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Belluno
26 aprile | 20:01

L'intelligenza artificiale a scuola, la docente: "Il rischio è che non sappiano distinguere tra l’Ia e la realtà. Ma serve una formazione anche per gli insegnanti"

Il rapporto tra giovani e tecnologie ha molte sfaccettature. Dopo l’analisi sulla correlazione con il disagio giovanile, abbiamo intervistato la docente Francesca Noceti per approfondire il ruolo dell’Ia nelle scuole oggi e cosa serve soprattutto ai docenti per rendere i ragazzi consapevoli di come va usata

BELLUNO. "Spesso i docenti non si rendono conto che il rischio maggiore è epistemico e questa inconsapevolezza non ci permette di aiutare gli studenti a capire che le app di intelligenza artificiale vanno usate come strumenti operativi che possono essere utili anche quando si deve prendere una decisione, ma non devono diventare strumenti che prendono le decisioni al posto loro”.

 

Le sfaccettature del rapporto tra giovani e nuove tecnologie sono ampie. Dopo aver intervistato un’esperta sul ruolo dei social media nelle relazioni tra adolescenti (qui l’articolo), Il Dolomiti è entrato a scuola con Francesca Noceti, fisica e comunicatrice scientifica, collaboratrice del laboratorio Design of Science dell’Università di Ferrara e docente di matematica e scienze in una scuola secondaria di primo grado di Genova.

 

Le abbiamo chiesto di raccontarci l'Ia nell’istruzione e ad emergere sono i passi avanti da fare nella formazione prima di tutto degli insegnanti. “La formazione per gli studenti - osserva - è centrale, tuttavia dobbiamo partire dai docenti, che spesso hanno poca dimestichezza con questi strumenti. Purtroppo tendono a cercare solo una formazione tecnico-operativa, che è utile ma non sufficiente. In questa fase è invece fondamentale riflettere sul ruolo della diffidenza, cioè abituare i ragazzi a sviluppare senso critico, e i docenti devono essere formati a formare in questa direzione”.

 

Recentemente Noceti ha erogato a 21 alunni di 14 anni un sondaggio sul loro rapporto con l’Ia. Diverse le domande, dalla frequenza nell’uso di strumenti come ChatGpt, Gemini o i filtri di TikTok e Snapchat, alla ricerca di informazioni online e l’uso dell’Ia a scuola e nel tempo libero. Nonostante il campione limitato, alcune risposte sono significative. I ragazzi hanno ad esempio indicato ChatGpt (85.7%) e i filtri social (66.7%) come gli strumenti più usati, mentre per la ricerca di informazioni domina Google, ma non era prevista la specifica sulla risposta letta (quindi se si affidano all’Ai overview).

 

L’aspetto più singolare arriva quando è chiesto loro se è mai capitato che l’Ia desse una risposta inventata e se controllano la veridicità delle risposte. Rispetto al primo quesito, il 50% afferma di non aver mai ricevuto risposte inventate o non essersene reso conto, il 45% ammette “qualche volta” e pochi danno risposta affermativa. Riguardo invece la verifica delle informazioni, il 70% dei ragazzi controlla “solo se per un compito importante” e il 25% non lo fa mai.

 

L’Ia è diventata un erogatore di verità?

Il campione è piccolo, ma fornisce spunti rilevanti. Anzitutto, come dicevo, in molti docenti l’uso di questi strumenti è tendenzialmente basso, per cui necessitano di una formazione tecnica. Il punto fondamentale è però la mancanza di consapevolezza su rischi non legati a un futuro distopico, ma già reali, che riguardano la perdita di contenuto e la totale confusione tra coerenza linguistica, dove l’IA eccelle, e conoscenza effettiva. L’IA produce infatti testi coerenti, ma non capisce quello che scrive. Quando li leggo penso ‘è scritto benissimo, dev’essere vero per forza’, peccato che manchi totalmente la correlazione tra forma ed episteme, la conoscenza certa e fondata.

 

In altre parole, se l’Ia fornisce risposte credibili, significa che sono vere: i ragazzi hanno perso la capacità di giudizio critico?

Partiamo da una premessa: se riusciamo a implementare la normativa esistente, si pensi all’AI Act, la direzione è quella giusta perché fornisce direttive indispensabili su temi come privacy e sicurezza. Dopodiché, devono seguire gli aspetti sociali e filosofici: tradotto nel quotidiano, aiutare i giovani a vedere le conseguenze a 360 gradi delle loro azioni quando interagiscono con l’Ia.

 

Come?

Tempo fa ho proposto agli alunni una simulazione: immaginarsi in un villaggio dell’età della pietra, privi di conoscenze sul mondo. Dovevano rivolgere domande ingenue all’Ia, ad esempio perché esistono il caldo e il freddo, facendola rispondere come se si trovasse nel villaggio e, se la risposta non li soddisfaceva, cambiare il prompt. L’esercizio serviva infatti a rendersi conto di quanto le due cose sono legate e come l’IA non fornisca risposte univoche. Ecco cosa va fatto: attività che toccano il loro livello di consapevolezza.

 

Dal sondaggio emerge che la maggioranza dei ragazzi non si fida dei consigli dell’Ia su cosa guardare o comprare e più della metà sono preoccupati dell’uso che può fare di dati e foto. Cosa significa?

Significa che dobbiamo coinvolgerli. Nonostante l’uso dell’Ia sia diffuso e ci sia fiducia verso le sue risposte, infatti, perfino loro, nativi digitali, non sono del tutto convinti che si possa usare in totale serenità. Usiamo allora le loro teste per affrontare il problema epistemico, perché il rischio è che non sappiano più distinguere il vero dal credibile e, quindi, non siano più in grado di operare delle scelte. Invece dobbiamo mettere gli studenti in grado di farlo per renderli cittadini responsabili: se invece diamo loro solo conoscenze nozionistiche togliendogli la possibilità di costruire competenze, non sapranno mai decidere. Penso quindi che con il loro aiuto nella costruzione di laboratori di formazione, si potrà giocare una partita interessante.

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