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| 26 maggio | 16:16

Di Gaza e di Israele, di Pro Pal e Pietro Nenni: se la sinistra italiana è sempre più populista ed estrema come si aiuta il progressismo a battere Netanyahu

Una riflessione a tutto tondo di Ermanno Arreghini invita la sinistra italiana a riprendere quel percorso tracciato a fine anni '60 anche dalla Sinistra per Israele: ''La madre di un carissimo amico e collega quando i quattro figli, tutti maschi, litigavano tra loro diceva 'chi ha più ragione la usi'. Era l’appello, nell’Umbria di molti anni fa, di una madre che cercava di insegnare ai propri figli di evitare sterili contrapposizioni, facendo leva su chi aveva più maturità e più intelligenza. Seguiamone l'esempio!''

Nenni e Golda Meir dal libro Nenni e Israele
di Redazione

TRENTO. Mentre infuria la polemica, soprattutto da sinistra con gli hater Pro Pal scatenati, dopo l'intervista di Erri De Luca a Israel Hayom (dove ha detto quel che dice da sempre e quindi: ''Sono un sionista e a Gaza non c’è nessun genocidio'' ribadendo che "per me il sionismo è il riconoscimento più semplice e basilare del diritto degli ebrei a una patria nazionale, a una difesa esistenziale e necessaria") e la sua prossima partecipazione a Writers Festival di Mishkenot Sha’ananim a Gerusalemme, pubblichiamo la lettera di Ermanno Arreghini medico, specialista psichiatria, che da oltre 30 anni svolge anche attività peritale in campo psichiatrico per il tribunale e la procura di Trento.

 

Arreghini, che nel 2001 consegue una seconda laurea in storia contemporanea con un particolare interesse, da sempre, per la storia politica e militare del medio oriente e dello Stato di Israele, vuol in qualche modo ricordare alla sinistra italiana da dove viene e che cos'era, prima di abbracciare il populismo più spiccio e che per ''tirare fuori'' Israele dall'impasse attuale e favorire un cambio di governo (perché lo ricordiamo sempre, Israele è una democrazia ed entro fine ottobre si andrà al voto forse addirittura con elezioni anticipate visto che il 20 maggio i parlamentari israeliani hanno votato la dissoluzione della Knesset, il parlamento unicamerale israeliano, a causa di una rottura tra il primo ministro israeliano e i partiti ultraortodossi o haredi, suoi alleati, sulla proposta di legge per l’esenzione dei giovani studiosi nelle yeshivot – le scuole rabbiniche – dall’esercito) boicottare un popolo intero (addirittura chi è ebreo a prescindere), soffiare sull'antisemitismoisolare tutti gli israeliani anche quelli che da anni manifestano in strada contro Netanyahu e la sua politica criminale di destra più destra non serve a niente se non a peggiorare le cose.

 

Se si vuole favorire un cambio di governo, al contrario, bisogna tenere saldo il filo con i partiti di opposizione e far capire loro che l'Europa e l'Italia non li hanno abbandonati per abbracciare l'antisemitismo e l'antisionismo. Erri De Luca non certo un uomo di destra. E' un uomo di sinistra che studia, che legge, che scrive, un intellettuale le cui opinioni sono, come sempre, condivisibili o meno ma certo è uno che sa entrare nella complessità delle cose. In Italia dal 1967 esiste un'associazione politica e culturale che si chiama Sinistra per Israele il cui scopo principale è promuovere il dialogo israelo-palestinese, sostenendo l'orizzonte "due popoli per due Stati" e opporsi all'antisemitismo, all'antisionismo e alle politiche della destra israeliana, difendendo al contempo la democrazia e il campo progressista in Israele.

 

Ermanno Arreghini scrive a titolo personale ma, esasperato dalla retorica Pro Pal e dagli orribili atti di antisemitismo visti il 25 aprile durante la Giornata della Liberazione, si inserisce in questo solco perché ''Chi ha più ragione la usi!''. 

 

 

L’IMPORTANZA DELLA STORIA

 

Assistiamo, qui in città, a svariate manifestazioni, non solo nelle strade ma anche attraverso l’esposizione di bandiere, di simboli, di murales, che vanno dalla disordinata richiesta di riconoscimento dello Stato di Palestina (senza specificare quale) al boicottaggio di farmaci (addirittura col patrocinio di alcune amministrazioni comunali) prodotti da un’azienda multinazionale israeliana, la Teva Pharmaceuticals, strategica per le forniture mediche anche del nostro territorio (e cosa fare allora della MediWound, azienda ugualmente israeliana, produttrice del rivoluzionario prodotto NexoBrid, utilizzato anche di recente sui ragazzi trattati al Niguarda e provenienti da Crans Montana con estese ustioni?). Assistiamo finanche ad espressioni di ostilità ampia e generalizzata verso qualunque emanazione, oggetto, soggetto, che abbia a che fare con Israele, fino alla iniziativa ormai prolungata di gruppi professionali impegnati contro il “genocidio” che sarebbe a loro detta perpetrato dagli Israeliani a Gaza, senza distinzione, ma anche contro la “guerra e contro il riarmo”.

 

Particolarmente deplorevole e rivoltante per le coscienze è stata poi la recente espulsione dalla manifestazione per il 25 aprile, in più città italiane, dei rappresentanti della Brigata Ebraica, che ha partecipato alla guerra di liberazione incorporata nell’8a Armata britannica che ha risalito la penisola sul lato Adriatico. Appare, innanzitutto, importante capire cosa significhi in questo momento, esprimere sostegno allo “Stato di Palestina”, visto che uno Stato palestinese non esiste e quindi non si comprende se queste manifestazioni siano indirizzate a favore di chi governa al momento la striscia di Gaza, vale a dire Hamas, oppure a favore di chi governa parte della West Bank, frammentata, dopo gli accordi di Oslo del 1993, in aree la cui amministrazione civile e di polizia dipende dall’Autorità Palestinese, segnatamente da Fatah, mentre altre aree sono controllate completamente da Israele che mantiene il controllo di sicurezza su tutto il territorio della Cisgiordania, con altre aree formalmente sotto il controllo amministrativo della Autorità Palestinese ma con la responsabilità sulla sicurezza affidata alle autorità israeliane.

 

Peraltro, in entrambe queste aree di autogoverno totale o parziale palestinese, non esiste alcuna struttura che possa assomigliare ad una democrazia rappresentativa nella quale viga lo stato di diritto. Non esiste un potere giudiziario indipendente, non esiste libertà di parola, non esiste libertà di dissenso e non si vota più dal 2006, delle ultime elezioni concesse ai 5 milioni di Palestinesi che, passivamente, subiscono la tirannide dei loro governanti, certamente non a causa dei diversi governi israeliani che si sono succeduti in oltre tre decenni ma per l’insipienza e per l’allergia a queste forme di organizzazione civile da parte dell’Autorità Palestinese.

 

D’altra parte, questo è anche il territorio, la cosiddetta West Bank, dove è più lacerata la coscienza degli Israeliani, soprattutto di quelli di sinistra, che si sentono sempre più ostaggio di 530.000 “coloni”, circa un ventesimo della popolazione del Paese, ma oggi al centro di violenze che ripugnano alle coscienze. A questo proposito, Pagine Ebraiche del 31 marzo 2026 ha riportato le parole del presidente dello Stato Isaac Herzog che risponde ad una lettera di rabbini della diaspora, condannando le aggressioni degli estremisti ebrei, di questi cosiddetti coloni, in Cisgiordania, definendole “reati gravi che colpiscono innocenti, minano lo stato di diritto e macchiano l’immagine morale del paese, all’interno e all’esterno”. Egli ha poi aggiunto, di questi episodi: “sono in netta contraddizione con i valori su cui si fonda lo stato di Israele; violare questi principi significa colpire le fondamenta stesse della nostra società”. Egli ha poi chiesto al governo e ai vertici della sicurezza di utilizzare ogni strumento per porre fine “a questo fenomeno inaccettabile”.

 

È poi del tutto oscuro se questi gruppi Pro Pal vogliano cooptare i 2 milioni di Palestinesi cittadini israeliani (in parte musulmani, ma anche cristiani ortodossi), che rappresentano il 21% della popolazione di Israele, che partecipano al sistema politico israeliano dal 1949 attraverso dei partiti regolarmente eletti (compreso uno che rappresenta una storica piattaforma comunista congiunta sia di ebrei sia di palestinesi) e che non hanno mai sostenuto la causa dei loro fratelli, che peraltro non votano per volontà della loro dirigenza, giova ripeterlo, dal 2006.

 

Non è nemmeno chiaro se i medesimi gruppi Pro Pal cerchino il sostegno, in una sorta di programma unitario, dei circa 6 milioni di palestinesi che vivono nella diaspora, 400,000 dei quali nell’Unione Europea, nella Gran Bretagna e negli Stati Uniti, che mai hanno manifestato la volontà di costituire uno Stato nazionale a fianco di quello israeliano né sono mai stati invitati a farlo dalle due Autorità Palestinesi che di fatto esistono dal 2007 e che, va ricordato, si sono combattute in una efferata e violenta lotta nel giugno del 2007, dopo le ultime, per così dire, elezioni della loro Assemblea. Ne ricordo solo l’epitome, degna di quanto accaduto il 7 ottobre del 2023, con la cattura da parte di Hamas di svariati membri di Fatah, tra cui Mohammed Sweirki, scaraventato di sotto, in strada, dal tetto di un edificio di quindici piani.

 

Ma, soprattutto, quando i diversi gruppi Pro Pal esprimono il loro livore contro Israele, con gravi responsabilità morali, trattandosi a volte di gruppi professionali con grande visibilità pubblica, come ad esempio medici del SSN, non è per nulla chiaro se si esprimano contro il governo in carica regolarmente eletto o contro tutti i cittadini israeliani. Da quanto si è visto nelle manifestazioni per la Liberazione il 25 aprile scorso, non è temerario dire che tali gruppi esprimono un odioso antisemitismo e basta. Non si coglie nemmeno che manifestino contro gli israeliani che hanno votato la maggioranza del Likud, oggi al governo con 32 deputati (sui 120 totali) alla Knesset, raggiungendo la maggioranza di 64 seggi in una coalizione con ortodossi ed estremisti messianici di destra.

 

A volte sembra, quando parlano di genocidio, che i sostenitori dello Stato, inesistente, di Palestina si esprimano contro le Forze di Difesa di Israele, le Tsva Hagana le-Yisra’el, forse non sapendo che esse non esistono in quanto organismo separato e professionale, ma che sono formate da tutti i cittadini maggiorenni che ne fanno parte, maschi e femmine, compresi cristiani e musulmani se intendono arruolarsi come volontari, impegnate a difendere il loro Paese sempre e comunque, esercitando il diritto di farlo ogni volta che esso è minacciato nella sua stessa esistenza.

 

Viene soprattutto da pensare, quando nei loro striscioni e proclami Israele diventa uno Stato fascista e genocida – concetto urlato in nome di un antifascismo e di una ideologia che purtroppo ora viene da Sinistra – che i diversi ProPal non conoscano la storia del movimento socialista sionista israeliano, che non abbiano mai visitato un kibbutz, che non sappiano che l’Unione Sovietica, nel 1948, è stata tra i primi Stati a riconoscere Israele e che gli Israeliani hanno combattuto la prima guerra arabo-israeliana del 1948 con armi in gran parte provenienti dalla Cecoslovacchia comunista. Che non conoscano i rapporti tra la sinistra europea, segnatamente quella italiana, e lo Stato di Israele prima dell’avvento al potere del Likud.

 

Soprattutto appare evidente come non abbiano interesse a solidarizzare con la sinistra israeliana, con chi cerca di costituire un’opposizione all’attuale odioso Governo Netanyahu, con chi è sceso in strada nel 2023 per opporsi alla riforma del potere giudiziario voluta proprio dal medesimo Governo Netanyahu che ne minacciava l’indipendenza e che tuttora non teme di manifestare apertamente, persino davanti all’abitazione del Primo Ministro di Israele, peraltro potendolo fare senza essere ammazzati da qualche Polizia Morale o dai pretoriani del potere e che non teme di interporsi, a protezione dei Palestinesi nella West Bank quando imperversano le squadracce dei “coloni”.

 

IL GENOCIDIO A GAZA

 

E ancora, quando si parla di genocidio da parte delle Forze di Difesa Israeliane, i ProPal paragonano forse quanto è accaduto a Gaza a quanto è accaduto nel ghetto ebraico di Varsavia tra l’aprile e il maggio 1943? Oppure in Ruanda nel 1994? Oppure a Srebrenica nel luglio del 1995, quando tutti i musulmani bosniaci dai dodici agli ottant’anni vennero massacrati e buttati nelle fosse comuni senza possibilità di resa, così come non è stato a Gaza? I genocidi non ammettono la resa delle vittime, ne ammettono solo la eliminazione sistematica, i genocidari non richiedono la restituzione di ostaggi in cambio di una resa, non richiedono alcuna resa.

 

La guerra di Gaza e i 75.000 morti tra la popolazione civile palestinese, forse anche di più secondo alcune stime del The Lancet (che calcola 42,000 violent deaths tra donne, anziani e popolazione di età inferiore a 18 anni), non sono state un genocidio, sono state un massacro, un carnaio, una ecatombe, termini che indicano qualcosa di diverso. Chi andasse ad Amburgo, nella chiesa di San Nicola, lasciata deliberatamente a rudere in memoria dell’Operazione Gomorra condotta dalle forze aeree alleate fra il 25 luglio e l’8 agosto 1943, durante la quale un bombardamento a tappeto ha devastato la città e arso vive 40.000 persone tra le quali 5000 bambini, leggerebbe non solo il ricordo di questo impressionante attacco aereo, ma leggerebbe anche, alla fine della placca commemorativa, la seguente frase: “la decisione degli Alleati di bombardare a tappeto Amburgo deve essere vista come la risposta a precedenti bombardamenti tedeschi. Le molte vittime, i feriti, i cittadini sfollati per il bombardamento ad Amburgo furono vittime delle politiche aggressive naziste, del tentativo dei nazisti di rendere la Germania una potenza mondiale e del modo barbaro con la quale essi scatenarono la guerra”.

 

La responsabilità del massacro a Gaza ricade moralmente sulla dirigenza palestinese e segnatamente su Hamas che ha deliberatamente utilizzato la popolazione civile in una politica cinica di riacquisizione di potere – in accordo con la dirigenza iraniana - davanti alle decisioni di svariati Paesi arabi, a partire dall’Egitto, nel 1977, dalla Giordania, nel 1994 e, per finire, da Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Sudan e Marocco, nel 2020, di intraprendere relazioni diplomatiche pacifiche con lo Stato di Israele.

 

Certamente il Governo Netanyahu non ha operato alcuna restrizione nelle regole di ingaggio né ha accompagnato l’azione militare con politiche che tentassero di coinvolgere organismi internazionali o azioni multilaterali a favore dei residenti della Striscia, residenti che hanno inneggiato al pogrom del 7 ottobre 2023. Ma tutto questo non equivale ad un genocidio ed è odioso l’uso di questo lessico verso un popolo che ha subito un vero genocidio, anche per mano delle nostre autorità, giova ricordarcelo, anche se l’abbiamo dimenticato e nelle scuole della Repubblica non lo si insegna.

 

L’AZIONE POLITICA IN LUOGO DELLA RETORICA

 

Gran parte della Sinistra di oggi dimentica il carteggio tra Pietro Nenni e Golda Meir, i rapporti antichi del partito comunista e dell’Unione Sovietica con lo Stato ebraico delle origini, prima della svolta craxiana degli anni ‘80 filo-OLP, avvenuta all’interno di una complessa condizione di politica internazionale che ha riguardato anche il nostro Paese. Le forze oggi all’opposizione, termine che pare iperbolico se confrontato con la loro inconsistenza allarmante, in Italia (mi riferisco al cosiddetto Campo Largo) non hanno alcuna cultura storica di Sinistra, non hanno alcuna radice storica di Sinistra, non conoscono nulla dell’ideologia originaria dei partiti storici della Sinistra, sostengono posizioni moralistiche e propagandistiche con un mismatch di istanze tra loro inconciliabili, scomunicando lo Stato di Israele senza cercarne le ragioni originarie e schierandosi con chi conculcherebbe i diritti dei propri cittadini se domani avesse il potere.

 

Se Israele è ora nel centro di una deriva nazionalista e conservatrice, che molta parte della popolazione israeliana avversa, è anche per gli atteggiamenti e le politiche dei paesi Europei e segnatamente del nostro, che hanno smesso di occuparsi seriamente di Israele, innanzitutto non conoscendone la complessa trama e non riconoscendone il nucleo profondamente democratico e rispettoso del diritto nonostante questo venga da una certa parte politica dimenticato, cosa reale e agli occhi di tutti, che sta accadendo tra l’altro anche nei paesi dell’Europa civilizzata, nel nostro in primis. Non è con l’antisemitismo e con il pressappochismo che si aiutano la pace e lo Stato di Israele oltreché quel che resta della dirigenza palestinese a cambiare, ma sostenendone le parti vitali, che sono fondamento del sionismo originario, a differenza della dirigenza palestinese che non ha mai ammesso lo stato di diritto e la libertà di espressione da parte della propria popolazione, fin dalla costituzione dell’OLP nel 1964.

 

Da ultimo, riporto quanto espresso il mese scorso da Yair Golan, Maggior Generale della Riserva, ex vice capo di Stato Maggiore delle Forse di Difesa Israeliane, presidente di Ha Demokratim – I Democratici, all’opposizione, eredi del partito laburista a cui si deve la fondazione dello Stato: “La lezione è chiara: le guerre che non vengono tradotte in accordi si trascinano in cicli infiniti…la guerra è a volte una necessità. Ma una leadership responsabile si misura dalla capacità di porvi fine. Di tradurre un risultato militare in una realtà di sicurezza stabile. Così hanno agito i leader di Israele in passato: determinazione, forza sul campo di battaglia, saggezza e iniziativa in campo diplomatico. La pace con l’Egitto non ha solo posto fine a un conflitto, ha cambiato il medio oriente…oggi in Israele c’è un governo che ha perso questa capacità. Un governo estremista e distaccato, che ha scelto la guerra perpetua. Invece di prendere l’iniziativa, si lascia trascinare; invece di decidere, perpetua i cicli di violenza…”.

 

Sarebbe auspicabile, quindi, che terminasse questa preoccupante espressione di superficiale movimentismo, categoria di romantico ideologismo più che di impegno politico; sarebbe auspicabile che cittadini che si presumono informati e responsabili improntassero anche la loro azione politica a serietà e non ad un dilettantismo che, a causa di un male gravissimo, l’ignoranza accompagnata da pregiudizio, accende un greve clima di antisemitismo, in ispecie da Sinistra, antisemitismo orribilmente in sintonia con quelli originari che hanno albergato e ancora albergano nel nostro Paese. E non mi riferisco solo a quello delle leggi fasciste del 1938.

 

Dunque: “Chi ha più ragione la usi!”. È un’espressione che usava la madre di un carissimo amico e collega quando i quattro figli, tutti maschi, litigavano tra loro. Era l’appello, nell’Umbria di molti anni fa, di una madre non certo cresciuta nell’intellettualità dell’Accademia, ma estremamente intelligente e saggia. Cercava di insegnare ai propri figli a evitare sterili contrapposizioni, facendo leva su chi aveva più maturità e più intelligenza (questo il significato del termine ragione alla quale si appellava, la ratio latina). Seguiamone l’esempio!

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