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| 10 aprile | 19:30

Ungheria al voto. Orbán è dato per perdente ma in caso di vittoria Magyar cambierà rotta? "Si propone come europeista e moderato ma resta nel solco dell'orbanismo"

Il premier Orbán a rischio dopo 16 anni di governo: ma che tipo di cambiamento potrebbe portare in Ungheria Péter Magyar? L'analisi di Matteo Zola

TRENTO. Mentre si avvicina l'apertura dei seggi in Ungheria – le elezioni sono in programma per questa domenica, 12 aprile – il destino politico di Budapest si conferma una partita di primo piano a livello internazionale, attirando le attenzioni (e non solo) tanto dei leader europei quanto di Washington, Mosca e Pechino. Le ragioni sono diverse e riguardano sia la postura del Paese magiaro – membro di Ue e Nato ma da anni vicinissimo al Cremlino – sia la situazione politica contingente sul piano interno, dove il primo ministro Viktor Orbán è dato in svantaggio in molti sondaggi e rischia di perdere il potere dopo 16 anni consecutivi al governo.

 

A sfidarlo è il 45enne Péter Magyar, politico conservatore che a lungo ha militato tra i più alti livelli del partito dello stesso OrbánFidesz – prima di dare vita a un movimento di opposizione nel 2024: il suo partito, Tisza, è come detto dato oggi in vantaggio praticamente in tutti i sondaggi, presentandosi alla popolazione come la risposta politica alla corruzione dilagante nel Paese e alla stretta sul rispetto dei principi dello stato di diritto operata negli ultimi anni dal sistema di potere retto da Orbán. Un sistema, dicono molti osservatori, in definitiva clientelare, nel quale la vicinanza a Fidesz è di fatto un prerequisito per l'accesso alle risorse pubbliche (e non solo).

 

Allo stesso tempo, sul fronte internazionale Magyar ha promesso un riavvicinamento e una distensione con l'Unione europea, dove i veti regolarmente posti da Orbán su molti ambiti chiave – in primis quello della politica estera e di sicurezza comune europea: il 'no' ungherese sta bloccando, per esempio, il pacchetto di aiuti da 90 miliardi destinati a Kyiv – stanno ormai rappresentando un problema vitale per Bruxelles. L'attuale premier ha invece ricevuto l'endorsement del presidente americano Donald Trump – il vice del tycoon, J.D.Vance, era in Ungheria negli scorsi giorni per appoggiare il capo di Fidesz – mantenendo al contempo rapporti molto stretti, come detto, con quello russo, Vladimir Putin

 

Che un Paese di poco meno di 10 milioni di persone – e con un Prodotto interno lordo pari a circa la metà di quello della sola Lombardia – possa muovere un simile capitale politico è la dimostrazione dell'importanza, anche simbolica, che queste elezioni rivestono: negli scorsi giorni, per esempio, il principale editorialista economico del Financial Times, Martin Wolf, aveva parlato in generale di un'occasione per sconfiggere il modello di democraziailliberalecostruito – e ricercato – da Orbán, rivitalizzandone invece la versione “liberale”. Un obiettivo che lo stesso Magyar ha posto in cima alla lista delle priorità del suo movimento, ma che si scontra da una parte con la stessa architettura del potere nel Paese magiaro e, dall'altra, con i dubbi sulle effettive credenzialiliberali” e “democratiche” dello stesso Magyar.

 

“Magyar si propone come un liberale, un europeista – dice a il Dolomiti Matteo Zola, esperto di Europa centro-orientale e area post-sovietica – e ha promesso di ripristinare lo stato di diritto in Ungheria. Si racconta, in altre parole, come un leader conservatore ma moderato, deluso dalla corruzione dilagante nel Paese e come possibile soluzione. Fino al 2024 però, era perfettamente integrato nei gangli del potere di Fidesz: all'interno del partito di Orbán ha costruito la sua carriera politica, proseguita parallelamente a quella della moglie, Judit Varga, ex ministra della giustizia ungherese”.

 

Il punto di rottura, come detto, è arrivato due anni fa, quando la presidente ungherese, Katalin Novàk si è dimessa dopo la concessione del perdono presidenziale a un uomo condannato per aver contribuito a coprire un caso di abusi sessuali su minori: Varga, ministra all'epoca dei fatti, aveva co-firmato l'atto e si era a sua volta dimessa, rimettendo il suo mandato parlamentare e ritirandosi dalla vita pubblica. All'epoca Magyar aveva accusato i funzionari di Fidesz di aver usato le due donne come capro espiatorio, dando di fatto il via a un movimento di opposizione evoluto poi in Tisza.

 

“Prima di allora però – dice Zola – Magyar è stato per anni un esponente di spicco del sistema orbaniano. Ha iniziato la sua carriera diplomatica come membro della rappresentanza permanente di Budapest a Bruxelles. Nel 2019 è tornato a lavorare in Ungheria, venendo inserito nel consiglio di amministrazione di una banca, Mbh, nata dalla fusione di diversi istituti di credito vicini a Fidesz. In altre parole: si presenta come un'alternativa, ma credo rappresenti più che altro una forma di 'orbanismo senza Orbán'. Una sua eventuale vittoria, considerata probabile dai sondaggisti, non produrrebbe quella rottura, quel cambiamento netto che molti sperano”.

 

Nel corso della campagna elettorale Magyar ha puntato convintamente su questioni prevalentemente interne: sulla lotta alla corruzione, sulla libertà di stampa, sulle difficoltà economiche. Per quanto riguarda l'Ue, ha promesso un riavvicinamento per permettere l'ingresso dei fondi di Bruxelles, bloccati dal 2022, ma sulla questione migratoria ha tenuto una linea dura, confermando di fatto la contrarietà di Orbán all'invio di armi in Ucraina. Se la sua vittoria si dovesse concretizzare, in altre parole, il cambio della guida a Budapest potrebbe avvenire senza una rottura completa rispetto alle politiche seguite negli ultimi anni dall'attuale governo magiaro.

 

“Anche ci fosse poi la volontà di scardinare il sistema politico attuale – continua Zola –, la concretizzazione di un obiettivo simile nell'Ungheria di oggi sarebbe ben più facile a dirsi che non a farsi”. La torsione illiberale sistematicamente operata da Orbán ha infatti permesso alle varie ramificazioni di Fidesz di infiltrare i vertici del potere tanto politico quanto economico: in altre parole, chiunque volesse modificare l'assetto attuale si troverebbe inevitabilmente a fronteggiare chi da questo assetto ci ha guadagnato – e continua a guadagnare. Non a caso quello ungherese è stato in passato definitoStato mafioso post-comunista”.

 

“A livello internazionale – dice Zola – in caso di vittoria Magyar si proporrebbe probabilmente come una figura più accondiscendente, rappresentando quindi un candidato più favorito a Bruxelles. Ma si tratta di una corrispondenza puramente opportunistica: i leader europei sanno bene che il capo di Tisza rimarrà, di fatto, un sovranista”.

 

Da un punto di vista pratico poi, negli ultimi anni Orbán ha ridisegnato le circoscrizioni elettorali ungheresi – il sistema nel Paese è misto, uninominale e proporzionale – per ottenere vantaggi politici, un processo noto in inglese con il termine “gerrymandering”. “In altre parole – dice Zola – nonostante i sondaggi non è detto che Fidesz sia destinata a perdere. Un'altra incognita è poi rappresentata dal voto estero: sono circa 500mila gli elettori che voteranno al di fuori dei confini ungheresi, un numero molto elevato rispetto alla popolazione interna”.

 

Come spiegato su EastJournal, in tutto i seggi in parlamento sono 199: ne servono 100 per governare, 133 (i due terzi) per modificare la Costituzione e varare leggi in grado di modificare alcuni aspetti fondamentali – come il sistema elettorale, la giustizia, la gestione della banca centrale. In tutto i collegi uninominali (nei quali si vince a maggioritario puro, senza ballottaggio) sono 106 e 93 quelli proporzionali (con soglia di sbarramento al 5%). La particolarità del sistema ungherese è però legata al meccanismo dei voti residui, si legge ancora nell'approfondimento pubblicato da EastJournal, che vengono recuperati e trasferiti ai rispettivi partiti per la ripartizione proporzionale. In altre parole, la vera partita sarà proprio nei collegi uninominali, dai quali potranno poi scendere a cascata consensi 'residui', in caso di vittoria particolarmente consistente nei confronti degli opponenti, sul proporzionale.

 

Anche per questo il risultato, nonostante i sondaggi, rimane incerto. Come incerta rimane la possibilità concreta di cambiamento per Budapest.

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