Oltre il mondo liberale, Saxer (Fes): “La Pax Americana è finita, ci aspetta un ordine multipolare e instabile. Hormuz come Suez: i segni del declino imperiale”
Dalla fine della Pax Americana alle 'correnti' di pensiero interne agli Stati Uniti, dal nuovo sistema multipolare al concetto di realismo trasformativo: la visione di Marc Saxer - coordinatore regionale per l'Asia-Pacifico della Fondazione Friedrich Ebert - oltre il mondo liberale

TRENTO. L'instabilità come cifra permanente delle relazioni internazionali, l'emergere di nuovi conflitti – e l'inasprirsi di vecchi. Il preponderante ritorno della violenza, e di una retorica di violenza, nel dibattito pubblico occidentale, in particolare europeo – una “novità” tutta nostra: nel resto del mondo non se n'era mai andata. Il riarmo, la crisi energetica – meglio: le crisi energetiche – con tutto il peso delle loro conseguenze economiche e politiche.
L'accelerazione del processo di disgregamento che l'ordine internazionale liberale, a guida americana, sembra aver intrapreso sta progressivamente trasformando l'eccezionale normalità costruita negli ultimi decenni nel mondo occidentale – in Europa in primis –, delineando nuove sfide di portata globale e imponendo ai policymakers nuovi paradigmi per affrontarle.
Proprio nel solco di questo cambiamento sistemico si inserisce il lavoro di Marc Saxer, analista politico, scrittore e coordinatore regionale per l'Asia-Pacifico della Fondazione Friedrich Ebert – uno dei più importanti think tank politici in Germania e legato alla socialdemocrazia tedesca. Il Dolomiti lo ha raggiunto per un'intervista a 360 gradi sui grandi cambiamenti in atto nello scacchiere internazionale, riassunti e analizzati dall'esperto nel suo ultimo volume – Geopolitical Conflict in the Wolf World: Great Power Competition and the Illiberal Revolt against the Liberal Order – in uscita nelle prossime settimane. Cambiamenti che lo stesso Saxer interpreta in definitiva attraverso le lenti di un approccio strategico innovativo – il “realismo trasformativo” – e che riguardano direttamente tanto Washington quanto Bruxelles.
E oggi il punto di partenza, dice l'esperto, non può che essere uno: la fine della cosiddetta Pax Americana.
Pax Americana
“Dipende ovviamente da come vogliamo definirla – dice –. Personalmente però, io credo si possa dire che oggi è effettivamente terminata e ci sono due interessanti fattori a testimoniarlo. Il primo è il numero di conflitti che si registrano in tutto il mondo; compresi quelli tra grandi potenze”. Una valutazione confermata dagli esperti del Sipri, che confermano come, a partire in particolare dal 2021, si osservi “il ritorno di guerre inter-statali su vasta scala in Europa e di aggressioni militari transfrontaliere da parte di Stati in Medio Oriente”.
Un trend che sottende inevitabilmente una profonda pressione su quel sistema liberale che la cosiddetta “Pax Americana” ha contribuito a reggere dalla fine della Seconda guerra mondiale.
“Molti – continua Saxer – sono scettici in merito all'idea dell'esistenza stessa di un ordine liberale: la fase unipolare a guida americana ha però certamente avuto un effetto limitante sul fronte dei conflitti internazionali”. Effetto che, evidentemente, oggi non si registra più, mentre gli stessi Stati Uniti si dimostrano sempre più pronti a rinunciare al rispetto di quelle stesse regole che avevano grandemente contribuito a delineare.
“Proprio il ruolo che oggi gioca Washington sul piano internazionale – continua l'esperto – è il secondo fattore da tenere in considerazione: l'idea di una 'Pax Americana' si basa sull'esistenza di un egemone in qualche modo benigno, che garantisce una serie di beni pubblici a livello globale, dalla sicurezza delle rotte marittime commerciali all'ordine commerciale e finanziario. L'Amministrazione Trump ha nettamente allontanato gli Stati Uniti da questa rappresentazione: è questo infatti il messaggio che traspare tanto dalla guerra commerciale quanto dall'incapacità di garantire l'apertura dello stretto di Hormuz. L'egemone liberale ha sostanzialmente dichiarato obsoleto l'ordine liberale che ha fondato e mantenuto per decenni”.
Iran
Entrando più nel dettaglio, continua Saxer, l'attuale crisi in Iran potrebbe, in futuro, essere interpretata dagli storici come un vero e proprio punto di rottura: “Molti storici concordano sull'individuare nella Crisi di Suez, nel 1956, il momento definitivo nel collasso dell'Impero Britannico. L'incapacità di imporsi di Londra nella gestione di uno strozzamento chiave nel sistema economico ed energetico globale testimoniò un definitivo spostamento nei rapporti di forza sullo scacchiere internazionale. Pur con le dovute differenze, il paragone con quanto sta avvenendo oggi nello stretto di Hormuz è per certi versi sorprendente: l'impero americano oggi non è più in grado di mantenere aperta una rotta marittima così importante, uno degli snodi centrali del mercato energetico globale”.
Tre fronti: sovra-estensione
Impero che, continua l'analista, si trova oggi in una fase di sovra-estensione, nel gestire tre sfide regionali di primaria importanza in simultanea: “Quella russa in Europa, quella iraniana in Medio Oriente, quella cinese in Asia. In questo senso lo sforzo per Washington è oggi enorme: si tratta di una sfida alla sua intera architettura imperiale. Un piccolo esempio è rappresentato dalla mancanza di missili per i sistemi di difesa americani, con le autorità militari che hanno dovuto richiedere forniture già stanziate in Giappone e Corea del Sud. Una difficoltà analoga si osserva poi anche sul piano finanziario: il debito pubblico americano si sta rapidamente portando verso la soglia dei 39mila miliardi di dollari, il tutto mentre la base politica che afferisce al movimento Maga, l'America First, si dimostra sempre più frustrata nei confronti delle nuove iniziative militari intraprese dalla Casa Bianca. Stiamo osservando tutto questo 'in diretta' in Iran, nel Golfo Persico”.
Posizioni interne USA
D'altra parte, gli analisti americani sono ben consci di tutto ciò, dice ancora Saxer: “E il significato profondo di questa trasformazione è ampiamente dibattuto. Oggi ci troviamo di fronte a tre principali scuole di pensiero, che per chiarezza definisco primatisti (primatists), privilegiatori (prioritizers) e anti-interventisti (restrainers)”.
I primi sono gli eredi del mondo neo-con a stelle e strisce – quello, per intenderci, che all'inizio del millennio ha portato alle guerre in Afghanistan e Iraq. “Curiosamente – dice l'esperto – sono le stesse persone contro le quali Trump si era scagliato durante la sua prima campagna elettorale, nel 2016. Quelle che, diceva, avevano invischiato Washington in guerre 'stupide' senza focalizzarsi invece sul benessere dell'heartland americano. Un anno fa, all'inizio della seconda amministrazione Trump, i neo-conservatori erano stati emarginati dal tycoon: dalla fine del 2025 sono però stati protagonisti di un ritorno sorprendente. Quanto accaduto in Venezuela e Iran è conseguenza diretta di una logica 'primatista', con l'obiettivo di mantenere a tutti i costi il primato egemonico globale di Washington, ricorrendo se necessario all'idea tipicamente neo-con di regime change. Oggi osserviamo come questa idea si sia rivelata disastrosa in Iran”.
Il secondo approccio mira invece a privilegiare il più importante dei teatri di scontro a livello globale, quello con la Cina, a discapito degli altri, per evitare proprio quel rischio di sovra-estensione imperiale che oggi sembra farsi via via più concreto: “Parliamo di una posizione per certi versi 'classica' nell'establishment americano, tanto nel mondo militare quanto nell'intelligence. È la posizione tenuta dalle amministrazioni democratiche di Obama e Biden, il cosiddetto 'pivot to Asia'. Si riconoscono, in poche parole, i limiti materiali della propria possibilità di proiezione, privilegiando lo scenario considerato più importante”.
Infine, gli anti-interventisti: “Un gruppo eterogeneo – spiega Saxer – che comprende la base Maga e America First, gli isolazionisti che chiedono una maggiore attenzione verso il benessere americano, la costruzione di posti di lavoro e la ripresa dell'impianto industriale e manifatturiero statunitense. Li definisco 'restrainers' perché applicano l'idea di 'contenere' e 'limitare' il potere americano, delegando la gestione securitaria dei vari scenari internazionali agli alleati regionali in Europa, Asia e Medio Oriente”. Il focus, in questo caso, è principalmente emisferico: da qui il richiamo alla nota dottrina Monroe – che ribadisce in sostanza il primato statunitense nell'emisfero occidentale –, trasformata in “Donroe” da Trump nel ribadire i confini del parametro di sicurezza per gli Stati Uniti.
A sua volta, all'interno di questo ultimo gruppo si può individuare una corrente più massimalista – rappresentata in particolare dal vice-presidente J.D.Vance – che punta al mantenimento della posizione di forza americana nel mondo tramite, però, un netto cambiamento dei rapporti con alleati e partner: “Si inserisce in questa interpretazione l'idea di chiedere maggiori tributi (dazi) ai propri alleati, di chiedere maggiori sforzi economici ai Paesi Nato, di tentare di influenzare direttamente i risultati elettorali in Europa appoggiando movimenti e partiti illiberali, come accaduto di recente in Ungheria con Orbàn. L'obiettivo è cercare di mantenere un controllo egemonico senza doverne pagare il prezzo”.
La fine dell'ordine liberale
Per Saxer però la struttura di base sulla quale quel controllo ha poggiato per decenni, l'ordine liberale internazionale, sarebbe oggi definitivamente superato: “Le relazioni di potere sono cambiate, non c'è più una finestra d'opportunità per tornare indietro al mondo precedente. L'instabilità nel medio termine rimarrà la norma. Se ragioniamo a livello storico, l'ordine costituito dalle potenze europee ha iniziato a collassare nel 1914 con lo scoppio della Prima guerra mondiale, chiudendosi definitivamente con il crollo dell'Unione Sovietica nel 1991. Ci sono voluti quasi 80 anni, nel corso dei quali si sono verificati due conflitti mondiali, diverse altre guerre regionali, il processo di decolonizzazione e via dicendo. Oggi potremmo trovarci di fronte a una dinamica simile”.
La domanda, piuttosto, è quindi quale nuovo ordine potrà emergere? “In termini di distribuzione di potere, ci dirigiamo verso un mondo multipolare ma asimmetrico. Un sistema G2+1, nel quale alle due superpotenze (Usa e Cina) si aggiunge un junior partner, la Russia, e diverse potenze regionali-continentali come India e Unione Europea. Washington e Pechino non possono contare su una preponderanza di forza paragonabile a quella che Stati Uniti e Unione Sovietica potevano vantare nel corso della Guerra Fredda, ma il ritorno alla multipolarità non si tradurrà, temo, in un sistema più 'democratico' a livello internazionale, come diversi teorizzavano in particolare nei Paesi del Sud Globale”.
Al netto però delle dinamiche di potere che emergeranno nei prossimi anni, dice Saxer, per poter parlare di “ordine” propriamente detto è necessaria la presenza di regole, istituzioni, meccanismi: “La questione più rilevante oggi – spiega – è dunque capire cosa, del 'vecchio' sistema liberale, si riuscirà a mantenere nelle 'nuove' dinamiche globali. La buona notizia è che la maggior parte dei Paesi del mondo, Cina compresa, sembrano intenzionati a mantenere l'attuale architettura internazionale. A complicare le cose è la volontà delle potenze emergenti di cambiare quelle istituzioni che oggi, di fatto, regolano la distribuzione del potere: dal Consiglio di sicurezza dell'Onu al Fondo monetario internazionale fino alla Banca mondiale. Parliamo di espressioni concretizzate delle relazioni di potere in atto nel 1945, completamente inaccettabili per le potenze emergenti odierne”.
E in un eventuale ripensamento sistemico, continua l'esperto, sarebbe l'Europa a pagarne le conseguenze più pesanti, visti i rapporti di forza attuali: “Allo stesso modo – aggiunge Saxer– sono convinto che le potenze emergenti punterebbero a un radicale ripensamento di alcune modalità di intervento estero emerse, in particolare, nella fase 'unipolare' seguita al crollo dell'Unione Sovietica. Concetti come 'interventismo umanitario' e 'responsibility to protect' hanno trovato terreno fertile nel trionfo dell'ordine liberale, tra gli anni '90 e i primi anni Duemila. Molti attori, in particolare del Sud Globale, li interpretano però come niente più che interferenza nei propri affari interni, tentativi inaccettabili di regime change”.
Realismo trasformativo
In questo delicato, e complicato, contesto internazionale si inserisce, come anticipato, l'originale approccio proposto dal ricercatore tedesco – il realismo trasformativo –, una lettura delle sfide internazionali che combina alla necessità di una trasformazione radicale, sistemica, dei sistemi sociali e politici – in particolare quelli europei – una valutazione realistica delle attuali relazioni di potere. L'obiettivo, dice l'esperto, è di riuscire a realizzare alleanze trasversali e pragmatiche per affrontare i grandi problemi del presente – dalla questione securitaria alla crisi ambientale – e per superare l'impasse nel quale la politica europea, e non solo, sembra trovarsi da tempo.
“La componente 'realista' – spiega Saxer – postula la necessità di iniziare, a livello analitico, da una valutazione onesta e precisa dei rapporti di forza attuali. Parliamo di un approccio che rifiuta qualunque forma di politica estera di stampo 'valoriale' o 'ideologico' per tornare, piuttosto, a un contesto di competizione strategica internazionale basata sugli equilibri di potere. A questa premessa va però aggiunta la componente 'trasformativa': il neo-realismo infatti tende a configurare la sua visione di mondo sullo status quo attuale, temporalmente dilatato senza limiti. Se guardiamo però ai contesti di crisi attuali, pensiamo per esempio alla questione climatica, è chiaro che il sistema stesso abbia la necessità di trasformarsi per poter continuare a esistere”.
Un cambiamento che, in definitiva, non può che dipendere dai rapporti di forza interni ai singoli stati – o alle singole entità sovra-nazionali. Per questo, spiega l'esperto, l'approccio realista trasformativo si concentra in particolare sugli equilibri di potere interni ai Paesi per poterne delineare la politica estera. Un esempio è l'attenzione che lo stesso Saxer pone nell'analisi della situazione politica interna negli Stati Uniti odierni, nei quali la competizione tra varie visioni politiche informa inevitabilmente la proiezione – e la strategia – di Washington nel mondo.
“Se guardiamo all'Europa – continua – oggi ci troviamo davanti a una necessità di trasformazione sostanzialmente assoluta. Se non vogliamo rimanere paralizzati a livello politico è necessario lavorare per costruire nuove e ampie alleanze sociali per il cambiamento: il riferimento è alle vecchie 'classi sociali', ai milieu, che possono trovare positivo il cambiamento stesso. Si tratta di una visione che si scontra con quella dominante del neo-liberalismo progressista degli ultimi anni, nel quale in sostanza una elite colta e urbana ha cercato di imporre certe posizioni politiche, ideologiche e valoriali su una serie di temi, dal cambiamento climatico alle politiche migratorie, senza porsi nella condizione di poter arrivare a un compromesso. Oggi il resto della società sta sempre più spesso rifiutando quelle posizioni, e lo vediamo nei trionfi delle destre illiberali negli ultimi anni tanto in Europa quanto negli Stati Uniti”.
Una vera e propria ricetta, dice Saxer, per un prolungato stallo politico: “Prendiamo ad esempio una delle questioni più importanti del nostro tempo, la crisi climatica. Una delle posizioni progressiste più estreme è la cosiddetta 'decrescita', lo spegnimento della crescita industriale. Ovviamente, come società dobbiamo agire per combattere il cambiamento climatico ma una proposta del genere non raccoglierà mai ampi consensi né a livello politico né a livello sociale. Al contrario bisognerebbe ragionare su proposte che siano attrattive per il maggior numero possibile di cittadini, presentando una narrativa 'trasformativa' che includa tanto la classe media quanto la 'working class' in una lotta comune, verso obiettivi che portino a una riduzione 'accessibile' delle emissioni inquinanti”.
Un approccio non 'top-down' insomma, ma che parta da un'ampia inclusione di base per promuovere progetti di ampio respiro e di lungo termine. Sfida che resta però impossibile senza una classe dirigente in grado di lavorare oltre le opposte visioni politiche e oltre i ristretti orizzonti elettorali.
E l'Europa?
Quale sarebbe, quindi, una visione al contempo “realista” e “trasformativa” per l'Europa oggi? “Innanzitutto – conclude Saxer – sulla questione ucraina l'Europa deve modificare la propria posizione di fronte al difficile contesto internazionale attuale. Finché la guerra continuerà in Ucraina, Bruxelles non potrà realmente agire nei confronti di quella che, a tutti gli effetti, è la condizione geopolitica più urgente per l'Europa oggi: la 'tenaglia' che tanto la Russia di Putin quanto gli Stati Uniti di Trump le stanno stringendo attorno. La visione realista da questo punto di vista è chiara: se non puoi vincere, trova una via d'uscita”.
Per quanto riguarda infine i rapporti con le grandi potenze, la lezione arriva invece dal passato: “Dobbiamo pensare realisticamente alla possibilità di bilanciarle l'una con l'altra, tenendo costantemente aperte più opzioni”. Un approccio che per l'Europa si tradurrebbe in una netta apertura verso altre potenze: Cina e India in primis. “Per quanto riguarda Pechino invece – dice Saxer – Bruxelles sta facendo l'esatto contrario, proponendo sanzioni alla Cina in quanto 'rivale sistemico'. Si tratta di una lettura sbagliata, figlia di una sovrastima della potenza europea: il Vecchio continente oggi è debole e per ricostruire le sue capacità di difesa saranno necessari almeno 10-15 anni. In questo periodo dobbiamo riconoscere di essere vulnerabili e lavorare con il maggior numero possibile di potenze regionali, creando partnership per affrontare le grandi sfide globali”.












