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| 23 giugno | 21:15

Tra calcio e identità, il caso della Bosnia-Erzegovina: “Bandiere rimosse e proiezioni bloccate. Ma il bello di tifare la nazionale è che non esclude le altre comunità”

In un intervento pubblicato sull'Osservatorio Balcani e Caucaso Transeurope, lo storico bosniaco e croato Dragan Markovina riflette sul ruolo della nazionale in un Paese nel quale alla grande festa dei Mondiali – ai quali la Bosnia-Erzegovina è arrivata eliminando l'Italia – si accompagnano tensioni con profonde radici storiche

Foto BiHFootball da X
Foto BiHFootball da X

TRENTO. Quando si parla dei Mondiali, non si parla mai solo di calcio. La più importante manifestazione sportiva al mondo è un momento nel quale i sentimenti nazionali sono giocoforza in primo piano, con ripercussioni politiche (e non solo) che vanno ben al di là dei soli risultati sul campo. Ne sappiamo qualcosa in Italia, dopo il “luttocollettivo seguito alla terza esclusione consecutiva dalla competizione. E, per ragioni ben più profonde, in Bosnia-Erzegovina questo intreccio tra calcio, politica e identità assume contorni più complessi: così alla qualificazione – arrivata proprio contro gli Azzurri – e ai pimi match si accompagnano oggi tensioni con tragiche radici storiche.

 

È su queste basi che lo storico bosniaco e croato Dragan Markovina ha scritto una lunga riflessione, pubblicata su Osservatorio Balcani e Caucaso Transeuropa, con un messaggio finale chiaro: la nazionale di calcio, in Bosnia Erzegovina, è “un toccasana” per la società bosniaco-erzegovinese, nonostante diversi episodi avvenuti negli scorsi giorni: “In alcune località della Bosnia Erzegovina – sottolinea – le autorità locali, croate e serbe, hanno rimosso le bandiere del paese e impedito le proiezioni pubbliche delle partite della nazionale di calcio bosniaco-erzegovese. Ma contrariamente ai suoi detrattori, la nazionale bosniaca non esclude le altre comunità”.

 

“Quanto sta accadendo in Bosnia-Erzegovina relativamente ai Mondiali di calcio – continua – e ai risultati della nazionale bosniaco-erzegovese rispecchia perfettamente la totale distruzione interna, ma anche tutta la bellezza di questo paese e tutto quello che potrebbe essere in un mondo migliore. Per quanto riguarda il primo punto, mi riferisco alla politica ufficiale della Republika Srpska, che ha fatto di tutto per assicurarsi che nessun serbo facesse parte della nazionale della Bosnia Erzegovina. Penso anche alle azioni dei comuni governati dall'Unione democratica croata della BiH (HDZ BiH) in alcune aree sensibili e multietniche, dove si è deciso di vietare le fan zone e di rimuovere le bandiere [della Bosnia-Erzegovina] esposte lungo le strade. È quanto accaduto a Novi Travnik, Vitez e Čapljina”.

 

Un ulteriore aspetto negativo, continua lo storico, strettamente legato al primo, riguarda una vera e propria “guerra dei simboli e delle bandiere e la polemica che l'accompagna”. “I nazionalisti croato-bosniaci – continua Markovina – sostengono che tiferebbero sicuramente per la nazionale bosniaco-erzegovese se per le strade non ci fossero così tante bandiere della Repubblica di Bosnia Erzegovina, quelle con i gigli, che turberebbero i tifosi croati facendo riemergere i traumi della guerra”. Il riferimento è infatti al vessillo dell'entità nata nel 1992, adottato dopo l'indipendenza e oggi spesso associato alla componente bosgnacca della società bosniaca.

 

“Quando al secondo punto – continua lo storico – non possiamo ignorare il fatto che, nonostante tutti i tentativi per minarne la credibilità, la dirigenza della Federcalcio, lo staff tecnico e la nazionale della Bosnia-Erzegovina davvero rappresentano tutti i cittadini del Paese, ed evidentemente respirano come se condividessero una sola anima. Questo fatto e questo sentimento sono stati riconosciuti da molti in BiH, nell'area post-jugoslava e nel mondo. Infine, la partecipazione ai Mondiali ha risvegliato la speranza utopica che una Bosnia-Erzegovina diversa sia possibile”.

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