AAA vendesi pallacanestro: Cremona e Brescia spariscono nel nome del 'business USA' che piazza due nuove squadre a Roma. Per il basket italiano è una buona notizia?
Il basket italiano (e chi lo ha a cuore) si interroga di fronte ai grandi cambiamenti che lo stanno travolgendo, nel bene o nel male

TRENTO. Ventisette giugno 2026: Roma si prepara a diventare la nuova Basket City italiana con due squadre in Serie A (e pure in EuroCup). Fino a qualche mese fa questa frase sarebbe sembrata assoluta follia, oggi invece è una semplice constatazione.
In poche settimane abbiamo assistito a un’accelerazione storica, nel bene o nel male.
La piccola Vanoli Cremona è diventata Basketball Club Roma SPQR (stendiamo un velo pietoso sulla costruzione artificiosa del nome...); la Germani Brescia, per molti società modello da anni ai vertici delle classifiche nazionali, è stata impacchettata e spedita in tutta fretta verso Sud per far nascere la Maxima Roma (ho il sospetto che siano grandi fan de Il Gladiatore, questi americani).
Due titoli sportivi trasferiti, due piazze di lunga tradizione svuotate, una Capitale che all’improvviso si ritrova unica città con due rappresentanti nella massima serie, entrambe di proprietà statunitense. Tutto legale, tutto formalmente in ordine: lo ha ribadito anche la Fip che con un comunicato ufficiale ha confermato l’avvio dell’iter di trasferimento del titolo sportivo da Brescia alle sponde del Tevere.
Il resto del basket italiano (dai tifosi ai club, passando per appassionati e pure giocatori) si interroga. Non lo fa con rabbia o opinioni pregiudiziali, ma con una domanda legittima e urgente: è questa la strada giusta per la pallacanestro italiana?
SMARRIMENTO.
Il sentimento che prevale al momento è “smarrimento”. Il titolo sportivo non è legato indissolubilmente al territorio, è una licenza che si può spostare e questo escamotage peraltro in passato è stato utile per salvare situazioni difficili o aiutare piazze storiche a risalire la corrente dopo un fallimento. Oggi però questo strumento viene usato per creare “ex novo” due progetti ambiziosi nella stessa città con un obiettivo finalizzato puramente al business, a caccia del miraggio NBA Europe atteso nel 2027.
Roma agli occhi degli investitori statunitensi, con la sua dimensione, gli impianti (potenzialmente) disponibili e l’appeal internazionale, è la piazza ideale per intercettare quel treno. È sostenibile avere due squadre nella stessa città mentre piazze con storia, tifosi e tradizione vengono depauperate?
"Uno degli aspetti più tristi di queste vicende di puro business - ha scritto la seguitissima pagina La Giornata Tipo -, è che nessuno spenda mai una parola per i tifosi. I tifosi che sono, e per sempre resteranno, la benzina che tiene acceso il motore di qualunque sport. Fa comodo definirli 'il primo sponsor della squadra', fa comodo quando applaudono, fa comodo quando si abbonano, fa comodo quando comprano il biglietto e spendono soldi per il merchandising. Salvo poi dimenticarsi di loro quando smettono di fare comodo".
BUSINESS.
“È stato bello, ci siamo divertiti. Ma senza sostenibilità economica non si va da nessuna parte. Il basket italiano è in crisi, e l’avvento di capitali esteri è significativo. Ci sono tanti presidenti italiani che aspettano la chiamata di capitali o fondi stranieri interessati ai loro club, ve lo assicuro. Andare avanti così è impossibile”.
Le parole sono dell'ex proprietario della ex Germani Brescia, Mauro Ferrari, intervenuto nel pomeriggio di oggi sabato 27 giugno in una surreale e confusionaria conferenza stampa accompagnata dalle urla dei tifosi biancoblu in contestazione fuori dalla sede del club.
“Non è questione di non farcela più – ha detto Ferrari -, semplicemente il sistema è a perdere. Non è etico per la mia famiglia spendere anno dopo anno tre o quattro milioni di euro nel basket cittadino. È ora che Brescia, se vuole il basket, faccia la sua parte. Io da solo in Serie A non ci vado più”. A Brescia pare che si ripartirà dalla A2 comprando il titolo sportivo di qualche club in difficoltà. Staremo a vedere.
ENTUSIASMO E DUBBI.
In altri tempi, pensare che sarebbero arrivati dal cielo dei danarosi “benefattori” pronti ad investire milioni di euro in squadre di basket e strutture sportive in Italia e a Roma sarebbe stata notizia accolta con entusiasmo e giubilo.
Oggi invece queste operazioni inquietano le piazze e mostrano le ferite aperte di un sistema forse non più salvabile: o meglio, la direzione che il basket italiano ha intrapreso era l’unica possibile e tornare indietro è impossibile.
La mancanza di solidità economica diffusa è sempre stata sotto gli occhi di tutti, eppure ogni anno c’era la corsa a fare la squadra più forte e a infiammare la piazza con acquisti astronomici, anche in squadre non per forza da titolo.
Dimenticandosi di accompagnare uno sviluppo del prodotto basket che non passa solo dal campo, ma anche dalle infrastrutture, dalla comunicazione, dal giovanile, dal prodotto televisivo.
Federazione e leghe assistono a tutto questo con la flemma di chi mette un timbro sui documenti in ufficio, con frasi di circostanza e quelle frasi da pandemia in lockdown del tipo “andrà tutto bene”.
Andrà tutto bene?












