Contenuto sponsorizzato
| 03 marzo | 19:10

Attacco all'Iran, chi comanda dopo Khamenei? L'analisi di Toninelli (Ispi): "Vuoto al vertice e potere ai pasdaran, ma presto si nominerà la nuova Guida suprema"

L'analisi di Luigi Toninelli, ricercatore Ispi specializzato nel contesto iraniano: "La catena di comando della Repubblica islamica ha subito colpi enormi. Esce dalla prima fase di bombardamenti indebolita, intaccata fortemente, ma non sconfitta"

TRENTO. Mentre il presidente americano, Donald Trump, sembra indicare che i bombardamenti delle forze statunitensi e di quelle israeliane in Iran potrebbero continuare per settimane – con l'obiettivo, dichiarato, di rovesciare il regime degli ayatollah – in Medio Oriente il conflitto continua ad allargarsi, con conseguenze a cascata – tra le altre cose – sui mercati internazionali e sul prezzo di petrolio e gas naturale

 

La chiusura, di fatto, dello stretto di Hormuz – uno chokepoint marittimo che permette l'uscita dal Golfo Persico di una significativa percentuale del petrolio e del gas naturale liquefatto venduti a livello mondiale – unita agli attacchi che le forze iraniane hanno portato avanti a impianti e raffinerie in diversi Paesi del Golfo, sta infatti causando agitazione sia a livello economico che geopolitico, soprattutto considerando l'orizzonte temporale di “quattro o cinque settimane” di operazioni preannunciato da Trump, che non ha nemmeno escluso la possibilità di una non meglio specificata azione di terra in Iran. 

 

Proprio guardando all'Iran, dopo l'uccisione della Guida suprema, Alì Khamenei, e di una porzione considerevole della leadership politica, religiosa e militare del Paese, oggi si registra un bombardamento che, dalle prime informazioni, avrebbe preso di mira l'Assemblea degli esperti, riunita nella città di Qom a quanto pare durante una votazione per la nomina della nuova Guida suprema – anche se fonti iraniane riportano come la struttura fosse stata evacuata preventivamente. E di fronte a una situazione che si conferma particolarmente confusa, alcune domande sembrano oggi centrali: quali sono le figure di riferimento oggi della Repubblica Islamica? Quali le prospettive politiche interne? Chi, in sostanza, regge in questo momento il regime? E quali sono gli obiettivi iraniani nel portare avanti attacchi che hanno preso di mira in maniera così intensa anche i Paesi del Golfo? 

 

Il Dolomiti lo ha chiesto a Luigi Toninelli, ricercatore Ispi specializzato proprio nel contesto iraniano: “La catena di comando della Repubblica islamica – spiega – ha subito colpi enormi. Esce dalla prima fase di bombardamenti indebolita, intaccata fortemente, ma non sconfitta. Nei prossimi giorni verrà nominata una nuova Guida suprema, mentre al momento il potere nel Paese è passato in maniera ancora più netta rispetto a quanto già si registra da tempo nelle mani dei Guardiani della rivoluzione, i pasdaran. Parliamo di un apparato ramificato, stratificato, il cui funzionamento non è legato ad una singola persona, con capacità di riciclarsi all'interno. Alla morte di uno dei capi, anzi, è probabile la sostituzione con una figura ancora più radicale”. 

 

Nel complicato sistema politico e di difesa iraniano, i pasdaran vanno innanzitutto distinti dalle forze armate regolari del Paese: “I Guardiani della rivoluzione – continua Toninelli – sono stati creati inizialmente per preservare i principi rivoluzionari nell'Iran post 1979, quasi come una polizia legata al controllo interno della società. Nel corso del conflitto con l'Iraq però (che si è combattuto tra il 1980 e il 1989) i pasdaran sono stati impiegati progressivamente sempre di più anche in ruoli diversi, dimostrandosi in molti contesti più capaci e pronti delle forze armate stesse. Per questo il loro peso è andato nel tempo a soppiantare quello dell'esercito regolare, oggi più debole e con un ruolo secondario rispetto alle Guardie della rivoluzione sia sul fronte interno che su quello esterno”. 

 

I pasdaran rappresentano però solo uno – pur se il più importante – dei centri di potere che continuano a sorreggere la Repubblica islamica: “Oltre a loro – spiega il ricercatore – bisogna considerare il clero, il fitto sistema delle fondazioni religiose, legate a doppio filo tanto al clero sciita quanto alle Guardie della rivoluzione, e infine il potere, per così dire, elettivo. Negli ultimi anni presidenza, parlamento e governo sono però stati progressivamente indeboliti proprio per le scelte operate dagli altri centri di potere, che hanno accresciuto il loro potere relativo nella società iraniana”. 

 

A riunire le varie correnti e a rappresentare una sintesi delle varie forme d'autorità è, in definitiva, la Guida suprema: “Ormai da decenni però – ribadisce Toninelli – l'attore politico principale nel Paese è rappresentato dai pasdaran, le cui attività in particolare dagli anni '90 si sono espanse inglobando anche la sfera economica, con la gestione di società di Stato nell'ambito petrolifero e non solo. Così da figura di sintesi e in qualche modo 'superiore' ai restanti poteri statali, anche la Guida suprema si è sempre più spesso appiattita sulle posizioni e le priorità delle Guardie della rivoluzione”. Portando, in altre parole, i poteri centrali dello Stato iraniano a convergere su due principi base: la repressione del dissenso interno e l'esautorazione progressiva della rappresentanza popolare.

 

“Proprio in questa fase di acuta difficoltà – continua Toninelli – è quindi probabile che i pasdaran siano destinati a raccogliere un potere decisionale e rappresentativo sempre maggiore. Formalmente, dopo l'uccisione di Khamenei le prerogative della Guida suprema sono state assunte da un consiglio di transizione formato dal presidente della Repubblica, Pezeshkian, dal capo del settore giudiziario e da un religioso nominato dal Consiglio del discernimento (un organo supremo creato per dirimere le dispute tra il Parlamento e il Consiglio dei Guardiani)”. 

 

A nominare la nuova Guida suprema sarà l'Assemblea degli esperti, una consulta religiosa formata da 88 membri ed eletta ogni otto anni, la stessa presa di mira dal bombardamento odierno a Qom: “Il processo elettivo dell'assemblea è popolare – spiega il ricercatore Ispi – ma i candidati vengono pre-selezionati dal Consiglio dei Guardiani (formato da 12 membri, 6 dei quali nominati dalla Guida suprema e altri 6 approvati dal Parlamento dopo la nomina della magistratura). Di conseguenza, il consesso è notoriamente su posizioni fortemente conservatrici e radicali, con i candidati più riformisti regolarmente esclusi in via preventiva”. 

 

Uscendo però dal complicato sistema di gestione interna del potere in Iran, la figura più in vista oggi nel Paese - quella che de facto riveste un ruolo di 'guida' - è Ali Larijani, segretario del Supremo consiglio per la sicurezza nazionale della Repubblica islamica: “Dopo la morte di Khamenei – sottolinea Toninelli – ha acquisito sempre più visibilità, assumendo un ruolo centrale nel sistema di potere iraniano. È la figura che più andrà attenzionata anche per il prossimo futuro: non come Guida suprema, Larijani non è un religioso, ma come figura di sintesi e di leadership”. 

 

Sul fronte operativo, nel frattempo, sono diverse le incognite sulle quali gli addetti ai lavori si interrogano dopo i primi raid israelo-americani. Al netto dell'ambiguità strategica americana - forse ricercata attivamente da Trump per ritagliarsi una possibile via d'uscita in caso di uno scontro troppo prolungato o costoso - a tenere banco è innanzitutto la già citata chiusura dello Stretto di Hormuz: "Una chiusura - dice Toninelli - che non è chiaro quanto a lungo potrà sopportare la stessa Teheran, che vende il 90% del suo petrolio alla Cina proprio attraverso lo stretto". 

 

Un'altra questione sulla quale molti analisti si soffermato è relativa poi ai motivi che hanno spinto l'Iran a rispondere all'attacco con una rappresaglia che continua a prendere di mira in maniera massiccia, oltre a Tel Aviv e alle basi americane nella Regione, anche molti Paesi del Golfo

 

“La scommessa delle autorità della Repubblica islamica – dice Toninelli – è che colpendo attori non in grado di sostenere una mole d'attacchi simile, come può fare invece Israele, si potesse favorire una de-escalation. Il risultato ad oggi sembra però diametralmente opposto: la posizione dei Paesi colpiti sembra piuttosto farsi sempre più aperturista a un utilizzo delle proprie basi alle forze armate americane per colpire l'Iran se non addirittura a unirsi in azioni di rappresaglia. La strategia iraniana, in altre parole, puntava a colpire il Golfo per aumentare il 'costo' percepito del conflitto e spingere Trump a mediare: per ora la scommessa sembra essere perdente, ma vedremo come evolverà la situazione”. 

 

Infine, sul fronte americano come anticipato il presidente non ha escluso la possibilità di un'operazione boots on the ground in Iran, che preveda quindi anche il dispiegamento di truppe sul campo. Un'opzione estrema, dice Toninelli, che proprio la caratteristica imprevidibilità di Trump impone di analizzare: “Bisognerebbe innanzitutto capire – spiega – quante vite americane il presidente sarebbe disposto a sacrificare in un eventuale conflitto. Ricordiamoci però che oltre il 70% degli americani è contrario a questo attacco. Possiamo quindi ragionevolmente sostenere che un'operazione di terra determinerebbe probabilmente la fine della parabola politica trumpiana. D'altra parte però, la politica estera americana negli ultimi mesi sembra essere sempre più schiacciata sulle posizioni di Israele, e Tel Aviv sarebbe molto più propensa ad un'azione di questo tipo. Sappiamo tra l'altro che il Mossad può contare su una fitta rete di agenti infiltrati nelle istituzioni iraniane, mentre l'Idf sta portando avanti bombardamenti di precisione nel Kurdistan iraniano, forse per preparare la strada ad una eventuale azione della popolazione locale. In altre parole, oggi non possiamo escludere a priori la possibilità che infine un'operazione di terra si verifichi”. 

 

Anche perché, conclude l'esperto: “Non si può attuare un cambio di regime con i soli bombardamenti aerei. Difficilmente gli strike permetteranno di fiaccare a sufficienza l'apparato securitario del Paese per spingere la popolazione a insorgere e prendere il potere, come richiesto dallo stesso Trump. Per un'operazione del genere, ripeto, è necessario avere soldati sul terreno. Ma l'impatto sarebbe devastante: l'Iran è un Paese di oltre 90 milioni di abitanti, militarizzato, nel quale i pasdaran hanno legami e informatori ovunque e con una componente non indifferente della popolazione molto a favore della Repubblica islamica.

Contenuto sponsorizzato
Contenuto sponsorizzato
Contenuto sponsorizzato
In evidenza
Economia
| 21 aprile | 19:58
Nell'ultimo Cda la Fondazione Milano Cortina avrebbe presentato un bilancio in rosso tra meno entrate e maggiori spese. Roberta de Zanna [...]
Cronaca
| 21 aprile | 19:04
Il 28 esploratore ha raggiunto il vulcano più alto del mondo sulla Cordigliera delle Ande dopo 166 giorni di viaggio, dopo aver attraversato [...]
Cronaca
| 21 aprile | 21:17
In una lettera inviata a il Dolomiti, cuoche, dipendenti e socie della cooperativa Risto3 denunciano come "Negli ultimi ci sia stata una [...]
Contenuto sponsorizzato
Contenuto sponsorizzato
Contenuto sponsorizzato