Israele riconosce il genocidio armeno e frena sugli F-35 alla Turchia: cresce la tensione tra i due Paesi. L'analisi: "Energia e difesa dietro la nuova grande rivalità in Medio Oriente"
Le relazioni tra Turchia e Israele sono sempre più tese: dalla sicurezza all'economia, dall'energia alle partite politiche interne, l'analisi di Sara Isabella Leykin (Ispi) a il Dolomiti

TRENTO. Mentre in Medio Oriente l'attenzione è concentrata in questa fase sul riacutizzarsi dell'escalation militare tra Stati Uniti, Israele e Iran, sul fronte politico, economico e diplomatico sta emergendo con forza una nuova rivalità regionale – che proprio per Washington potrebbe rappresentare un problema non da poco. Le relazioni tra Turchia e Israele sono infatti ai minimi da anni a questa parte, con entrambi i Paesi – il primo membro della Nato, il secondo il maggior alleato militare e politico degli Stati Uniti nella regione – impegnati in una escalation retorica che nasconde una più ampia tensione di natura strategica, nella quale convergono tanto interessi energetici quanto le rispettive priorità di difesa.
A spiegarlo a il Dolomiti è Sara Isabella Leykin, junior research fellow di Ispi con un focus su Israele e il Mediterraneo orientale, che sottolinea come in definitiva la fase attuale possa rappresentare un momento spartiacque nel rapporto storicamente altalenante tra i due Paesi. Ma procediamo con ordine.
Innanzitutto, l'ultimo scontro tra Ankara e Tel Aviv si è registrato la scorsa settimana, dopo il riconoscimento da parte del governo israeliano del genocidio armeno. Si tratta di un tema da sempre tabù per le autorità turche, che negano che i massacri perpetrati a partire dal 1915 contro la popolazione armena nell'allora Impero Ottomano costituiscano un genocidio – nonostante l'ampio consenso della comunità storiografica e il riconoscimento da parte di numerosi Stati e organismi internazionali. Il riconoscimento da parte israeliana – in attesa di ratifica da parte della Knesset – arriva dopo anni di accuse da parte del presidente turco, Erdogan, che da tempo parla di genocidio in riferimento agli attacchi israeliani a Gaza dopo il 7 ottobre 2023.
“Sul fronte domestico – spiega Leykin – Tel Aviv e Ankara sono ormai raccontati rispettivamente come i più grandi avversari nella regione. Principalmente si tratta di comunicazioni ad uso interno, diciamo, con uno scopo politico più che strategico. Vista la fase di instabilità attuale però, se questa escalation dovesse continuare sarebbe difficile immaginarne le conseguenze”.
Rimanendo alle ultime settimane, scrive l'Economist, le autorità israeliane hanno dichiarato che la Turchia rappresenta oggi una delle maggiori minacce nella regione per il Paese, superando l'Iran – un'idea ormai sempre più diffusa anche nella società israeliana. Dall'altra parte, il presidente turco ha parlato dei recenti attacchi di Tel Aviv in Libano e Siria come di una “minaccia” diretta per Ankara, mentre in giugno il ministro degli interni ha dichiarato di sperare di diventare in futuro il governatore di Gerusalemme, delineando una visione neo-imperialista per quanto riguarda le aree mediorientali un tempo sotto il controllo ottomano.
Il quadro politico nel quale accuse e contro-accuse si inseriscono è chiaro: il premier israeliano Benjamin Netanyahu dovrà affrontare le elezioni nazionali in ottobre, alle quali si presenterà come “l'uomo forte” in grado di gestire quello che viene presentato come un contesto di molteplici minacce per Israele nella regione – compresa, evidentemente, la Turchia. Allo stesso modo, per Erdogan la questione israelo-palestinese rappresenta una leva politica per consolidare il consenso interno – e distogliere l'attenzione dalle grosse difficoltà economiche che il Paese attraversa.
“Le tensioni però – continua l'esperta di Ispi – hanno anche una chiara dimensione militare in Siria, dove sia Tel Aviv che Ankara mantengono delle truppe e hanno obiettivi di difesa fondamentalmente incompatibili. Parlando di difesa, uno degli altri punti di attrito è legato al programma degli F-35, i più avanzati velivoli militari americani, dal quale la Turchia era stata esclusa durante il primo mandato di Trump. Oggi l'amministrazione Usa sembrerebbe intenzionata a fornire alcuni di questi mezzi a Erdogan, il che minerebbe alla base la superiorità aerea di cui oggi Israele, unico Paese nella regione in possesso degli F-35, gode". Sul tema è intervenuto negli scorsi giorni il premier israeliano, che alla Cnn ha parlato del governo turco come di un “regime infestato dai Fratelli Musulmani, che odia gli Stati Uniti”.
A livello politico, in altre parole, i toni sono sempre più tesi anche se, spiega ancora Leykin, non si tratta di una vera e propria novità: “Il rapporto tra i due Paesi è tradizionalmente altalenante. Entrambi rappresentano, insieme all'Iran, i più importanti attori non arabi nella regione mediorientale. Tel Aviv e Ankara hanno vissuto momenti di riavvicinamento in particolare negli anni '90, arrivando anche ad organizzare esercitazioni militari congiunte, e altri di grande crisi. Negli ultimi 15 anni circa, abbiamo assistito a diverse fasi di deterioramento nei rapporti bilaterali, determinate per esempio dalla svolta via via più islamista impressa alla politica turca da Erdogan, dall'abbordaggio israeliano della Gaza Freedom Flotilla nel 2010 (nella quale nove cittadini turchi furono uccisi dalle forze armate israeliane) e, soprattutto, dalla guerra a Gaza”.
“In passato però – continua l'esperta – alle fasi di tensione seguiva spesso un ammorbidimento delle posizioni, in particolare da parte delle autorità israeliane. Tra il 2010 e il 2016 abbiamo visto, per esempio, diversi tentativi di distensione da parte di Netanyahu nei confronti di Erdogan, portando anche a delle scuse ufficiali per quanto accaduto alla Gaza Freedom Flotilla. Oggi la grande differenza rispetto al passato è che nessuna delle due parti sembra intenzionata a impegnarsi per un riavvicinamento, anzi”.
Nei mutati assetti regionali seguiti, in particolare, all'inizio della guerra all'Iran infatti, i punti di rivalità tra i due Paesi sono emersi con sempre più forza. Uno di questi è legato proprio al futuro di Teheran: il collasso della Repubblica Islamica è una prospettiva preoccupante per Ankara per diverse ragioni – a partire dalle conseguenze sul fronte delle forniture energetiche fino alla gestione di un'eventuale crisi di rifugiati al confine orientale. Ancor più preoccupante sarebbe però la sostituzione del regime degli ayatollah con uno favorevole a Israele, il cui supporto ai gruppi armati curdi in Iran, Iraq e Siria è un altro dei fattori di destabilizzazione percepiti dalle autorità turche.
“L'escalation che stiamo osservando va però oltre le sole questioni securitarie – spiega ancora Leykin – e riguarda in particolare l'ambito energetico ed economico. Entrambi i Paesi aspirano infatti a diventare i maggiori partner europei nell'ambito delle forniture energetiche, degli hub logistici sul cui territorio si trovino gli snodi di interconnessione chiave con Bruxelles. È in questo contesto, per esempio, che si inserisce la rivalità tra Turchia e Cipro: esiste infatti una progettualità per collegare direttamente Israele e Italia per la fornitura di gas naturale, passando per Cipro e per la Grecia e bypassando così la Turchia, che può invece contare sulle pipeline che partono dal Caucaso e in particolare dall'Azerbaigian”.
La stessa Baku si inserisce infatti in questo contesto: “L'Azerbaigian è alleato di entrambi i Paesi, con una particolare affinità con la Turchia da un punto di vista storico e culturale e una stretta cooperazione con Israele nell'ambito energetico e della difesa. Proprio questa relazione tra Tel Aviv e Baku era stata una delle ragioni per le quali, fino alla scorsa settimana, Israele non aveva ancora riconosciuto il genocidio armeno, vista la posizione del governo azero allineata con quella della Turchia sulla questione”.
Il paradosso, conclude però l'esperta, è che oggi – nonostante un embargo annunciato negli scorsi anni dalla Turchia – le relazioni economiche tra i due Paesi rimangono fortissime: “Dopo il 7 ottobre la reazione turca agli attacchi israeliani è stata una delle più dure. Ankara ha più volte accusato Israele di genocidio a Gaza, appoggiando la causa presentata dal Sud Africa alla Corte internazionale di giustizia. Erdogan sta delineando una postura, a livello internazionale, più muscolare e sul fronte interno entrambi i Paesi si presentano a vicenda sempre di più come il prossimo rivale strategico. In questo momento è molto difficile immaginare una escalation che possa presentare anche una dimensione militare, visti i rapporti economici tra i due Paesi e la rispettiva relazione con gli Stati Uniti. Proprio la presenza di un'amministrazione Usa imprevedibile come quella di Donald Trump, però, rende impossibile fare previsioni”.












