Il tornado Ncaa spaventa il basket italiano a suon di milioni: per molti è un dramma, ma Crespi e la sua Trento in questa rivoluzione vedono una grande opportunità. Ecco perché
Complice la rivoluzione del torneo dei college Usa si è innescata un'inedita fuga di talenti dai campionati nazionali verso i contratti milionari delle università americane, che vede in prima linea anche due grandi ex Trento come Quinn Ellis e Saliou Niang. Il direttore della Dolomiti Energia Basketball Academy Marco Crespi: "Di fronte ai cambiamenti bisogna studiare, capire e adattarsi. Altro che problema: potenzialmente siamo di fronte ad una grande opportunità"

TRENTO. Il basket italiano in questo periodo è talmente debole e malridotto da essere spaventato anche da una brezza di vento: figuriamoci quando vede all’orizzonte un tornado in rapido avvicinamento.
Dal punto di vista sportivo e mediatico quella che sta travolgendo la pallacanestro italiana e che viene raccontata come una sventura ineluttabile e implacabile è la “grande fuga” di giovani talenti azzurri verso il campionato universitario statunitense, la NCAA.
Quinn Ellis e Saliou Niang, tanto per nominare due che a Trento hanno lasciato il segno, dopo una stagione di Eurolega rispettivamente a Milano e Bologna, sono in procinto di salpare verso il Nuovo Mondo dove c’è chi non vede l’ora di ricoprirli di soldi (si parla di contratti che superano abbondantemente i 2 milioni di dollari netti). Lo stesso viaggio (per cifre inferiori ma pur sempre notevoli) lo faranno molti altri ragazzi italiani tra i 20 e i 23 anni che stanno per chiudere la propria stagione in Serie A (oltre ai già citati ex Trento ci sono anche David Torresani di Treviso, Luca Vincini di Sassari, Matteo Librizzi e Elisèe Assui di Varese, e la lista è destinata ad allungarsi).
Se una volta il college veniva considerato una (eventuale) tappa di passaggio tra il basket giovanile e quello professionistico, oggi la NCAA ha saputo costruirsi un ruolo di alternativa (e di concorrente) ai principali campionati europei attirando giocatori anche già formati e affermati tra i “pro”, arrivando ad avere un impatto persino sul mercato dei giocatori NBA, lega che non ha di fatto mai avuto rivali in tempi recenti sul piano strettamente economico.
Ma questi cambiamenti in atto sono davvero così dannosi per il basket italiano, europeo, mondiale? Beh, diciamo che nel basket come nel resto del mondo, i cambiamenti spesso sono devastanti per chi non li ha previsti, per chi non li sa valutare, per chi li usa come una scusa per piangersi addosso e restare lo stesso di sempre.
NCAA, NIL E RIVOLUZIONE: DI CHE COSA STIAMO PARLANDO.
La location di questa rivoluzione non poteva che essere l’America, la terra dei liberi, dei sogni e dei colpi di scena hollywoodiani. In pochi mesi tutto quello che conoscevamo del college basketball è stato cancellato con un colpo di spugna, o in questo caso a colpi di sentenze della corte suprema. E così si è chiuso (forse per sempre) un secolo di dilettantismo, di basket a metà strada tra il giovanile e l’amatoriale – considerando che il 99% dei giocatori una volta laureato avrebbe fatto altro nella vita, e a continuare con il basket sarebbe stata una minima percentuale di coraggiosi (e super talentuosi) sparsi qui e là.
Certo, si poteva parlare di sistema “amatoriale” fino a un certo punto: la narrazione mediatica, ingenua o forse ipocrita, di certo ha contribuito a creare una magica aura di sacralità ad un mondo che in realtà con la spinta dei contratti televisivi è diventato un business colossale da milioni e milioni di dollari. La March Madness, lo spettacolare evento conclusivo dell’anno scolastico che in primavera decreta il vincitore nazionale tra tutti i college dei 50 Stati, vale da sola circa un miliardo di dollari all’anno di accordi televisivi con i principali broadcaster statunitensi e mondiali.
Di tutto questo giro di denaro però ai giocatori non era riconosciuto nulla, formalmente: anzi, fino al 2021 non solo non ricevevano compensi dall’università per cui erano iscritti, ma era perfino vietato loro stringere accordi di sponsorizzazione o monetizzare la propria immagine (il “famoso” NIL - Name, Image, Likeness - introdotto proprio dopo la pandemia).
Le cose sono cambiate in fretta, prima con l’introduzione di questi compensi sotto forma di “diritti d’immagine” e poi a partire dalla stagione 2025-26 con la svolta definitiva, arrivata anche questa grazie ad un’altra sentenza di tribunale. “Le Università possono condividere direttamente i ricavi con gli atleti”. Così dall’estate 2025 per il libro paga dei giocatori vengono destinati circa il 22% dei ricavi sportivi di ogni singolo ateneo: per quantificare, in media i college di buon livello hanno improvvisamente avuto a disposizione una ventina di milioni per gli “stipendi” dei giocatori: un fiume di denaro, senza mezzi termini, che di fatto fa impallidire qualsiasi tipo di concorrenza.
E così oggi un top player di NCAA (diciamo un Saliou Niang), tra NIL e revenue sharing, può portarsi a casa qualcosa come 5 o 6 milioni di dollari lordi all’anno.
MARCO CRESPI: “STUDIARE, CAPIRE, ADATTARSI”.
Cifre da capogiro, certo. Ma qui non c’è nessun “cattivo” da incolpare, nessuno spaventoso sceicco né oscuri fondi di investimento: il sistema NCAA si limita a spendere per i giocatori una parte dei soldi che produce come organizzazione.
Partire dai dati di fatto e non dalle ideologie è il fondamento dell’approccio analitico e delle riflessioni di Marco Crespi, un uomo che di dinamiche del basket internazionale è esperto, vivace ed evoluto conoscitore. Ex talent scout di varie squadre NBA, allenatore di Serie A, commissario tecnico di due nazionali femminili, è stato anche voce di Sky Sport prima di diventare dal 2022 il volto e l’anima della Dolomiti Energia Basketball Academy di Trento dove con un approccio e una visione innovativa condivisa e accompagnata dal club bianconero sta producendo giocatori di élite di oggi e di domani (i fratelli Saliou e Cheickh Niang, Patrick Hassan, Mario Machetti e tanti altri che presto impareremo tutti a conoscere).
“NIL e revenue sharing permettono al sistema NCAA di offrire denaro a tutti i ragazzi, quelli europei ma anche quelli statunitensi - spiega Crespi a il Dolomiti -. Stiamo parlando di università con risorse economiche virtualmente infinite. Se credete che sia un’esagerazione, consideriamo che Harvard ha un fondo patrimoniale di circa 57 miliardi di dollari. Ben 90 università statunitensi sono sopra la soglia del miliardo. Chiaro, non sono le cifre che vengono investite nei programmi sportivi degli atenei, ma fanno capire quanto i college siano aziende che funzionano: sorprende fino a un certo punto oggi vedere girare certe cifre per i giocatori. Il denaro c’è ed è tanto, tantissimo”.
Primo effetto, rimanendo in terra americana: ad essersi dichiarati in anticipo per il Draft NBA 2026 sono stati solo 71 ragazzi, il dato più basso dal 2003 ad oggi (nel 2021 tanto per dare un’idea erano stati 363). Insomma, dal punto di vista economico oggi la NCAA rappresenta, per la fascia d’età 19-24, il campionato più remunerativo in assoluto al mondo: “Oggi chi viene scelto al Draft NBA se non è certo di ricevere una chiamata nelle prime 15 ha sicuramente un’offerta migliore dal college. Sicuramente. Poi non possiamo dimenticarci - prosegue Crespi - del fatto che il sistema college anche senza soldi di mezzo ha sempre avuto fascino e attrattività: l’atmosfera del campus, l’elettricità delle arene dove il pubblico è più appassionato e partecipe rispetto a quelle NBA, la possibilità per un giovane diplomato di studiare e imparare al meglio l’inglese, lingua che apre accesso al mondo”.
“Io sinceramente fino a qualche anno fa nutrivo qualche dubbio sul fatto che il college potesse rappresentare un percorso formativo cestistico di altissimo livello. Ogni allenatore aveva la sua filosofia, con l’effetto di curare meno lo sviluppo individuale dei ragazzi. Ma con il portale dei trasferimenti anche questo è cambiato completamente: se fino a qualche anno fa la scelta del college era particolarmente vincolante, oggi dal punto di vista strettamente cestistico ogni anno i giocatori, quasi tutti con contratti di una singola stagione, tornano ‘sul mercato’ per cercare più spazio, un contratto migliore, una sistemazione diversa. Insomma, si ribaltano un po’ i rapporti di forza: gli allenatori devono saper valorizzare i giocatori a disposizione e non possono più comprimerli a forza dentro il loro sistema di gioco. Questo crea un ambiente che deve obbligatoriamente puntare allo sviluppo dei giocatori con un beneficio diretto per i ragazzi che così hanno a disposizione strutture, staff e contesti di altissimo livello dove poter crescere individualmente”.
Certo, non può non impressionare vedere giocatori di 22 o 23 anni come Ellis e Niang lasciare l’Eurolega, considerata la seconda competizione internazionale al mondo, per andare al college. Fino a qualche anno fa sarebbe stata considerata una mezza follia.
“E questa è l'altra tendenza che va analizzata e capita – riprende il direttore della Dolomiti Energia Basketball Academy -. Una volta finite le superiori in Italia o in Europa, potevi decidere di andare al college e fare lì un’importante esperienza di basket e di vita. Sono tanti i giocatori anche italiani che hanno percorso quella strada. Oggi invece credo che gli esempi di Saliou e Quinn raccontino una storia diversa e potente, del tipo ‘prendo il diploma di maturità, ma prima di fare il salto in NCAA provo a mettermi in luce in una coppa europea, o nel campionato italiano'. A quel punto ci si può affacciare al mercato collegiale forti di un’esperienza importante e auspicabilmente anche di un percorso tecnico in cui essere cresciuto come atleta sotto tutti i punti di vista. Ma questo non toglie valore a una competizione per darlo a un’altra, è semplicemente una nuova tendenza peraltro già prevista e prevedibile”.
“Sia chiaro, nessuno ha la verità in tasca. Il basket mondiale, complice anche la crescita dei parametri economici della NCAA, è un mondo in divenire, tutto da scoprire e interpretare. Mi sembra chiaro che il sistema deve ancora trovare un suo assestamento. Gli scenari cambiano in fretta, ma è inutile affrontare situazioni complesse con slogan del tipo ‘che schifo, è un furto, i college ci rubano i giocatori’. Bisogna riflettere, studiare la situazione e uscire dai soliti ragionamenti lamentosi di chi non vuole adattarsi ad un mondo che gira vorticosamente e che di certo non premia la pigrizia intellettuale e l’inerzia passiva, a nessun livello”.
SFIDE, PAURE, OPPORTUNITÀ.
Quindi oggi quali sono le armi a disposizione dei club italiani per fronteggiare questi cambiamenti? A Trento ci si prepara già da anni a questo nuovo scenario, senza invocare che dal cielo (o dalle istituzioni sportive) piovano soluzioni preconfezionate.
“Chi lavora e aiuta i ragazzi a formarsi, chi ha dei settori giovanili che producono giocatori, con strutture, infrastrutture e personale – continua Crespi – deve avere anche dei riscontri economici per poter dare sostenibilità al proprio progetto. Su questo credo siamo tutti d’accordo. Ora direi che siamo al cospetto di un fenomeno che può davvero aiutare a portare risorse rilevanti al sistema giovanile dei club”.
C’è voluta la rivoluzione dei college dall’altra parte del mondo per smuovere la situazione: la cosa non è rassicurante ma per una volta facciamo prevalere l’ottimismo.
“Non ci sono norme federali che prevedono buyout e rapporti ‘formali’ tra i college e le squadre europee? Benissimo, allora ci muoviamo come singolo club. Quello che a Trento facciamo da ormai due anni è un accordo contrattuale con i giovani che scelgono la nostra Academy per formarsi come giocatori e come persone. Un accordo semplicissimo: chi cresce talmente tanto da avere importanti opportunità, ci riconosce una percentuale dei suoi guadagni futuri al college. Un filo diretto tra giocatori e club che li hanno formati: nel momento in cui si parla di professionismo, si parla di contratti. Invocare l’intervento delle istituzioni e delle federazioni in questo momento è puro populismo, significa delegare le responsabilità e limitarsi a procrastinare. La Dolomiti Energia non è certo l’unico club ad aver seguito questa strada di buonsenso: arrivo a dire che la NCAA, così definita, può davvero alla lunga rappresentare una voce di bilancio in entrata rilevante per tanti club. Altro che problema: potenzialmente si tratta di una grande opportunità”.
Dietro a crollo e rinascita del sistema NCAA si cela peraltro una dinamica che nel giro di qualche anno ha ridisegnato completamente i rapporti di forza di tutte le leghe professionistiche mondiali. Dopo la NBA e l’Eurolega, è caduta l’ultima “lega di allenatori”. Non comandano i club, non comandano i coach: comandano i giocatori.
“Diciamo che i giocatori sono sempre di più imprenditori di sé stessi – puntualizza Crespi -. Ogni atleta si prende sempre più cura della propria formazione fisica, tecnica e umana, e guarda sempre avanti, al prossimo capitolo, in un’ottica di continuo miglioramento. Ecco perché a ogni livello il player development assume sempre più importanza, ecco perché oggi l’attenzione di un club e del suo staff al dettaglio e alla valorizzazione delle individualità all’interno del gruppo ormai è un parametro di ‘mercato’ quando i giocatori in estate scelgono quale offerta accettare per la stagione successiva. Per la tendenza del sistema di gioco globale le skill individuali contano e conteranno sempre di più ed è affascinante assistere ed essere parte di questi cambiamenti”.
Tutto bello, potrà dire qualcuno, ma la realtà dei fatti oggi, maggio 2026, è che tanti giocatori italiani di riferimento di Serie A e A2 stanno preparando le valige per lasciare i nostri campionati, con il risultato immediato di una carenza devastante di giocatori azzurri (obbligatori per regolamento almeno 5 per squadra per i 16 club di Serie A, e intorno alla doppia cifra per le 18 formazioni di A2). Perdere 20 o 30 ragazzi in un colpo solo non rischia di depauperare le già tristi competizioni nazionali con un danno al basket azzurro?
“Io dico che bisogna mantenere lucidità – conclude Crespi -. I prossimi due o tre anni presenteranno delle sfide, ma non fasciamoci la testa. Primo, perché questo ‘esodo’ riguarda una fascia di età abbastanza limitata. Secondo, perché con le nuove dinamiche del mercato NCAA fare 4 anni di college sarà più complesso e qualcuno tornerà prima nel basket italiano ed europeo. Ai tifosi del basket italiano dico questo: i giocatori di cui innamorarsi nei nostri campionati ci sono e ci saranno. Anzi, avremo tanti giovani ancora più ambiziosi e affamati: pensate tanto per rimanere a Trento a Cheickh Niang e Patrick Hassan, che devono ancora finire la scuola e prendere il diploma; hanno impatto in campo in Serie A, stanno mettendo le basi per una carriera entusiasmante ed è entusiasmante per noi vederli crescere e migliorare aiutando la squadra ad avere successo. E poi chissà, se i settori giovanili saranno economicamente sostenibili o monetizzabili avremo più club in Italia che investiranno nel giovanile, più strutture, più allenatori. Questo farebbe davvero bene al movimento nazionale, mentre al momento si fa la conta di quanti giocatori formati in Italia possono stare in campo in Serie A”.












