“Attacco all’Iran: è Netanyahu che detta i tempi, Trump si accoda. Altissimo rischio di escalation, anche sul fronte terrorismo”
L’analisi di Mario del Pero, storico, docente a Sciences Po a Parigi e tra i massimi esperti di politica estera Usa: “Difficile fare previsioni, ma una cosa è certa: è facile iniziare una guerra, è molto più difficile chiuderla, portarla a termine”

TRENTO. Ha parlato di un’azione “limitata”, non mirata a un “regime change” a Teheran il segretario alla difesa americano, Pete Hasgeth, nel fornire i dettagli sull’attacco portato avanti nelle ultime ore dalle forze americane in Iran (Qui Articolo). L’operazione, denominata “Midnight Hammer” ha preso di mira tre siti nucleari iraniani – Fordow, Natanz e Isfahan – con l’utilizzo in totale di oltre 125 mezzi aerei, tra i quali anche 7 bombardieri B-2 Spirit (che hanno viaggiato in segreto sopra l’Atlantico e il Mediterraneo mentre una prima squadra, rilevabile anche dai sistemi di tracciamento disponibili online, era partita verso ovest, sul Pacifico, con compito di depistaggio). Dopo un volo di 18 ore dal territorio americano, i bombardieri stealth hanno raggiunto i cieli iraniani colpendo il sito di arricchimento di Fordow con almeno 12 bombe ‘bunker-buster’ da circa 14 tonnellate. Si tratta degli ormai noti Massive ordnance penetrator (Mop), ordigni che sarebbero in grado di raggiungere la struttura realizzata a decine di metri di profondità all’interno di una montagna circa 160 chilometri a sud della capitale, Teheran. Natanz e Isfahan sono stati invece raggiunti da missili da crociera Tomahawk lanciati da sottomarini d’attacco americani.
Le autorità americane hanno parlato di conseguenze “gravissime” per le strutture colpite. Dalle forze iraniane è presto arrivata una smentita mentre il ministro degli Esteri di Teheran, Abbas Araghchi, ha parlato di conseguenze “eterne”. Al di là delle dichiarazioni americane e della (presunta) volontà di Washington di evitare una guerra più ampia, il drammatico aumento della tensione nell’area fa inevitabilmente crescere il rischio di escalation: quali quindi gli scenari dopo l’attacco americano? Quali i possibili obiettivi per l’annunciata rappresaglia iraniana? Quali gli effettivi obiettivi americani? Il Dolomiti ne ha parlato con Mario Del Pero, storico, docente a Sciences Po a Parigi e tra i massimi esperti di politica estera Usa.
Professore, gli Stati Uniti hanno attaccato tre siti nucleari in Iran –il presidente Trump ha detto che sono stati ‘completamente distrutti’ – e da parte di Teheran si prevede una reazione contro le basi americane nell’area. Quali gli scenari di fronte al rischio di escalation?
È molto difficile fare delle previsioni, che dipendono da alcune variabili sulle quali non possiamo avere delle certezze. La prima variabile è che tipo di risposta darà l’Iran: non solo quale risposta sceglierà, ma quale sarà in grado di dare. Il Paese è soggetto a bombardamenti massicci che hanno portato a un indebolimento delle sue capacità militari. L’Iran ha poi utilizzati molti dei missili dei quali disponeva per colpire Israele: la domanda oggi è se Teheran sia effettivamente in grado di colpire obiettivi sensibili, a partire dalle basi Usa in Medio Oriente, o se decida di non farlo, subendo quindi un’umiliazione grandissima. La seconda variabile è quella che forse deve preoccupare noi più direttamente: l’Iran utilizzerà il terrorismo, lo strumento, per così dire, dei ‘poveri’ in un conflitto militare asimmetrico? C’è il rischio di un’escalation terroristica anche non direttamente coordinata dall’Iran verso una guerra che colpisce nuovamente un paese mussulmano e che può essere narrata come una nuova aggressione occidentale? Io credo che la risposta sia positiva. La terza variabile è capire cosa faranno la Russia, con particolare riferimento allo scacchiere ucraino, e la Cina. Pechino ha costruito un rapporto stretto con Teheran, importa petrolio dall’Iran e aveva agevolato il processo di distensione con l’Arabia Saudita. Ci sono mille incognite, ma il dato di partenza è uno: è facile iniziare una guerra, molto più difficile è chiuderla, portarla a termine. E il soggetto colpito, anche se debole, ha sempre voce in capitolo su come un conflitto possa terminare e con che modalità e tempistiche. In generale il rischio di escalation oggi è molto, molto elevato.
Oltre alle basi militari americane, quali altri obiettivi potrebbero prendere di mira le forze iraniane? Lo stretto di Hormuz, dal quale transita ogni giorno circa il 30% del petrolio nel mondo, è uno di questi?
Da tutto quel che sappiamo possiamo dire innanzitutto che l’asse della resistenza iraniano, i proxy quindi che Teheran utilizzava come strumento di deterrenza e pressione su Israele – da Hezbollah ad Hamas fino agli Houthi – si è molto indebolito. Che lo stretto di Hormuz venga preso di mira è una possibilità: nell’infrastruttura del mondo globalizzato ha una funzione centrale. Anche solo una parziale azione che rallenti la possibilità di mobilità nello stretto può avere riverberi importanti, riaccendere spirali inflattive, colpire l'economia globale.
Trump ha deciso l'attacco nonostante le forti contrapposizioni all'interno della base MAGA, quali gli scenari dal punto di vista politico per gli Stati Uniti con l'ennesimo coinvolgimento militare nell'area?
Sicuramente questa non è una guerra popolare negli Usa. Tutti i sondaggi di cui disponiamo, oltre alla mobilitazione di importanti intellettuali MAGA come Steve Bannon e Carlson Tucker contro il conflitto, lo indicano chiaramente. I sondaggi stessi confermano tra l’altro che contro il coinvolgimento statunitense in nuove guerre mediorientali è schierata una grande maggioranza bipartisan, tanto democratica quanto repubblicana. Il ricordo dei colossali fiaschi in Iraq e Afghanistan è ancora vivido. Resta da valutare però il possibile impatto sul fronte politico interno: in teoria Trump potrebbe pagare dazio in prospettiva elettorale, soprattutto se il conflitto si dovesse ampliare e prolungare. Sappiamo però che il tycoon è sempre riuscito a controllare la sua base elettorale, a portarla dalla sua parte anche dopo piroette e cambi radicali di posizione su diversi dossier: è lui, in altre parole, che detta i tempi e impone le sue posizioni al suo elettorato. Si tratta di un primo aspetto che potrebbe temperare, per così dire, l’irritazione di parte della sua base per questa guerra. Un secondo aspetto è dato poi dalla chiara fase di accelerazione dei processi storici che osserviamo oggi: gli avvenimenti vengono presto archiviati anche nella memoria, come avvenuto nel caso dell’ingloriosa uscita Usa dall’Afghanistan. Vista l’assenza di tornate elettorali a breve – al netto di alcune elezioni suppletive – il prossimo importante appuntamento saranno le mid-term di novembre 2026: un orizzonte temporale ancora molto lontano. Se una qualche brutale risoluzione di questo conflitto dovesse esservi, e se ne conseguisse una qualche stabilità mediorientale imposta con la forza da un Israele egemone a livello regionale, allora a novembre 2026 gli elettori potrebbe votare pensando a ben altro rispetto all’attacco all’Iran. È presto per dire con certezza se ci saranno o meno conseguenze politiche in termini di consenso: un dato sicuramente significativo è però legato alla contrarietà di ampia parte dell’opinione pubblica americana rispetto a questa guerra.
Il calcolo di Trump si basa su un intervento mirato e limitato da un punto di vista temporale o il dispiegamento di forze nell'area sembra presagire una continuazione del conflitto? Qual è l'obiettivo Usa in Iran? Da giorni, al netto delle ultime dichiarazioni, si parla di possibile tentativo di regime change...
A mio avviso l’obiettivo statunitense è stato di partecipare a un conflitto che pieghi il regime iraniano, che rimandi indietro di anni lo sviluppo del suo programma nucleare. Non sappiamo ovviamente se sarà effettivamente questo il caso, ma questo è l’obiettivo, che asseconda un disegno israeliano. È Netanyahu che detta i tempi, Trump si accoda. Si tratta di un paradosso che esiste nella storia delle relazioni internazionali: il soggetto più debole dell’alleanza, in questo caso Israele, detta e impone le sue posizioni al soggetto più forte. D’altra parte nel governo e nel congresso americano ci sono importanti figure legate mani e piedi alla destra israeliana. Negli ultimi anni si è venuta a determinare una relazione speciale non tanto tra Stati Uniti e Israle, ma in particolare tra le destre radicali dei due Paesi: basti guardare a figure come Marco Rubio o lo stesso Hegseth o a senatori come Graham, Ted Cruz e tanti altri. Gli Usa si accodano quindi all’evidente obiettivo di Israele: un obiettivo che possiamo chiamare egemonico, finanche imperiale su scala regionale. Un Israele che si allarga, si espande, controlla Gaza e a questo punto la Cisgiordania – dove ai coloni è lasciata carta bianca – che piega con la forza uno degli attori che poteva bilanciare il suo primato regionale, l’Iran appunto. Cosa ne consegue? L’Iran è un Paese di oltre 90 milioni di abitanti, con un livello d’istruzione medio alto, con capacità. Un cambiamento di regime potrebbe aprire un vuoto politico come osservato in Iraq e potrebbe essere pericolosissimo anche rispetto al futuro controllo del programma nucleare stesso. Personalmente mi sembra si scherzi col fuoco e che si sia dimenticata una lezione abbastanza netta: quella degli interventi e dei tentati cambiamenti di regime in contesti come l’Iraq o, ancora più vicino a noi, in Libia nel 2011.












