Turisti allo stadio, squadre "spostate" nelle grandi città, fondi d'investimento alla guida dei club: l'americanizzazione dello sport italiano è già oltre il punto di non ritorno?
Il processo di americanizzazione di calcio e basket in Italia e in Europa procede a ritmi spediti grazie anche ai fallimenti di un modello di business sportivo, quello tradizionalmente legato al Vecchio Continente, non più al passo coi tempi. È una buona notizia? Qualche spunto di riflessione nel pieno di Finali NBA e Mondiali di calcio, anche questi sempre più desiderosi di trasformarsi da "semplice evento sportivo" a momento di puro entertainment

TRENTO. C'è una grande trasformazione in corso: l’americanizzazione dello sport italiano ed europeo. L'espressione forse banalizza il concetto, ma il processo non è solo questione di proprietà straniere nei club di Serie A di calcio o di basket.
Siamo nel pieno di un cambio di paradigma: dallo sport come espressione di comunità, identità locale e passione "popolare" ci stiamo spostando verso un modello in cui lo sport viene vissuto e interpretato come un prodotto di intrattenimento premium, orientato al profitto, ai brand internazionali e alle (presunte o reali) “experience” per turisti danarosi.
Il vecchio modello del patron che buttava milioni (spesso a perdere) per amore della maglia (o dei suoi interessi privati) aveva i suoi limiti evidenti, e le crepe mostrate erano da tempo drammatiche: bilanci in rosso, instabilità, crack finanziari. Il "nuovo modello" americano porta managerialità, capitali freschi e visione globale. Ma a quale prezzo?
MODERNITA’, SOSTENIBILITA’.
Se l’analisi si concentrasse unicamente sull’aspetto economico, non sarebbe sbagliato vedere l’arrivo del vento americano come una boccata d’ossigeno salvifica: che il sistema dello sport italiano ed europeo faccia acqua da tutte le parti sul fronte della sostenibilità economica è, ahinoi, un dato di fatto. Non sorprende vedere proprietà e storici patron di club anche di primo, primissimo piano, che mollano la presa: scelta più che legittima, considerano i costi esorbitanti richiesti per competere in un panorama sportivo sempre più esigente sotto tutti i punti di vista.
Nella Serie A di calcio, mercato leader dello sport in Italia se ce n’è uno, otto club su venti hanno proprietà o co-proprietà statunitensi: con il Bologna, il cui proprietario di riferimento è canadese, si sfiora la metà delle squadre a tinte nordamericane.
Investitori che non arrivano nel Belpaese per l’amore del pallone, o per “giocare” a fare i mecenati romantici, ma con l'obiettivo di trasformare squadre sportive in veri e propri brand, aziende, industrie. Cioè in entità che generano profitti, o che possano se non altro essere rivendute a cifre più alte in futuro accrescendo il proprio valore.
Questo come primo effetto porta nel “sistema” soldi freschi e know-how manageriali un tempo rarissimi: si investe in infrastrutture e Academy giovanili, si cerca profitto con la diversificazione dei ricavi e almeno per quanto riguarda il calcio anche dalle acque insidiose del calciomercato. Non solo, i soldi si possono fare (e qui la faccenda si fa seria) anche trasformando la partita allo stadio o al palazzetto in un vero e proprio “evento” in cui le parole chiave sono hospitality, merchandising, “food&beverage”.
Nel basket l’arrivo di proprietà straniere, anche qui non sorprenderà incontrare molti americani, a volte si lega perfino a un cambio di scenario “letterale”: lo sanno bene a Cremona, con il patron Vanoli che ha alzato bandiera bianca e ceduto il club ad un fondo di investimento che ha tra i suoi azionisti vari imprenditori americani, l'ex allenatore Nba Don Nelson e anche la stella dei Lakers Luka Dončić. La prima mossa della nuova proprietà è stato spostare il club dal PalaRadi di Cremona, non esattamente un'arena indimenticabile (non ce ne vogliano gli amici lombardi), alla magnificente capitale del Paese, Roma: operazione spinta mediaticamente da uno storytelling epico e manovra autorizzata senza battere ciglio da Legabasket e Fip.
Ogni caso tra quelli citati naturalmente è unico e inimitabile (più o meno), ma a grandi linee il riassunto comune a tutte queste realtà (dal calcio al basket) potrebbe essere questo: il vecchio sistema non regge più di fronte alla finanza globale, e il nuovo sembra più maturo e sostenibile nel lungo termine grazie al potenziale afflusso di capitali enormi e visibilità globale.
CLUB COME BRAND, TIFOSI COME CLIENTI.
Il rovescio della medaglia forse è meno visibile, ma di certo ben percepibile. Intanto non passa in secondo piano la transumanza dei capitali verso le grandi città. Cremona nel basket è stata la prima ma potrebbe non essere l’ultima (a Trieste, città con lunghissima tradizione cestistica e una base record di 4.000 abbonati si sta vivendo una situazione che potrebbe portare a un epilogo analogo).
D’altronde nella visione “americanizzata” la grande città è cruciale: non solo per il coinvolgimento di sponsor e partner locali, ma anche per poter attrarre un gran numero di clienti al palazzetto, o allo stadio. Clienti, non tifosi. Spettatori, non appassionati. Ecco perché i 4 mila abbonati di Trieste tutto sommato "pesano" poco in quest'ottica: se “la partita” è per chi la ama, la sente e la cerca, “l’evento” è per tutti. A patto di avere tasche profonde, si intende: gli stadi e i palazzetti si trasformano così in luoghi di experience.
Hospitality di lusso, biglietti premium, prezzi pazzi. Un certo tipo di pubblico viene accompagnato alla porta, più o meno gentilmente e più o meno a ragione, a favore di un parterre più turistico e internazionale, meno radicato. Regolamentazioni e costi proibitivi rischiano di tenere lontane perfino le sempre citate famiglie: qualche ultrà in meno e qualche "passante" in più negli stadi non è per forza di cose un male, ma è chiaro che il Dna dello sport stia cambiando in maniera profonda.
“San Siro – si leggeva l’anno scorso di questi tempi su Milan News - ormai è una cattedrale gelida e grigia, sempre più fredda e disinnamorata di quello che si vede nel corso della partita, ma anche poco partecipe a ogni stimolo profuso dagli speaker. Le formazioni non sono più ‘urlate’ come prima, con tanti cognomi dei giocatori che cadono nel vuoto, i tifosi stranieri sono sempre di più”. Secondo La Gazzetta dello Sport, in molte partite la “quota” di turisti stranieri alle partite del Milan a San Siro (per l'Inter il discorso è simile) si accaparrano ormai poco meno del 50% dei tagliandi in vendita. Per quanti abbonati ci siano, si parla comunque di migliaia di spettatori, che peraltro ad un club fanno guadagnare molto di più al botteghino rispetto ai supporter storici.
Difficile evitare gli inglesismi per raccontare questo fenomeno ormai in pieno sviluppo. Meno radicamento nella comunità, più storytelling globale. Tutto il resto è secondario: il risultato sportivo conta ma non è un'ossessione o un requisito fondamentale per il benessere del club, e il resto si annacqua pericolosamente. La rivalità cittadina, il legame identitario tra squadre e comunità di quartiere o di provincia, la possibilità per una piccola realtà di sognare in grande.
Negli Usa, qualcuno potrebbe obiettare, il legame identitario tra squadre sportive e comunità è forte e ramificato, a partire dalle squadre liceali e passando per Università e poi le franchigie delle varie leghe professionistiche: ma i modelli sono davvero comparabili?
Cosa succederà se o quando gli investitori stranieri nello sport italiano non vedranno i ritorni economici sperati? Il dibattito è aperto, ma il tempo stringe. Tifosi, istituzioni, leghe e investitori devono trovare un equilibrio. Ben venga uno sport più professionale e sostenibile: per quando raggiungerà quell'obiettivo però potrebbe già essere diventato irriconoscibile.












