A 13 mesi dai dazi di Trump: “Così è iniziata la guerra mondiale del commercio”. Come finirà? Schiavo: “Un cambio di paradigma: oggi primarie le questioni securitarie”
“Il più grande importatore, Washington, ha trasformato le importazioni in armi. Il più grande esportatore, Pechino, ha trasformato in armi le esportazioni. Il commercio è stato distorto da opportunità in vulnerabilità. Così è cominciata la guerra mondiale del commercio”. E ora? L'analisi del direttore della Scuola di Studi Internazionali dell'Università di Trento, Stefano Schiavo: "Siamo di fronte a un mutamento paradigmatico, nel quale l'aspetto economico-finanziario è ormai subalterno a quello securitario”

TRENTO. “Il più grande importatore, Washington, ha trasformato le importazioni in armi. Il più grande esportatore, Pechino, ha trasformato in armi le esportazioni. Il commercio è stato distorto da opportunità in vulnerabilità. Così è cominciata la guerra mondiale del commercio”.
È passato più di un anno dal “Liberation Day” – dall'annuncio dei pesantissimi dazi imposti dal presidente americano Donald Trump a oltre 100 Paesi in tutto il mondo – ma gli effetti del vero e proprio terremoto scatenato sul commercio globale dalla nuova postura statunitense sono tutt'altro che definiti.
Non a caso Richard Baldwin, tra i maggiori esperti di globalizzazione, ha utilizzato una metafora durissima, quella del conflitto mondiale, per definire la fase attuale, nella quale un nuovo 'ordine commerciale' mondiale – non più basato, giocoforza, sul ruolo centrale degli Stati Uniti – starebbe emergendo, favorendo un approccio regionalista a uno globalista.
Ma di che sistema si parla? Quali i possibili scenari? E quale la posizione dell'Europa? Il Dolomiti ne ha discusso con Stefano Schiavo, esperto di politica economica e direttore della Scuola di Studi Internazionali dell'Università di Trento.
“La visione che sottende questa teoria – spiega il professore – è fondamentalmente benigna, prevedendo, di fronte all'attuale evidente fase di frammentazione, la possibilità di costruire dal basso un sistema economico internazionale alternativo, che permetta per esempio di affrontare temi che non sono stati risolti in passato all'interno dell'Organizzazione mondiale del commercio (Wto). L'elemento di rottura che più di tutti emerge in questa fase è però ben più minaccioso: i principali attori nel commercio globale hanno aperto il vaso di Pandora, riconoscendo esplicitamente che le interdipendenze economiche possono essere sfruttate in chiave coercitiva. Proprio per questo non credo sia possibile tornare a una fase pre-Trump”.
A livello generale, Baldwin usa un'altra metafora per descrivere cosa rappresenti effettivamente l'introduzione dei dazi voluti dal presidente americano: “Il sistema del commercio pre-2025 – scrive – era centrato sugli Stati Uniti. Pensate a una cattedrale: una singola struttura disegnata e mantenuta dalla leadership americana. L'architetto ha deciso di bruciare la cattedrale. E ciò che l'ha rimpiazzata sembra molto differente”. In altre parole, come anticipato, a un singolo hub si starebbero sostituendo oggi una insieme di hub paralleli – con esempi importanti legati proprio al contesto europeo.
“Pensiamo all'accordo sul Mercosur e a quelli raggiunti recentemente da Bruxelles con India e Australia – spiega Schiavo –. Parliamo di fatto di alternative di mercato che, grazie al mantenimento di quelle stesse regole del commercio internazionale rigettate da Trump, offrono grandi incentivi per i diretti interessati. L'idea, la cosiddetta Teoria del domino regionalista, prevede un progressivo allargamento di questi blocchi in un circolo virtuoso: più sono i Paesi che partecipano, maggiori i vantaggi nell'entrare nel nuovo sistema (e gli svantaggi nel rimanerne al di fuori). Come anticipato però, la dinamica di cambiamento che sottende la posizione americana, e non solo, è più profonda. Siamo di fronte a un mutamento paradigmatico, nel quale l'aspetto economico-finanziario è ormai subalterno a quello securitario”.
Al netto dei dazi voluti da Trump – la trasformazione in arma delle importazioni da parte del più grande importatore – gli esempi su questo fronte sono diversi, a partire dalla Cina – che ha risposto con una stretta alle esportazioni di minerali e terre rare, beni insostituibili per moltissime catene manifatturiere avanzate e sui quali Pechino può vantare un sostanziale monopolio.
“La stessa dinamica si può osservare nel rapporto tra Europa e Russia sul fronte energetico – continua Schiavo – e non è diversa da quella applicata da Teheran nel chiudere lo stretto di Hormuz. Prima dell'attacco americano molti analisti avevano bollato come impensabile la chiusura dello stretto da parte delle autorità iraniane, visto che da lì passa il petrolio che la stessa Teheran vende all'estero, una risorsa economica fondamentale per il regime degli ayatollah. Messa con le spalle al muro però, la leadership iraniana ha privilegiato l'aspetto securitario”.
D'altronde, continua Schiavo: “Storicamente la mancanza di grandi tensioni internazionali è sempre stata uno dei motori della globalizzazione, insieme per esempio alle innovazioni tecnologiche che permettono un abbassamento dei costi di trasporto. Per usare una metafora però, il pendolo dei trend economici ha un ciclo ben più breve rispetto a quello delle tensioni geopolitiche: oggi vediamo gli effetti di quest'ultimo, sistemico, mutamento. E così la ricerca del profitto non è più la bussola sulla quale orientare le scelte di politica economica, che si muove oggi sempre di più tra i vincoli securitari imposti dalla situazione contingente sul fronte internazionale. Da questo punto di vista, si tratta probabilmente del cambio di paradigma più importante che possiamo leggere negli ultimi due decenni: il commercio globale è stato costruito sull'idea che l'interdipendenza riducesse i conflitti. Oggi, sempre più governi ragionano invece all'opposto. E non credo possiamo aspettarci un passo indietro”.












