Lo sport non basta più a sé stesso: le scommesse possono minare l'integrità delle competizioni e trasformare completamente il Dna dei tifosi? Forse lo hanno già fatto
Sguardo largo sul mondo delle scommesse sportive tra numeri impietosi, devastanti impatti sociali e leggi "aggirate". Lo sport italiano (calcio in primis) si trova di fronte ad un dubbio atavico: cosa fare al cospetto della crescita tumultuosa del betting online? La risposta scelta dal "sistema" è abbastanza evidente: monetizzare

TRENTO. “C’è un problema? Monetizziamolo”. Nel 2026 questo tipo di mantra non sorprende, figurarsi se possa indignare. Il rapporto tra sport e gioco d’azzardo però è complicato e paradossale: fino a solo qualche anno fa si considerava fondamentale tenere lo sport il più lontano possibile dalle scommesse, ma oggi le due entità stanno diventando sempre di più un unico intricato groviglio di interessi, denaro e potere nel quale la parola integrità quasi non trova più luce e ossigeno.
Prendiamola larga: per molte, moltissime persone le scommesse sportive sono un semplice passatempo, un'inoffensiva scarica di adrenalina ogni tanto. Ma per una quota non trascurabile di giocatori, le app di betting possono trasformarsi in una trappola letale.
Gli effetti sono noti, e impressionanti: dipendenza patologica, debiti che distruggono famiglie, violenze domestiche, depressione, una maggiore tendenza al suicido. L’Associazione Libera ha calcolato che ogni giocatore patologico – categoria che in Italia sfiora secondo le ultime stime il milione e mezzo di persone - "rovina la vita ad altre sette persone della sua cerchia familiare".
I sintomi sono quelli di una piaga sociale, economica e antropologica che a ben vedere non ha nulla da invidiare alle peggiori dipendenze. Possibile che alimentare questo dramma convenga a qualcuno?
NUMERI E IPOCRISIE.
I numeri aiutano a dare consistenza al fenomeno con cui stiamo facendo i conti: sempre secondo i dati raccolti dall'Associazione Libera, la raccolta del gioco d'azzardo in Italia nel 2025 ha raggiunto i 164,6 miliardi di euro. È una cifra talmente enorme da perdere significato, cresciuta a ritmo costante raddoppiando nel giro di appena 12 anni.
Significa che in Italia si arriva, in un anno, a una spesa media di circa 2.800 euro per abitante, neonati compresi. Il confronto europeo è impietoso: in Germania la spesa media è di circa 200 euro, in Francia e in Spagna intorno ai 220 euro. La differenza è abissale.
Ecco perché con sempre più insistenza calcio (e ora anche basket) stanno battendo cassa al governo: FIGC e FIP chiedono di avere una piccola percentuale (tra lo 0,5% e il 2%) della raccolta delle scommesse sportive legate a calcio e basket. Secondo i dati contenuti del Report della FIGC che fa una panoramica sull’economia del pallone, tra il 2000 e il 2024 la raccolta delle scommesse sportive in Italia è cresciuta di oltre 30 volte, passando da 730 milioni a 22,8 miliardi.
La raccolta specifica sul calcio, disponibile dal 2006, è aumentata in 19 anni di quasi 8 volte (da 2,1 a 16,1 miliardi). Insomma, anche una piccola percentuale ammonterebbe a un tesoretto niente male per le casse di una Federazione alle prese con mille problemi e poche idee ben confuse.
Al primo posto dei desiderata però c'è naturalmente la cancellazione del Decreto dignità che dal 2018 (in teoria) vieta a club e leghe di stringere rapporti di sponsorizzazione con aziende di scommesse. Nella realtà dei fatti questi paletti sono stati già ampiamente aggirati ove non dileggiati (il main sponsor dell'Inter è Betsson Sport, che si presente come "brand di infotainment sportivo").
E basta accendere la tv prima di una partita o di un grande evento sportivo per essere letteralmente bombardati di informazioni a tema scommesse, tra quote, suggerimenti, focus statistici e simili. Betting camuffato. Per non parlare degli spot con grandi ex giocatori in bella vista come testimonial (ben remunerati) di siti “.news” o “.sport”: insomma, pur con tutti i limiti e le leggi del caso, il legame finanziario tra sport e mondo delle scommesse c'è ed è già abbastanza profondo. Il motore è acceso, vogliamo davvero premere sull'acceleratore?
LA LEZIONE (?) DEGLI USA.
A farci propendere per la cautela c’è il preoccupante esempio degli Stati Uniti, dove dal 2018 a oggi le cose sono letteralmente precipitate (non solo quando si parla di sport e betting, ad onor del vero). In ogni caso, quanto avviene negli USA colpisce proprio perché il modello americano di sport e business è un punto di riferimento mondiale assoluto, in primis grazie al traino delle grandi leghe nazionali come NBA, NFL e NBL: dall'equilibrio competitivo all’iconico prodotto televisivo, dall'economia alle strutture, dal marketing al campo.
Tra gli elementi che hanno contribuito all’inceppamento (se non altro “morale”) del sistema sportivo americano c’è senza dubbio la “gambling epidemic” che negli ultimi 8 anni ha letteralmente travolto la società statunitense: la Corte Suprema infatti nel 2018 ha annullato la legge federale che proibiva le scommesse sportive in quasi tutti gli Stati. Una decisione che ha dato il via libera ai singoli Stati di poter decidere se e come liberalizzare (e tassare) il betting. Oggi gli Stati dove si può scommettere legalmente sullo sport sono 39, nel 2025 secondo l'American Gaming Association la raccolta delle scommesse sportive è stata di 167 miliardi di dollari.
Una pervasività agevolata dalla diffusione, fin da quando ancora scommettere era vietato, dalle app di Fantasy Sports che hanno contribuito a far credere a milioni di giovani americani che le scommesse sullo sport (e pure gli stessi Fantasy Sports) fossero una questione di skill, di conoscenze e di capacità piuttosto che di fredda e insensibile statistica. Queste app iper-ottimizzate e costruite bit per bit dagli sforzi di centinaia di ingegneri, scienziati ed esperti hanno creato ambienti perfetti per “ingabbiare” gli scommettitori, ritagliati su misura per massimizzare i guadagni da ogni singolo utente.
Un impero che mentre cresceva coinvolgeva e legava a sé campionati e “sistema”: quasi tutte le leghe e le squadre hanno sponsor con app di sommesse, accordi milionari che stanno facendo emergere qualche crepa anche nell’integrità del gioco stesso.
E nel giro di qualche stagione hanno cominciare a fare capolino vari scandali più o meno devastanti: tra i più compromettenti, quello legato al mondo del basket americano che portato nel novembre 2025 all’arresto di decine di persone. L’ex giocatore e assistant coach NBA Damon Jones ha ammesso di aver venduto informazioni riservate su infortuni e status di giocatori (tra cui LeBron James) per favorire scommesse; il capo allenatore dei Portland Trail Blazers e grande ex giocatore Chauncey Billups è finito nei guai per aver partecipato a un giro di poker truccato con legami mafiosi; e la guardia dei Miami Heat Terry Rozier è indagato per aver fornito dritte sulle sue “possibili” prestazioni per poter controllare esiti e profitti delle puntate.
Altrettanto controversa (ma un po' meno nota dalle nostre parti) la scelta della superstar globale Giannis Antetokounmpo, che nel febbraio 2026 è diventato il primo giocatore NBA in attività a investire direttamente in Kalshi, una delle principali piattaforme di prediction market. Non è difficile capire perché questa decisione, peraltro presa alla luce del sole, abbia sollevato parecchie perplessità nel merito e nel metodo, visto che è arrivata poco dopo un "market" sulla piattaforma che scommetteva proprio sul suo futuro avvicinandosi il termine della finestra per gli scambi di giocatori in NBA.
I tanto celebrati media americani come raccontano tutto questo? Ecco, un punto critico del modello USA attuale è proprio la “complicità” dei media, con le principali emittenti del Paese a loro volta sommerse dai milioni di dollari di sponsorizzazioni dei giganti del betting. Su ESPN o TNT scorrono le quote delle partite, gli stessi telecronisti le ricordano e le aggiornano durante le partite, ogni pausa pubblicitaria martella il messaggio. È il più pericoloso dei circoli viziosi: se tutti ci guadagnano, nessuno ha interesse a fermarsi.
TIFOSO E FUTURO.
Una volta di più, è giusto ribadirlo: Unione Europea e Italia hanno (per il momento) sistemi di tutela che per fortuna ci mettono abbastanza al riparo dal "tornado" USA (e non apriamo nemmeno il capitolo prediction market, anche se il recentissimo accordo Lazio-Polymarket meriterebbe un approfondimento a sé stante).
Le scommesse non possono ancora riguardare qualunque cosa, la pubblicità è regolamentata e arginata. Eppure qualche effetto deleterio dell’universo betting si comincia a percepirlo, e nitidamente.
D’altronde il tifoso è visto sempre di più come un asset estrattivo da cui guadagnare: non è una persona da emozionare, è un cliente, un portafoglio da spremere. Allo stadio, ma anche dal divano di casa. "Chiedendo parte del ricavato del betting, lo sport pretenderebbe di essere finanziato dalla una patologia dei propri tifosi", sostengono le associazioni più combattive. Una visione estremista? Forse.
"Nell'ultima giornata di campionato abbiamo assistito sostanzialmente a 10 partite inutili. Non c'era un solo motivo per guardare la Serie A che non fosse il fantacalcio o le scommesse. Siamo arrivati a questo", ha detto l’altro giorno tra il serio e il faceto Fernando Siani sulla seguitissima pagina social Cronache di spogliatoio commentando il terribile 0-0 tra Milan e Juventus e più in generale la bassa qualità del gioco offerta dalle squadre italiane.
Siamo davvero arrivati a questo punto? C'è bisogno di adrenalina extra per seguire e vedere lo sport? In parte già con l'esplosione del fantacalcio questa mentalità è già radicata: ma la scommessa sposta il limite ancora più in là. A club, broadcaster televisivi, federazioni e giocatori sta bene così? Se per trovare questa risposta occorre controllare il conto in banca, se la bellezza e l'essenza dello sport "da sole" non bastano più, allora abbiamo già perso.












