"La popolazione non esce di casa". In Mali, jihadisti e separatisti tentano il colpo di Stato (e i russi si ritirano). Pipinato: "Il conflitto è internazionale"
L'ultima escalation di violenze nel Paese africano - con le milizie jihadiste e quelle separatiste tuareg unite contro la giunta militare di Bamako - segna uno dei momenti più critici degli ultimi anni: "Mosca si era proposta come forza stabilizzatrice nella regione, ma di fatto le forze russe sono state accusate d'aver fin da subito preso di mira le risorse aurifere del Mali, il terzo Paese esportatore di oro in Africa. In altre parole, la dimensione del conflitto che stiamo osservando oggi è realmente internazionale”

TRENTO. “In tempi di pace accompagnavamo i trentini che volevano conoscere il Mali, viaggiare sul Niger, scoprire Timbuktu; vivere il Festival au Désert e dormire sui tetti della 'città dell'oro', dove sembra di poter sfiorare le stelle. Con la guerra tutto questo è sparito. E oggi, dopo gli ultimi attacchi, dalla capitale Bamako i nostri collaboratori ci dicono che il Paese è in una sorta di blackout, con comunicazioni e spostamenti fortemente limitati. I collegamenti stradali sono saltati, la popolazione non esce di casa”.

La guerra di cui parla Fabio Pipinato – vice-presidente di Ipsia, una Ong promossa dalle Acli che si occupa di cooperazione internazionale – continua ormai da quasi 15 anni in Mali, dove negli ultimi giorni una doppia offensiva di gruppi armati separatisti e milizie jihadiste ha portato a una nuova serie di attacchi in diverse città del Paese africano, compresa la capitale Bamako. Un'escalation che, secondo diversi osservatori, segna uno dei momenti più critici degli ultimi anni.
L'attacco è sostenuto dai combattenti tuareg del Fronte di Liberazione dell'Azawad – un'enorme regione nel Nord del Mali storicamente dominata dalle popolazioni Kel Tamashek, i tuareg appunto – e dalla formazione jihadista Jnim – il Gruppo di sostegno all'Islam e ai musulmani – e ha portato alla morte del ministro della Difesa maliano Sadio Camara, importante anello di congiunzione con le forze russe che operano nel Paese, oltre che alla presa della città di Kidal, principale centro nel Nord-Est del Mali.
“Parliamo di tensioni – continua Pipinato – di lungo corso e che affondano le loro radici nella ricerca di maggior indipendenza da parte delle popolazioni tuareg nel Nord del Paese. A loro si sono in questa fase unite le milizie jihadiste affiliate ad al Qaida, che hanno come obiettivo Bamako”. Una convergenza, comunque, che resta fragile e legata a obiettivi tattici più che a una visione condivisa. Negli ultimi giorni, il Jnim ha confermato di voler imporre una sorta di embargo intorno alla capitale, dove governa la giunta militare – retta da Assimi Goïta – salita al potere dopo l'ultimo colpo di Stato, nel 2021, e alleata con la Russia.
In Mali si gioca infatti una partita rilevante anche sul fronte internazionale.
All'inizio delle ostilità nel 2012 – scaturite proprio dalla guerra del governo centrale contro i ribelli tuareg nel Nord, che hanno potuto usufruire degli arsenali libici dopo la crisi culminata con il crollo del regime di Gheddafi, e dai movimenti islamisti – era infatti seguito un doppio intervento francese: prima con l'Opération Serval, con la quale Parigi (sostenuta dai partner europei, dagli Stati Uniti e dall'Ecowas, la Comunità economica degli Stati dell'Africa Occidentale) ha supportato il governo di Bamako nella riconquista dei territori controllati dai ribelli. Poi con l'Operazione Barkhane, mirata contro i gruppi islamisti nell'intera regione del Sahel e conclusa, nel 2022, con un sostanziale fallimento delle forze francesi.
In generale, gli interventi non sono riusciti in definitiva a stabilizzare in modo duraturo il Paese.
“È in questo contesto che, nel 2021, sono subentrati i russi – dice Pipinato – prima con i miliziani del Gruppo Wagner e oggi, dopo la morte di Prighozin, con i contractors di Africa Corps, passati sotto il controllo diretto del Cremlino. Mosca si era proposta come forza stabilizzatrice nella regione, ma di fatto le forze russe sono state accusate d'aver fin da subito preso di mira le risorse aurifere del Mali, il terzo Paese esportatore di oro in Africa. In altre parole, la dimensione del conflitto che stiamo osservando oggi è realmente internazionale”.
Da quanto emerso però, al momento i mercenari russi nel Paese si starebbero defilando contro l'avanzata di jihadisti e indipendentisti. Proprio a Kidal l'Africa Corps si sarebbe ritirato dopo i primi attacchi, lasciando di fatto la città in mano agli insorti. Un duro colpo, secondo gli analisti, per la credibilità del gruppo russo nella regione, che si era presentato come una forza privata di protezione per i vari governi dell'area in cambio di accesso alle risorse naturali.
“Il mondo della cooperazione e del volontariato trentino – spiega Pipinato – ha una lunga storia di impegno in Mali, con una serie di iniziative che hanno ricevuto il sostegno anche della Provincia autonoma di Trento. Oggi però, di fronte all'ennesima crisi militare, possiamo organizzare solo attività d'emergenza e di assistenza alla popolazione. Nelle ultime settimane siamo riusciti con Ipsia del Trentino, presieduta da Giuliano Rizzi, a portare a Yassing, nel Sud del Paese, poco lontano da Bandiagara, sorgo, mais e beni a lunghissima durata. In passato là avevamo contribuito alla costruzione di una scuola: oggi raggiungerla è sostanzialmente impossibile, anche per le Ong, a conferma del deterioramento delle condizioni di sicurezza”.
“Una guida turistica – conclude Pipinato – con la quale collaboravamo prima della guerra è quindi partito da Bamako per raggiungere il villaggio. Con l'amico Marco Pontoni, negli ultimi anni eravamo riusciti a raggiungere Yassing per portare degli aiuti. Da Bandiagara avevamo viaggiato in auto, lungo strade prevalentemente sterrate, rigorosamente nel pieno del giorno. Sono quelle le ore più calde, ma anche le più sicure: allora come oggi, gli attacchi si portano avanti solitamente quando cala il sole”.












