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| 12 giugno | 17:44

"Scenari preoccupanti". Le dimissioni dell'Alto rappresentante, gli interessi di Trump e la rottura del fronte comune Usa-Ue: cosa succede in Bosnia ed Erzegovina?

Le dimissioni dell'Alto Rappresentante, il tedesco Christian Schmidt, il ruolo di Stati Uniti, Russia e Unione Europea, le tensioni interne a oltre 30 anni dagli Accordi di Dayton: cosa sta succedendo in Bosnia ed Erzegovina? Moratti (Ocb Transeuropa): "Dal Paese arrivano gravi segnali per quanto riguarda l'erosione dello stato di diritto e il venir meno di libertà fondamentali, come la libertà dei media e di espressione"

TRENTO. Tensioni interne mai veramente sopite, interessi geopolitici ed energetici che si muovono tra Washington e Mosca, la progressiva rottura di un fronte comune - quello tra Stati Uniti e Unione europea - che per oltre 30 anni è stato in grado di mantenere il precario equilibrio raggiunto dopo uno dei più sanguinosi conflitti sul territorio europeo dalla fine della Seconda guerra mondiale. Sono molte le variabili in gioco nell'analizzare le recenti dimissioni dell'Alto Rappresentante per la Bosnia ed Erzegovina - il tedesco Christian Schmidt - e, soprattutto, nel cercare di immaginare gli scenari futuri per il Paese, dove alla prospettiva di una maggiore integrazione europea si accompagnano, sempre di più, rischi legati all'erosione dello stato di diritto e delle libertà fondamentali. 

 

Dopo le dimissioni dell'Alto Rappresentante, qual è quindi oggi la situazione in Bosnia ed Erzegovina? Quali le prospettive future? Quali le influenze esercitate dall'estero? Il Dolomiti lo ha chiesto a Massimo Moratti, esperto dell'Osservatorio Balcani Caucaso Transeuropa.

 

Per iniziare, chi è l'Alto Rappresentante? Perché questa figura continua a essere così centrale nella Bosnia Erzegovina di oggi, a oltre 30 anni dagli accordi di Dayton?

 

La figura dell'Alto Rappresentante è previsto dall’Accordo di Dayton, cioè l'accordo di pace siglato nell'inverno del 1995 che decretò la fine della guerra in Bosnia Erzegovina e la definizione costituzionale del paese. Compito dell'Alto Rappresentante è osservare il rispetto dell’implementazione degli aspetti civili dell’accordo di pace. Nel 1997 in seguito all'impasse del dopoguerra in Bosnia Erzegovina, l'Alto Rappresentante ha ricevuto dei poteri straordinari da parte del Peace Implementation Council (il gruppo di paesi che segue l'attuazione degli accordi di pace). Tali poteri consentono all'Alto Rappresentante di imporre legislazione in settori cruciali e anche di rimuovere funzionari che ostruiscano gli accordi di pace. E' grazie a tali poteri che la Bosnia ha potuto fare dei buoni progressi nell'immediato dopoguerra. 

 

Quanto pesa ad oggi il conflitto tra le istituzioni centrali di Sarajevo e la leadership dell'entità della Republika Srpska di BiH? Siamo di fronte alla prospettiva di un cambiamento dei complessi equilibri istituzionali che hanno governato la Bosnia negli ultimi decenni?

 

Il conflitto, a livello politico, tra Sarajevo e Banja Luka, ma anche tra Sarajevo e Mostar è una costante che dura praticamente da quando è finito il conflitto. Sarajevo punta in pratica ad accentrare le competenze, mentre la Republika Srpska vuole mantenerle (e val la pena ricordare che anche i cantoni croati della Federazione croato-musulmana, l'altra entità del paese, fanno lo stesso). La retorica della classe politica riflette questa dinamica. In Republika Srpska, Milorad Dodik si presenta come protettore  del popolo e delle istituzioni dai tentativi di Sarajevo di accentrare il potere. In questa tensione costante, il conflitto degli anni '90 fa da sfondo mentre i cittadini dimenticano delle questioni importantissime, a partire dal rispetto dei principi democratici e dalla corruzione dei propri leader. Non mi aspetto che vi siano dei cambiamenti negli equilibri, né mi aspetto che si possa trovare un nuovo equilibrio più stabile, semplicemente perché c'è la volontà implicita di preservare lo status quo. 

 

Da dove partire per capire il significato delle dimissioni di Schmidt? Ufficialmente lascia per ragioni personali, ma molti osservatori parlano di pressioni politiche e interessi geopolitici. Quanto c'è di vero? E quali sono oggi gli interessi che muovono Stati Uniti, Russia e Unione europea in Bosnia Erzegovina?

 

L'arrivo di Trump e il cambiamento dell'approccio americano è stato determinante. Non è sfuggito il fatto che l'autunno scorso il dipartimento di stato USA abbia tolto le sanzioni che erano state imposte al presidente della Republika Srpska Dodik. Né che di recente il figlio di Donald Trump stesso abbia visitato Banja Luka e che pochi giorni dopo, il progetto di costruzione del gasdotto Southern Interconnect sia stato assegnato ad un'impresa americana, costituitasi lo scorso novembre e i cui leader sono persone vicine all'establishment di Trump. Il fatto che tale progetto sia stato assegnato ad una ditta senza esperienza pregressa e senza gara d'appalto ha sollevato parecchie questioni. La procedura è stata criticata dall'Unione Europea per il rischio di corruzione. Schmidt in tal materia si è rifiutato di approvare l'uso della proprietà statale, approvazione necessaria perché il progetto possa andare avanti e pochi giorni dopo sono giunte le sue dimissioni. Questo è quanto si sa pubblicamente, poi è facile capire che già da mesi l'amministrazione USA era entrata in rotta con l'ufficio di Schmidt.

A complicare ancora le cose è stato il fatto che l'amministrazione Trump ha proposto con vigore un diplomatico italiano, Antonio Zanardi Landi, come successore di Schmidt e chiaramente tale scelta è stata avallata dal governo italiano. Ma ciò ha portato allo stallo del processo perché Francia, Germania e Regno Unito si sono opposte a tale nomina e han proposto un loro candidato. Il tutto è avvenuto la settimana scorsa, quindi si seguono gli sviluppi di questa situazione. 

 

Guardando ai prossimi mesi, quanto è concreto il rischio che le tensioni tra Sarajevo, la Republika Srpska e gli attori internazionali si aggravino? Esiste il pericolo di una riacutizzazione del conflitto politico e territoriale o siamo ancora lontani da scenari di questo tipo?

 

La cosa più preoccupante è la rottura di quel fronte comune tra Unione europea e Stati Uniti che ha caratterizzato l'azione internazionale in Bosnia Erzegovina, garantendo tanto la stabilità quanto l'impasse attuale. Il leader della Republika Srpska Dodik è spesso ospite del Cremlino e da diversi anni l'entità serbo-bosniaca ha un proprio ufficio di lobby a Washington. La rimozione delle sanzioni è la prova che questo ufficio non è passivo. Milorad Dodik, o per tattica o per convinzione, agita sempre lo spauracchio della secessione dalla Bosnia, cosa che regolarmente innalza le tensioni. D'altro lato non va dimenticato che Dodik è al potere da 20 anni in Republika Srpska e vi è stata una progressiva erosione dello stato di diritto e delle libertà democratiche nell'entità. Si aprono scenari abbastanza preoccupanti. 

 

Quanto è concreta ad oggi la prospettiva europea per la Bosnia-Erzegovina? Può rappresentare un fattore di stabilizzazione oppure il rischio di un'ulteriore escalation politica resta concreto?

 

La Bosnia Erzegovina e la Serbia, oltre al Kosovo non ancora riconosciuto da tutti i paesi dell'Ue, sono i paesi candidati che presentano al momento maggiori difficoltà nel loro percorso verso l'ingresso in Europa. La stessa Commissaria all’Allargamento dell’Unionr, Marta Kos, durante la sua visita ufficiale in Bosnia a settembre 2025, pur sottolineando i passi concreti fatti dal Paese, ha espresso preoccupazione per lo stallo del programma di riforme da effettuare, come emerso anche nel rapporto Ue sullo stato dell'arte dell'allargamento reso pubblico a novembre. Dal Paese arrivano gravi segnali per quanto riguarda l'erosione dello stato di diritto e il venir meno di libertà fondamentali, come la libertà dei media e di espressione. Segnali che arrivano in primo luogo dalla Republika Srpska, dove di fatto la separazione dei poteri sta venendo meno, ma che si riflettono negativamente sull'intero Paese, dove comunque l'abuso di potere e la corruzione da parte della classe politica sono difficili da estirpare, soprattutto in un contesto con istituzioni deboli e fragili come quelle della Bosnia Erzegovina.

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