Non solo Hormuz: "Suez lavora solo al 30%, un problema ancora non risolto". La crisi in Medio Oriente e l'Adriatico, Maddaluno: "La questione non solo bellica, ma assicurativa"
Uno sguardo sulla crisi in Medio Oriente da parte dell'esperto analista geopolitico Amedeo Maddaluno, i riflessi che si avvertono specie sul versante adriatico del nostro paese e le possibili misure che il governo italiano sta tentando di adottare

TRIESTE. Appena ieri, 7 maggio, a margine del convegno UniTS dedicato alla portualità, il numero uno del porto di Trieste Marco Consalvo aveva espresso preoccupazioni sul futuro dello scalo giuliano, prima ancora che a causa della crisi energetica, per lo stato in cui ancora versa il canale di Suez, che attualmente “lavora circa al 30%”. Suez, com'è noto, è lo sbocco nevralgico dei trasporti merci con l'oriente, e in caso di instabilità internazionale e conseguente interdizione è in grado di compromettere l'approvvigionamento commerciale via nave di tutto il Mediterraneo orientale, ma di cui da un po' di tempo non si sente più parlare, “soppiantato” dal "vicino" stretto di Hormuz, nel golfo Persico.
Per comprendere la portata della situazione nell'area mediorientale e le ripercussioni che questa implica sui porti italiani come quello di Trieste, il Dolomiti ha intervistato Amedeo Maddaluno, noto analista geopolitico di Parabellum & Partners srl, che ha messo al centro una riflessione che vede Suez inserito nel quadro più ampio della questione mediorientale. “Suez è un problema ancora non risolto – ha dichiarato Maddaluno - Non possiamo pensare che le recenti tensioni che interessano Hormuz non possano riflettersi anche su Suez, il problema è che la situazione su Hormuz attualmente non è chiara. Tanto è vero che nonostante l'intensità bellica si sia recentemente abbassata, gli armatori continuano ad aver paura a far transitare le loro navi su Hormuz ed è un problema che in realtà condiziona la navigazione in tutto il Medio Oriente”.
Il problema più grande, riscontra l'analista, non sarebbe solo di natura strettamente bellica, ma anche assicurativa. “Recentemente il generale Paolo Capitini ha sintetizzato bene il problema – ha detto – In senso metaforico ma neanche troppo, asserendo che non occorre una grande potenza di fuoco per mettere in crisi i commerci marittimi in Medio Oriente, ma al contrario basterebbe un bambino con una fionda. Il senso è che per fare business occorrono certezze, e in un clima di assoluta instabilità, dove anche un singolo drone può fare danni irreparabili a un naviglio mercantile, le compagnie di assicurazione non forniscono copertura perché ci rimetterebbero, comportando la tremenda flessione dei traffici marittimi verso l'Europa e l'Italia a cui abbiamo assistito”.
Certo se il porto di Trieste dipende in modo importante dal commercio con il Levante, come ha evidenziato lo stesso Consalvo, d'altra parte lo scenario commerciale corre in parallelo con quello della politica, che nel caso italiano per potenziare i flussi e aggirare i problemi dati dal trasporto navale sta puntando forte sull'istituzione dell'Imec, il corridoio economico India-Medio-Oriente-Europa, come ha rimarcato di recente il governatore del Friuli Venezia Giulia da un vertice sul tema tenutosi negli Usa.
Sulla questione Imec però Maddaluno invita alla cautela, tante sarebbero infatti le sfide tanto per la politica nostrana quanto per quella internazionale. “Sulla carta dovrebbe essere un'alleanza commerciale e infrastrutturale – conclude l'analista - tra paesi guidati da governi che si ritengono ideologicamente affini. Ma se andiamo a vedere da vicino ecco che emergono diverse criticità per le quali una cooperazione del genere appare difficile, basti pensare agli attriti di Arabia Saudita ed Emirati Arabi, teoricamente coinvolti nel progetto Imec, ma che sono due paesi ai ferri corti. Non dimentichiamoci che gli Emirati erano usciti dall'Opec, e l'Arabia aveva bombardato delle milizie yemenite filo emiratine, e potrei continuare con altre tensioni tra paesi. Ecco quindi che il corridoio Imec si rivela un buon proposito e nulla più, una dichiarazione d'intenti con la benedizione degli Stati Uniti in chiave anti cinese. Alcuni dei paesi coinvolti nell'Imec sono inoltre governati da una linea estremamente sovranista, e una cooperazione su larga scala sembra quasi una contraddizione, un po' come gestire una 'macelleria vegana', non a caso l'alleanza di questi paesi con Trump si è rivelata spesso penalizzante sul piano del consenso e del gradimento internazionale”.
Ecco quindi che la tensione sugli stretti mediorientali e il progetto dell'Imec si manifestano come due facce della stessa medaglia, nel contesto annoso di dover trovare una soluzione alternativa ai commerci marittimi verso la direttrice asiatica per salvaguardare l'economia di una buona fetta d'Europa.












