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| 27 lug 2025 | 15:11

Torna il riarmo nucleare? Le nuove testate cinesi, l'accordo Francia-Uk e la teoria del domino: "Trattato di non proliferazione in crisi, ma un altro oggi sarebbe impossibile"

L'analisi di Ludovica Castelli, ricercatrice dell'Istituto Affari Internazionali: "Il comune denominatore oggi è l’incertezza. E questa incertezza viene affrontata con un focus maggiore su una narrativa centrata sulla deterrenza e sulla sicurezza garantita dalla forza: la forza per eccellenza, ovviamente, è rappresentata dalle armi nucleari"

TRENTO. La vorticosa dinamica di frammentazione tanto del processo di globalizzazione quanto dell’ordine internazionale che – tra alti e bassi – si è consolidato nel corso della seconda metà del ‘900, sta portando negli ultimi anni a profondi mutamenti sul fronte economico, normativo e securitario, andando inevitabilmente a toccare anche il più strategico – e rischioso – dei dossier: quello della proliferazione nucleare

 

L’ultimo, autorevole, allarme sul tema era stato lanciato il mese scorso dagli esperti del Sipri – lo Stockholm International Peace Research Institute, uno dei più autorevoli istituti di ricerca nell’ambito dei conflitti, del riarmo e del disarmo a livello interazionale – che nel loro report annuale sullo stato della sicurezza globale avevano sottolineato come “una nuova e pericolosa corsa agli armamenti nucleari” stia emergendo “in un momento in cui i regimi di controllo degli armamenti sono gravemente indeboliti”. 

 

L’epoca del riarmo nucleare e il sistema internazionale

 

Dalla fine della Guerra Fredda infatti, scrivono gli esperti, il graduale smantellamento delle testate dismesse da parte di Russia e Stati Uniti ha generalmente superato il dispiegamento di nuovi armamenti: di fronte però all’attuale, complessa e conflittuale, situazione internazionale è probabile che il trend si inverta nei prossimi anni. L’era della riduzione del numero di armi nucleari nel mondo, in altre parole, sta volgendo al termine, avverte Hans M.Kristensen uno dei ricercatori Sipri.

 

Sullo sfondo, gli eventi sullo scacchiere geopolitico mondiale mettono in evidenza un ricorso sempre più spregiudicato alla minaccia nucleare – basti pensare ai numerosi riferimenti all'arsenale russo e alle minacce che si sono susseguite dall'inizio dell'invasione su larga scala dell'Ucraina o alla recente modifica della dottrina nucleare da parte del Cremlino – e più in generale a torsioni unilaterali che vedono nella forza il linguaggio d'elezione per la gestione delle diatribe internazionale. I casi recenti si sprecano, ne ricordiamo due rimanendo in tema: il recente conflitto tra India e Pakistan, entrambe potenze nucleari, e l’intervento israelo-statunitense in Iran per colpire il programma nucleare di Teheran

 

Pur se solo a parole – per il momento – anche le due potenze nucleari europee, Francia e Regno Unito, si sono mosse: il presidente francese Macron è arrivato, in pieno conflitto strategico con il tradizionale ruolo di garanzia d’indipendenza che De Gaulle aveva immaginato per l’arsenale nucleare di Parigi, a proporre l’estensione all’intera Ue dell’ombrello nucleare francese. Negli scorsi giorni, la stessa Francia ha poi siglato una nuova intesa con il Regno Unito per una maggiore integrazione dei rispettivi sistemi nucleari a difesa dell’intero continente europeo.

 

Nel frattempo, silenziosamente Pechino continua l’opera di ampliamento dell’arsenale nucleare cinese, che secondo Sipri sta crescendo “più rapidamente di quello di qualsiasi altro Paese, con circa 100 nuove testate all’anno dal 2023”. Entro la fine del decennio per gli esperti la Cina potrebbe avere “lo stesso numero di Icbm – missili balistici intercontinentali ndr – della Russia o degli Stati Uniti”. Parlando proprio di Washington e Mosca, infine, tra pochi mesi (a febbraio 2026) scadrà il New Start, l'ultimo trattato ancora in vigore per la limitazione degli ordigni atomici tra le due potenze: da parte russa il Cremlino ha già fatto sapere che “mancano le condizioni” per il rinnovo del trattato, che invece Donald Trump vorrebbe mantenere

 

“Il comune denominatore è l’incertezza. Il Tnp? Oggi sarebbe impossibile”

 

Quel che è certo insomma è che in un’epoca di grande incertezza sul fronte geopolitico, l’architrave dell’ordine nucleare a livello internazionale, il Trattato di non proliferazione (Tnp), è sotto grande pressione e le prospettive, sul fronte diplomatico, non sono confortanti

 

“Il comune denominatore – dice infatti a il Dolomiti Ludovica Castelli, esperta di non proliferazione e disarmo all’Istituto Affari Internazionali – è l’incertezza. E questa incertezza viene affrontata con un focus maggiore su una narrativa centrata sulla deterrenza e sulla sicurezza garantita dalla forza: la forza per eccellenza, ovviamente, è rappresentata dalle armi nucleari, che dovrebbero fornire una sorta di scudo da ogni minaccia, convenzionale e non convenzionale”. 

 

Premesse antitetiche rispetto a quelle che, negli anni60 – nel contesto bipolare della Guerra Fredda – avevano portato al Tnp. Il trattato ha infatti diviso il mondo in Stati nucleari, quelli che avevano sviluppato la bomba prima del 1967, e non-nucleari, basandosi però su tre principi: disarmo, non proliferazione e uso pacifico del nucleare

 

“Il Tnp oggi – ribadisce Castelli – è fortemente sotto stress proprio per le dinamiche d’insicurezza che spingono gli Stati al rafforzamento della componente nucleare”. Uno scenario che, mette in guardia la ricercatrice, dovrebbe portare in cima alla lista delle priorità il mantenimento di un framework, quello legato appunto al Tnp, che se eliminato difficilmente potrebbe trovare oggi nuova fortuna. In altre parole, per quanto acciaccato il Trattato continua a rappresentare il punto di partenza di un intero ordinamento che, nel contesto odierno, non potrebbe più emergere.  

 

“Ciò che si è riusciti a fare con il Trattato di non proliferazione – spiega infatti Castelli – ad oggi è probabilmente irripetibile. Tra gli anni ’60 e ’70 si è riusciti a strappare dalla stragrande maggioranza dei Paesi del mondo un grandissimo compromesso, che nel 2025 è impossibile da immaginare, per rinunciare a priori alle armi nucleari in cambio di un accesso garantito alla tecnologia nucleare civile e alla promessa del disarmo da parte delle potenze nucleari”. Proprio il venir meno di questa promessa ha portato tra l’altro negli anni alla nascita di approcci alternativi, come quello incarnato dal Trattato per la proibizione delle armi nucleari – firmato nel 2017 senza la partecipazione degli Stati nucleari o di Stati membri di alleanze militari che includono la deterrenza nucleare – il primo trattato per la completa proibizione degli armamenti nucleari

 

Al netto però dell'arena diplomatica e dell’emergere di framework diversi a livello internazionale, proprio di fronte alla situazione di instabilità odierna è necessario fare i conti anche con la possibilità – più o meno concreta – che altri Stati intendano effettivamente unirsi al club delle potenze nucleari. Con tutte le conseguenze che una simile evoluzione avrebbe sul delicato equilibrio globale

 

La teoria del domino nucleare

 

Una delle conseguenze possibili – e spesso paventata – è quella che risponde alla metafora del ‘dominonucleare. Secondo questa interpretazione, l'ottenimento dell'arma nucleare da parte di un determinato Stato porterebbe inevitabilmente alla proliferazione in ottica regionale. Una sorta di dilemma della sicurezza che spingerebbe i vari attori interessati ad armarsi per rispondere a quella che, inevitabilmente, verrebbe percepita come una minaccia. Lo stesso effetto, appunto, della caduta del primo tassello di un domino.  

 

Una simile prospettiva era stata approfondita negli scorsi mesi – sulla scorta delle prime e incendiarie dichiarazioni dell’amministrazione Trump sul fronte della sicurezza europea – su Foreign Affairs, in una lunga analisi che ha preso in considerazione la possibilità che, di fronte alle crescenti sfide sul fronte della sicurezza, differenti attori sulla scena internazionale, dal Giappone alla Corea del Sud fino a Taiwan e alla Polonia, decidano di intraprendere un programma nucleare militare. “Niente di tutto ciò è certo – concludeva l’autore, Gideon Rose – in particolare perché nessuno sa se l’amministrazione Trump si spingerà effettivamente tanto in là da abbandonare le alleanze costruite dai suoi predecessori nel corso di generazioni. Ma se lo facesse, nessuno dovrebbe stupirsi se gli ex alleati riconsiderassero alcune delle scelte prese basandosi sul presupposto di una duratura protezione americana”. 

 

E torniamo così al tema dell’insicurezza. Per Castelli però, che proprio sulla metafora del ‘domino nucleare’ si è specializzata nell'ambito di un dottorato di ricerca all'Università di Leicester, la situazione è ben più complessa

 

“Il meccanicismo che si cela dietro l’utilizzo di questa metafora – dice – è anacronistico e astorico: dagli anni ’40 ad oggi sono passati tanti anni e tanti sono anche gli Stati che potevano scegliere di sviluppare armamenti nucleari e non l’hanno fatto. Se prendiamo i firmatari del Tnp, sono centinaia i Paesi che hanno deliberatamente deciso di non intraprendere un programma nucleare militare. E visto lo sviluppo tecnologico le difficoltà dal punto di vista pratico oggi sarebbero minori. Da questo punto di vista sono più cauta e non credo che una lettura automatica e meccanica della proliferazione sia adeguata. Quando si analizza il contesto storico si nota chiaramente come le scelte di un Paese sul fronte nucleare si sovrappongano e concatenino con molti fattori, da quello politico interno al contesto regionale e interregionale”.

 

“Prendiamo ad esempio l’Iran – precisa –: il piano di Teheran per la creazione di un arsenale è emerso nel 2002. All'epoca già si parlava di come la situazione in Iran avrebbe spinto sulla stessa strada l’Arabia Saudita, con la quale la rivalità strategica all’epoca era ben più forte di quella odierna. Poi si è parlato dell’Egitto, poi ancora della Turchia. Finora però abbiamo visto un'evoluzione ben differente"

 

Tra gli Stati che oggi avrebbero maggior facilità a sviluppare un proprio arsenale nucleare, continua Castelli: “A livello globale c'è sicuramente il Giappone, un Paese con una grande latenza nucleare. Ma decidere di diventare un Paese nucleare nel 2025 comporterebbe ancora la necessità di scontrarsi con una serie di contromisure. Chi si posiziona al di fuori del perimetro del Tnp si costruisce inevitabilmente un'identità di attore maligno nel contesto internazionale”. 

 

Contesto nel quale però le etichette di ‘buono’ o ‘cattivo’ – e, più nel concreto, la forza delle leggi internazionali – sembrano contare sempre meno, facendo di prospettive un tempo inimmaginabili argomenti di discussione tra gli addetti ai lavori.

 

Prospettive future e dati

 

Altri mezzi – precisa Castelli – hanno preso il posto delle parole e del dialogo nello scenario internazionale. Sembra che, in particolare su un dossier così delicato come quello nucleare, lo spazio per la diplomazia sia esaurito. Un esempio lampante è quello iraniano: ad oggi ci vorrebbe un enorme sforzo da parte dei principali attori per tornare a ciò che si era faticosamente ottenuto con l’accordo del 2015. Il dialogo però non sembra una priorità della nuova amministrazione americana mentre il ruolo europeo (il riferimento è al format E3, nato tra Francia, Regno Unito e Germania per dialogare con Teheran e fermare il programma di arricchimento iraniano ndr) è francamente incomprensibile. Non si capisce se per Parigi, Londra e Berlino la priorità sia effettivamente il dialogo o, come suggerito dal cancelliere tedesco Merz, lasciare che altri facciano ‘il lavoro sporco’”. 

 

La stessa intesa raggiunta recentemente tra Francia e Regno Unito, dice la ricercatrice, non sembra delineare un chiaro perimetro d'azione e potrebbe rappresentare l'invio di un segnale politico più che una novità strategica sostanziale: “Non è chiaro cosa possa emergere di tangibile. La Francia in particolare ha fatto del suo programma nucleare un simbolo di sovranità e indipendenza. Parliamo di un Paese che non ha mai voluto agire in maniera multilaterale su questo fronte e anche nell’ambito tecnico non è chiaro come due arsenali improntati a un uso nazionale, e non certo collettivo, e informati da dottrine non compatibili con un uso bilaterale possano armonizzarsi".

 

Secondo Sipri, il totale di testate nucleare possedute dai due Stati nel 2025 è pari a 225 per il Regno Unito e 290 per la Francia. Arsenali quindi sensibilmente inferiori rispetto a quelli delle due maggiori potenze nucleari, Russia (5459 testate) e Stati Uniti (5177 testate), e che insieme non raggiungono i 600 ordigni della Cina, il cui arsenale come anticipato cresce velocemente. Per Sipri, tra l’altro, entro gennaio 2025 Pechino ha completato – o stava per completare – circa 350 nuovi silos per missili balistici intercontinentali in tre grandi aree desertiche nel Nord del Paese e in tre aree montuose a Est

 

“Pechino sta portando avanti il suo programma silenziosamente – dice Castelli – lo sappiamo da vari anni, gli Stati Uniti in particolare ne sono parecchio preoccupati. Ma la posizione cinese è ambigua. Ad oggi non sembrano esserci le premesse, sicuramente non a livello europeo, per instaurare un dialogo sul controllo degli armamenti con la Cina, che da parte sua ha comunque sempre rifiutato ogni approccio sul tema. Con una quantità di testate di molto inferiore a quelle russe o americane, è sempre stata la posizione di Pechino, per i cinesi non avrebbe senso entrare in un contesto di controllo degli armamenti”. 

 

Tra le altre potenze nucleari, Sipri conferma la presenza di 180 testate in India e di 170 in Pakistan: New Dehli ha ulteriormente ampliato il proprio arsenale nel 2024, continuando tra l’altro a sviluppare sistemi di lancio. La stessa cosa ha fatto Islamabad, che oltre a nuovi sistemi di lancio ha continuato lo scorso anno ad accumulare materiale fissile, il che suggerisce un possibile ampliamento del suo arsenale nel prossimo decennio. Per quanto riguarda invece la Corea del Nord, Sipri stima che Pyongyang abbia assemblato circa 50 testate e che possieda materiale fissile sufficiente per produrne fino a 40 in più. Israele infine, che non riconosce pubblicamente di possedere armi nucleari, potrebbe contare su circa 90 testate e sta a sua volta modernizzando il proprio arsenale e i propri sistemi di lancio

 

Forza e sicurezza

 

“È fondamentale ricordare – scriveva nel report Sipri uno dei ricercatori, Matt Korda – che le armi nucleari non garantiscono la sicurezza. Come ha ampiamente dimostrato la recente recrudescenza delle ostilità in India e Pakistan, le armi nucleari non prevengono i conflitti. Comportano anche immensi rischi di escalation e di errori di valutazione catastrofici e possono finire per rendere la popolazione di un Paese meno e non più sicura”. 

 

Nell’epoca della grande incertezza, diplomazia e dialogo rimangono le speranze sulle quali imperniare il sistema nucleare globale di domani: sta agli attori politici, e in particolare a chi oggi raccoglie la promessa del disarmo contenuta nel Tnp, evitare che gli anni ’20 siano in futuro ricordati come l’inizio di un nuovo processo di proliferazione.

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