“Mostriamo ai giovani che possono denunciare”. Cyberbullismo, l’esperta: “È più frequente quello scolastico, nel digitale la vittima è più esposta ad ansia e depressione”
L’approfondimento de Il Dolomiti del rapporto tra giovani e digitale continua con il cyberbullismo. Abbiamo intervistato Tiziana Pozzoli, docente di psicologia dello sviluppo all’Università di Padova: commentando i dati del monitoraggio condotto dall’ufficio scolastico regionale tra gli studenti del Veneto, cerchiamo di capire se e come è cambiato il fenomeno con l’avvento delle tecnologie e cosa scuola e famiglie devono fare per prevenirlo

BELLUNO. “Spesso la società trasmette ai giovani l’idea che è meglio farsi gli affari propri, salvo poi infastidirsi quando accade qualcosa per non avere detto niente prima. Accade perché culturalmente insegniamo che è meglio tacere e perché lo spazio dell'ascolto manca. Se invece come agenzie educative diciamo a chi e come possono comunicare, vuol dire che sappiamo offrire la presenza di un adulto che ascolta, accoglie e prende sul serio”.
Nel complesso rapporto tra giovani e digitale, uno spazio inevitabile è occupato dal cyberbullismo. Il Dolomiti ha perciò contattato Tiziana Pozzoli, docente di psicologia dello sviluppo presso l’Università di Padova, per capire se e come è cambiato il fenomeno con l’avvento delle nuove tecnologie.
Lo scorso dicembre, l’ufficio scolastico regionale ha pubblicato i risultati del “Monitoraggio bullismo e cyberbullismo” per l’anno scolastico 2024/25 in Veneto, all’interno di un progetto del Ministero dell’istruzione e del merito. Nel territorio regionale hanno partecipato oltre 20 mila studenti (22.788) di 78 scuole superiori, il 30% dei quali ha dichiarato di essere stato vittima di bullismo, mentre il 19% di agire prepotenze verso i pari. Per quanto riguarda l’online, le cifre calano: l’8% ha subito cyberbullismo e l’8% ha vi preso parte attivamente.
Quanto è cambiato oggi il bullismo?
“A essere cambiato - spiega la docente - non è il fenomeno in sé, ma la forma. Alle modalità tradizionali come presa in giro, aggressività fisica o esclusione tra pari, che avvengono perlopiù tra le mura scolastiche, si aggiungono i nuovi media, quindi offese e minacce via social, creazione di pagine per prendere in giro qualcuno o diffusione di informazioni personali tramite mezzi elettronici.
Le motivazioni alla base, cioè l’intenzione di arrecare un danno alla vita altrui, e lo squilibrio di potere tra chi offende e la vittima, restano simili. Tuttavia i mezzi elettronici hanno anche caratteristiche peculiari. In ambito scolastico, ad esempio, si parla di bullismo quando la vittima è oggetto di prepotenze ripetute nel tempo, mentre in quello online bastano una foto o un commento a creare il danno, perché potenzialmente condivisibili migliaia di volte. Così, inoltre, il pubblico raggiunto è molto più vasto”.
Rimane comunque più frequente il bullismo tradizionale.
“Perché la scuola è il contesto in cui bambini e adolescenti passano la maggior parte del tempo. Tuttavia, a fare clamore, soprattutto tra gli adulti che non sono nativi digitali, è molte volte quello che accade online, che spesso non è che una ramificazione di quanto avviene a scuola. È infatti raro che una persona sia vittima solo di cyberbullismo”.
La scuola rimane però un luogo percepito come sicuro dal 77% dei ragazzi. Non è una contraddizione? Cosa si deve fare in più?
“Puoi percepirla come sicura se il fenomeno non ti tocca: andrebbe approfondita la percezione in chi lo subisce e in chi appartiene a classi in cui episodi di bullismo sono frequenti. Oggi comunque la scuola fa molto, quello che manca è la prevenzione. Spesso si interviene solo quando succede qualcosa, invece si dovrebbe formare un corpo docente capace di intercettare e fermare il fenomeno prima che si radicalizzi. E da qui arrivare al coinvolgimento della parte genitoriale: la sfida più importante, infatti, è costruire una solida comunità educante”.
Una sua collega sostiene che il rischio maggiore quando si tratta di IA è non saper distinguere tra forma e conoscenza fondata (qui). Se prendiamo l’hate speech, quasi la metà (47%) degli studenti riferisce di essere stata esposta a contenuti di odio. C’è minore consapevolezza nel fare bullismo online?
“In realtà a volte manca anche in quello tradizionale perché uno dei fenomeni più diffusi tra ragazzi e adulti è usare meccanismi di disimpegno morale, cioè minimizzare. Inoltre credo che il non distinguere tra reale e virtuale sia più associabile all’IA come mezzo di informazione, mentre nelle relazioni sociali è diverso.
Sicuramente il canale digitale provoca maggiore disinibizione: siamo tutti più facilitati a dire o fare cose dietro uno schermo. Tuttavia, l’impatto maggiore è su chi subisce: le conseguenze a breve e lungo termine sono più pesanti nel cyberbullismo perché non puoi scappare. Se nella realtà a una certa ora rientri a casa e il compagno che ti prende in giro non è lì, anche se il pensiero rimane, nell’online sei perennemente esposto e questo porta a un aumento di sintomi depressivi, ansia e paura”.
Cosa fare dunque?
“Anzitutto mostrare come adulti che siamo i primi a non accettare quel tipo di comportamenti, anziché minimizzare con frasi del tipo ‘succedeva anche ai miei tempi’. Il valore della scuola risiede nell’idea che nessuno deve essere preso in giro, perciò dobbiamo prendere seriamente anche il minimo episodio.
Questo riguarda anzitutto la comunicazione: i giovani sono reticenti nell’aprirsi, ma possiamo aiutarli a denunciare facendo capire che la scuola c’è. Non è facile mettersi contro chi compie prepotenze, perché di solito gode di buona protezione sociale, in più c’è la paura di essere la prossima vittima. Bisogna quindi agire sul contesto: il bullismo permane perché il gruppo dei pari reagisce dando popolarità e potere sociale a chi lo compie. Non a caso gli interventi mirano a creare contesti in cui questi comportamenti non sono premiati, e anche gli adulti hanno un ruolo. Se non fanno nulla, infatti, stanno in realtà dando un tacito consenso, contribuendo ad alimentare la dinamica”.












