"Siamo al collasso. Un circolo vizioso che porta al burnout", l'allarme di un medico: "Ci sentiamo abbandonati. Le Case di Comunità rischiano di aggravare la situazione"
I medici di medicina generale stremati. "A fronte di 63 incarichi vacanti, si sono presentati soltanto 12 candidati e, di questi, sono stati assegnati appena 2 posti". E le Case di comunità rischiano di diventare un boomerang: "Come può diventare attrattivo questo lavoro se si perdono anche in pochi vantaggi? Serve una riforma oppure bisogna iniziare a considerare sempre più concretamente la possibilità di rimanere senza un medico di riferimento"

TRENTO. "I medici di medicina generale sono al collasso". Questo l'allarme lanciato da un professionista del Trentino. I problemi? Sono sempre un po' gli stessi e che sembrano non trovare una soluzione. La gestione di un numero elevatissimo di pazienti con un'età media progressivamente più elevata. Bisogni più complessi e multisettoriali. Le visite, ma anche le telefonate e le mail. Poi la burocrazia. "Il sistema attraversa una fase di profonda crisi, ormai divenuta strutturale. I medici di base si sono progressivamente sentiti abbandonati dalle istituzioni negli ultimi anni".
La carenza di personale nel sistema sanitario è fortissima in quasi tutti i settori. Il quadro sul fronte dei medici di medicina generale è particolarmente delicata con molte zone del Trentino con posti vacanti e bandi che finiscono deserti. Dopo aver alzato le quote, un'altra prospettiva è un ulteriore ritocco delle soglie per poter dare risposta ai pazienti. Le Case di Comunità che vengono inaugurate rischiano inoltre di aggravare il quadro, se non si prevede una pianificazione.
Intanto la Provincia ha approvato il bando di concorso pubblico per l'accesso al Corso triennale di formazione specifica in medicina generale 2026/2029, un'iniziativa che mette a disposizione 40 posti e offre un percorso abilitante che punta a rafforzare la rete della medicina territoriale. E piazza Dante, per sostenere i tirocinanti, garantisce borse di studio ordinarie (un contributo annuo di 11.603 euro per ogni iscritto) e borse di studio aggiuntive (la possibilità di accedere a un finanziamento extra, del valore annuo di euro 13.397, per i medici che si impegneranno a prestare servizio all'interno del sistema sanitario provinciale una volta diplomati). Ma richiede tempo.
C'è il qui e ora di un sistema che boccheggia e che annaspa (da anni) tra tagli dei nastri delle Case di Comunità in serie (ci torniamo più avanti) ma anche una riforma nazionale che però non in prima battuta non sembra piacere a nessuno (Qui articolo). Un tema, quello di "trasferire" i medici di medicina generale nel pubblico in agenda da tempo (Qui articolo - qui articolo). In generale gli interrogativi sono tanti, le sfide sempre più stringenti per la tenuta del sistema (soprattutto pubblico) e le soluzioni complesse.
"Il sovraccarico burocratico e l’oggettivo invecchiamento della popolazione, con un crescente bisogno di cure, causano un enorme carico di lavoro che si traduce in un aumento del burnout, in una bassissima adesione alla scuola di medicina generale e nella rinuncia all’incarico, soprattutto da parte dei giovani medici".
I dati Istat evidenziano dal 1990 al 2026 un trend di crescita dal 10% al 20% della popolazione over 70 e le stime indicano raddoppio entro il 2050 in Italia.
"Se poi consideriamo la mancanza effettiva di garanzie, come una maternità realmente tutelata, nella quale l’azienda delega interamente al medico la necessità di trovarsi un sostituto, così come avviene in caso di malattia o nei periodi di ferie, il quadro peggiora ulteriormente", le parole del medico di medicina generale. "A titolo di esempio, nel 2025, in alcune realtà del sistema sanitario pubblico, risultavano in media 26 giorni di ferie arretrate non godute per medico".
Non solo. "Proprio a causa della mancanza di sostituti, i medici sono spesso costretti a coprirsi a vicenda. Questo significa che, da un lato, gli altri medici dell’Aggregazione funzionale territoriale riescono a garantire solo le urgenze. Dall’altro, il medico assente non beneficia comunque di un reale riposo, perché al rientro deve affrontare la mole di lavoro routinaria rimasta inevasa durante la sua assenza. Un altro punto dolente è l’aver revocato la possibilità di limitare il numero dei pazienti per singolo professionista, come avveniva qualche anno fa".
Il numero di circa 1.200 assistiti per medico di medicina generale viene spesso indicato come riferimento di sostenibilità organizzativa e clinica. Ma questa barriera è già stata ampiamente superata. "Non si tratta di un semplice limite rigido, ma di una soglia che emerge come rapporto 'ideale' tra medico e popolazione assistita nei modelli di pianificazione sanitaria. In Italia il massimale contrattuale è stato progressivamente innalzato fino a 1.500 e, in deroga, anche 1.800 assistiti per medico. Questo incremento ha portato a una crescente quota di medici sovraccarichi: oltre la metà dei medici di famiglia supera oggi la soglia dei 1.500 assistiti".
Parallelamente, l’aumento del carico assistenziale si associa a una riduzione del tempo medio dedicato al singolo paziente, con impatto sulla qualità dell’assistenza e sulla sostenibilità del lavoro clinico nel lungo periodo.
"E' un circolo vizioso che si autoalimenta: l’aumento del burnout, la riduzione sempre più cronica dei medici di base e la conseguente richiesta di incrementare il numero di pazienti per i medici rimasti", prosegue il medico di medicina generale. "Recentemente, a fronte di 63 incarichi vacanti, si sono presentati soltanto 12 candidati e, di questi, sono stati assegnati appena 2 posti. Da qui nasce anche la comprensibile necessità, a livello nazionale, di riformare il sistema. Tuttavia, quanto proposto finora appare ancora una volta come un tentativo di gravare ulteriormente sul comparto della medicina generale".
Ecco le Case di comunità. Rischiano di trasformarsi in un boomerang per i professionisti?
"Come si possono immaginare le Case della Comunità proponendo ai medici di base un contratto a tempo determinato, con la rinuncia alla convenzione a tempo indeterminato, e con un’organizzazione del lavoro che prevede anche turni notturni e nei weekend, andando così a incidere su quello che è rimasto uno dei pochi 'vantaggi' della medicina generale, cioè la possibilità di non lavorare di notte e nei giorni festivi? Come può essere richiesto a un medico già massimalista di effettuare ulteriori ore all’interno di queste strutture quando già lavora 12 ore al giorno dal lunedì al venerdì? La popolazione spesso non è consapevole che, oltre alle poche ore di visita ambulatoriale formalmente previste, il medico massimalista deve gestire quotidianamente circa decine tra telefonate, mail e numerose incombenze burocratiche. Tra queste, per esempio, la compilazione di certificati di invalidità, che può richiedere anche fino a due ore di lavoro. A ciò si aggiungono le visite domiciliari, che comportano un ulteriore impegno organizzativo significativo: una singola visita può infatti richiedere circa un’ora complessiva tra spostamento e attività clinica".
Una possibilità? "La soluzione potrebbe essere rendere realmente attrattivo il sistema delle Case della Comunità, per esempio con la previsione di attività dal lunedì al sabato ma senza turni notturni e nei weekend, mantenendo al contempo un sistema organizzato e garantito di visite domiciliari per chi non può recarsi in queste strutture. Un modello realmente attrattivo renderebbe probabilmente molto più semplice anche il passaggio dei medici alla dipendenza, superando anche le forti resistenze legate alla previdenza e all’attuale assetto convenzionato. Si devono trovare proposte realmente efficaci e attrattive oppure — e mi rivolgo direttamente alla popolazione — bisogna iniziare a considerare sempre più concretamente la possibilità di rimanere senza un medico di riferimento", conclude il medico di medicina generale.












