piede sulla Luna nell'ambito delle missioni Apollo, la spinta del programma si è esaurita. Oggi gli Stati Uniti si trovano, innanzitutto, di fronte un Paese in crescita, la Cina, e non in sostanziale stagnazione economica come l'Urss dell'epoca. E Pechino ha dimostrato di saper ottenere i risultati prefissati dal suo programma spaziale: ha effettuato missioni robotiche sul lato nascosto della Luna, ha portato un rover su Marte”.

 

Come anticipato però, la grande differenza sta poi nella posta in palio: “Oltre all'aspetto simbolico – aggiunge Battiston – questa nuova competizione spaziale potrebbe avere nei prossimi decenni risvolti strategici di primo piano. Chi si insedierà per primo sul suolo lunare avrà un vantaggio competitivo nella definizione degli standard di riferimento, nella realizzazione di sistemi complessi, ma fondamentali, come il corrispettivo lunare del Gps o la struttura energetico-nucleare necessaria a sostenere la vita umana sul satellite. Ancora più importante è poi il ruolo della Luna come asset fondamentale per i viaggi verso destinazioni extra-terrestri: vista la massa del satellite, e la conseguente inferiore accelerazione gravitazionale rispetto alla Terra, si atterra e si riparte con minor difficoltà, con una riduzione del peso a circa un sesto dell'equivalente sul nostro pianeta”.

 

Quali, però, le possibili destinazioni di interesse? Al momento, ovviamente, si tratta di una prospettiva puramente teorica, ma sono diverse le suggestioni che già oggi influenzano in parte la riflessione strategica. “Si parla spesso di Marte – spiega l'esperto – ma il vero 'bottino' potrebbe essere nella cosiddetta 'fascia principale', la fascia di asteroidi situata tra le orbite di Marte e Giove. Si tratta di un ammasso di milioni di frammenti rocciosi, molti dei quali contengono grandi quantità di materiali preziosi, minerali e metalli presenti anche sulla Terra”.

 

Per inquadrare il contesto è però necessario allargare lo sguardo: la 'fascia principale' è in sostanza costituita da asteroidi formatisi agli albori del Sistema solare, contenendo quindi al loro interno praticamente gli stessi materiali che si possono trovare nei vari pianeti rocciosi del nostro sistemaMercurio, Marte, Terra e Venere. “Quando guardiamo ai vari pianeti però – spiega Battiston – i metalli in particolare, materiali che tendono per loro natura ad avere una densità elevata, sono confluiti per la stragrande maggior parte verso il centro dei corpi celesti. Se prendiamo in considerazione la Terra, la presenza per esempio di ferro in superficie è residuale rispetto alle quantità che si troverebbero vicino al nucleo del pianeta. E lo stesso ragionamento vale per gli altri metalli, compresi ovviamente quelli considerati oggi strategici per le industrie più avanzate”.

 

Dall'oro al rame, dal ferro al tungsteno, le quantità relativamente piccole di metalli che ogni anno si estraggono dalla superficie terrestre, sottolinea il professore: “Sono raggruppate nei cosiddetti 'filoni' minerali, originati proprio dall'impatto di asteroidi sulla Terra, in una fase in cui la superficie del nostro pianeta era abbastanza 'fredda' e 'solida' da evitarne lo sprofondamento verso il centro di gravità. In altre parole, nel centro della Terra oggi ci sono quantità enormi di metalli, che però sono irraggiungibili. Poter sfruttare le risorse presenti nella 'fascia principale' oggi è impossibile, ma nel giro di 30, 40 o 50 anni la situazione potrebbe verosimilmente cambiare: pensiamo a cosa vorrebbe dire poter mettere le mani su un asteroide equivalente a quello che, miliardi di anni fa, ha originato il filone aurifero che alimenta le miniere sudafricane”.

 

Anche riportando lo sguardo sul presente però, i vantaggi nel vincere la gara alla permanenza lunare, aggiunge Battiston, sono evidenti: “Fermo restando che i trattati attuali proibiscono di impossessarsi della Luna, chi riuscirà a stabilirsi per primo sul suolo del satellite potrà godere di una priorità operativa e della possibilità di fissare standard de facto, introducendo servizi, infrastrutture telecomunicative, modalità gestionali. Vuol dire, in altre parole, poter influenzare ogni aspetto della permanenza umana sul satellite. Per Washington in definitiva è fondamentale che la Luna 'non parli cinese'”.

 

In ogni caso però, conclude Battiston, nell'equazione vanno inserite le incognite sul fronte tecnologico del tentativo di accelerazione al programma tentato dalla Nasa: “Rinunciare alla Lunar Gateway vuol dire incorrere in costi più alti, rinunciando tra l'altro a una componente essenziale nella sfida alle bassissime temperature della notte lunare ad esempio. A quanto pare si punterà su una presenza umana ridotta in favore di sistemi robotici, ma al momento la strategia della Nasa non è del tutto chiara. Non stupirebbe tra l'altro vedere tra qualche anno un'ulteriore correzione di rotta. Di sicuro, allo stato attuale gli eventuali sistemi operativi necessari sono ancora in evoluzione. Per quanto riguarda in particolare il nostro Paese, Thales Alenia Space era fortemente impegnata nella realizzazione dei moduli che sarebbero stati utilizzati sulla Stazione Spaziale Lunare, e ora sarà necessario ripensarne lo sviluppo, per adattare i moduli stessi a un utilizzo sulla superficie.

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