Ucraina, dall'Ue 90 miliardi con debito comune (e niente asset russi). Raffaelli: "Così garantiamo 2 anni di resistenza a Kyiv"
Dopo la decisione dei leader Ue - tolte Repubblica Ceca, Ungheria e Slovacchia - l'analisi di Mario Raffaelli: "La scelta fatta in Europa rappresenta una posizione precisa e dura. Soprattutto se si lega al provvedimento con il quale la scorsa settimana è stato prolungato indefinitamente il congelamento degli asset russi"

BRUXELLES. L'Unione Europea ha raggiunto nella notte un accordo per finanziare un prestito da 90 miliardi di euro all'Ucraina, sostenendo così Kyiv nella resistenza alle forze d'invasione russe. I fondi dovranno servire per il periodo 2026 e 2027 ed il prestito, hanno fatto sapere i leader europei, sarà garantito dal bilancio dell'Unione – senza, però, incidere sugli obblighi finanziari di Repubblica Ceca, Ungheria e Slovacchia, i cui governi si sono di fatto chiamati fuori. In altre parole, Bruxelles ha optato per l'emissione di debito comune rinunciando, per il momento, all'utilizzo degli asset finanziari russi congelati – e detenuti, per la maggior parte, in Belgio.
Raffaelli: “Così garantiamo due anni di resistenza a Kyiv”
Nelle scorse settimane si era discusso molto circa la possibilità di utilizzare i beni russi per finanziare l'Ucraina, un'opzione appoggiata apertamente dalla Germania e che aveva visto, invece, la netta opposizione del primo ministro belga Bart De Wever. Al netto però delle ragioni – tecniche e politiche – che hanno portato alla decisione raggiunta questa notte, l'accordo per l'emissione di debito comune rappresenta una svolta “di grande coraggio” per Bruxelles, che “in uno scenario internazionale nel quale gli Stati Uniti di Donald Trump si chiamano fuori, garantisce due ulteriori anni di resistenza a Kyiv”.
A parlare è Mario Raffaelli, esperto di relazioni internazionali con un lungo curriculum diplomatico e membro del direttivo nazionale di Azione. “La scelta fatta in Europa – dice – rappresenta una posizione precisa e dura. Soprattutto se si lega l'approvazione del prestito al provvedimento con il quale, la scorsa settimana, è stato prolungato indefinitamente il congelamento degli asset russi. A livello politico però, grande rilevanza rivestono anche le modalità che hanno portato al via libera ai fondi per Kyiv: il meccanismo della cooperazione rafforzata si è dimostrato estremamente utile, confermandosi un'opzione funzionale anche per decisioni future, a partire da quelle che andranno prese sul fronte della difesa”.
La cooperazione rafforzata
Come anticipato infatti Ungheria, Slovacchia – i Paesi in Europa considerati più vicini alle posizione russe – e Repubblica Ceca non parteciperanno al prestito. La decisione finale richiederebbe, però, l'unanimità dei 27 Paesi membri. “Proprio in ragione della procedura di cooperazione rafforzata – continua Raffaelli –, che prevede la possibilità di portare avanti progetti di cooperazione in specifiche aree politiche tra un gruppo interno ai 27 e formato da almeno 9 Paesi, si è però riusciti a superare l'impasse. Non sostenere l'Ucraina in questa difficilissima fase, non riuscire a trovare un accordo interno, avrebbe mostrato una profonda inconsistenza dell'Ue stessa. Tra l'utilizzo degli asset russi e l'inazione, si è scelta una strada intermedia che rappresenta una chiara risposta a Putin, il cui obiettivo era riuscire a far crollare rapidamente l'Ucraina approfittando della posizione di Trump”.
Costa: “L'Europa sostiene l'Ucraina. Oggi, domani, e fino a quando sarà necessario”
Come spiegato dal presidente del Consiglio Europeo António Costa poi, Kyiv inizierà a ripagare il debito solo quando Mosca pagherà le riparazioni richieste dopo l'invasione su larga scala iniziata il 24 febbraio 2022: “L'Unione – ha aggiunto Costa – si riserva il diritto di utilizzare i beni russi congelati per rimborsare il prestito”. Senza questi fondi, aggiunge Raffaelli: “L'Ucraina si sarebbe trovata scoperta tra l'aggressività russa e 'l'imbroglio' in 28 punti proposto da Trump. In altre parole si fornisce un diverso potere contrattuale a Kyiv, rispondendo chiaramente a chi sostiene che l'Unione Europea non conti nulla”.
“Il messaggio che stiamo mandando alla Russia – ha detto Costa a margine dell'approvazione del prestito – è cristallino. Primo, non avete raggiunto i vostri obiettivi in Ucraina. Secondo, l'Europa sostiene l'Ucraina. Oggi, domani e fino a quando sarà necessario. Terzo, la Russia deve sedersi al tavolo negoziale seriamente, accettando che non vincerà questa guerra. Perché l'unica via d'uscita è un cessate il fuoco e una pace negoziata. Il nostro supporto finanziario e politico all'Ucraina non vacillerà: in guerra, in pace e nella ricostruzione. Siamo impegnati nella costruzione di un'Ucraina libera e prospera all'interno dell'Unione Europea”.
La resistenza ucraina e le conquiste russe
Nel frattempo, al fronte la resistenza ucraina continua: “Da tempo ormai si parla dell'avanzata russa – dice Raffaelli – ma negli ultimi sei mesi le forze di Mosca hanno conquistato relativamente pochi chilometri quadrati, spesso riconquistati in seguito dalle forze ucraine”. Stando alle stime più recenti dell'Institute for the study of war, un think tank americano con sede negli Stati Uniti che si occupa di analisi militare e sicurezza internazionale, nell'intero 2025 le forze russe avrebbero ottenuto il controllo di un'area pari a circa 4700 chilometri quadrati, meno dell'1% del totale del territorio ucraino – circa un terzo di quello della sola Provincia di Trento, giusto per fornire un paragone.
In altre parole, secondo il report le autorità russe starebbero continuando a dimostrare pubblicamente il loro impegno verso gli obiettivi originali della guerra d'invasione, esagerando nel contempo i guadagni territoriali delle forze armate di Mosca sul campo di battaglia.
“Guardando al futuro – continua Raffaelli – Zelensky ha detto che è pronto a congelare la situazione attuale. Tanto l'Ucraina quanto l'Ue non potranno però riconoscere de iure l'autorità russa sulle aree occupate, men che meno sull'intero Donbass, come richiesto da Putin. Lo si è detto più volte in questi anni: così si finirebbe per sdoganare e riconoscere l'uso della forza come uno strumento per la risoluzione delle questioni internazionali. Lo stesso vale per la tanto sbandierata minaccia atomica di Mosca: se passasse il messaggio che la 'bomba' è sufficiente per fare ciò che si vuole, l'incentivo diretto sarebbe alla nuclearizzazione di quei Paesi che oggi ne sono sprovvisti”. Un tema che il Dolomiti ha affrontato nel dettaglio nell'analizzare lo stato di salute attuale del Trattato di non proliferazione.
Meloni: “Ha prevalso il buon senso”
“In ogni caso – conclude Raffaelli – politicamente la premier italiana ne esce bene. Meloni si è mossa con intelligenza, seguendo una linea ribadita negli scorsi giorni anche dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella”. A margine del Consiglio, la premier si è detta “soddisfatta” dei risultati ottenuti. “Ha prevalso il buon senso” ha detto, parlando di una soluzione “sostenibile sul piano giuridico e finanziario”.
Nel dirsi grato ai leader europei per il prestito approvato, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha parlato di un “supporto significativo, che rafforza la nostra resilienza”. Allo stesso modo, ha detto, è importante che gli asset russi rimangano congelati: “Insieme stiamo difendendo il futuro del nostro continente”.












