Le armi all'Europa? ''Se fossimo attaccati da missili e droni come l'Ucraina non sapremmo difenderci. Riarmo dei singoli paesi e difesa comune? Facce della stessa medaglia''
Dalle sfide logistiche a quelle industriali, dagli scenari di maggior tensione ai progetti futuri di difesa europea: il Dolomiti ha contattato il Generale di Corpo d'Armata dei Lagunari in quiescenza, membro del Centro studi dell'esercito e già comandante dei contingenti nazionali in Kosovo, Libano e Afghanistan Luigi Chiapperini per fare il punto sul piano di riarmo europeo

TRENTO. Tra l'aggressività russa e il cambio di postura americano, tra i problemi strutturali di un settore sottofinanziato ormai da decenni e le sfide che il nuovo, teso ordine geopolitico pone (e porrà) per i prossimi anni. È questo il contesto nel quale da settimane si parla di nuove e imponenti spese per la difesa in Europa, con l'obiettivo sia di "rispondere all'urgenza a breve termine di agire e sostenere l'Ucraina", ha detto nel presentare il piano la presidente della Commissione europea Ursula Von Der Leyen, che di "affrontare la necessità a lungo termine di assumersi molta più responsabilità per la nostra sicurezza europea".
Al netto però della discussione politica e delle polemiche che, in particolare in Italia, sono seguite all'annuncio del piano di riarmo (che da Rearm Europe è stato rinominato negli scorsi giorni, per le proteste di Italia e Spagna, Readiness 2030), quali sono da un punto di vista tecnico le priorità sulle quali investire? Quali i settori più in difficoltà? Quali le sfide da un punto di vista logistico e industriale? Il Dolomiti lo ha chiesto al Generale di Corpo d'Armata dei Lagunari in quiescenza, membro del Centro studi dell'esercito e già comandante dei contingenti nazionali in Kosovo, Libano e Afghanistan Luigi Chiapperini. Ecco le sue parole.
Di fronte al programma di riarmo europeo quali sono le priorità dal punto di vista militare (aeronautica, marina, forze di terra eccetera) per i maggiori eserciti dell'Unione? Quali, in particolare, quelle per l'Italia?
Per decenni tutti i Paesi europei, chi più chi meno, hanno sottofinanziato il comparto Difesa con le evidenti criticità in vari settori capacitivi che notiamo oggi. Ciò perché si faceva affidamento sull’ombrello statunitense che dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, con la Nato, ha effettivamente assicurato la pace in Europa come non accadeva da secoli. Con l’insediamento del nuovo presidente americano Donald Trump molto è cambiato e quell’ombrello potrebbe chiudersi: c’è una nuova postura strategica degli Usa con priorità ad altri quadranti strategici come l’Indo Pacifico e l’Artico per cui i problemi europei devono essere risolti dagli europei, così ci dice Trump. In tale quadro bisogna correre ai ripari per riacquisire le necessarie capacità militari essenzialmente nei settori forze corazzate (carri armati, cacciacarri, mezzi da trasporto e combattimento per la fanteria), artiglierie e droni, mezzi del genio per lo sminamento e il forzamento dei campi minati, difesa aerea e missilistica, trasporti strategici, Intelligence e la ricognizione tattica e strategica, senza dimenticare le importantissime capacità da acquisire nei domìni spaziali e cyber. Per quanto attiene a Aeronautica e Marina, stiamo messi meglio ma occorre continuare a sviluppare sistemi per mantenere la superiorità tecnologica anche in questi due domìni. In tale quadro l’Italia è il Paese, tra quelli più importanti europei, che ha i ritardi più gravi specialmente nel settore terrestre. Insomma, la vecchia regina europea è nuda ma forse inizia a capire che deve coprirsi.
Quali sono, ad oggi, gli eserciti più preparati a gestire le sfide di sicurezza che l'attuale fase geopolitica pone di fronte all'Europa? Quali, al di là dell'invasione russa dell'Ucraina, gli scenari di maggior tensione?
Partiamo dagli scenari. Le minacce militari si riferiscono all’atteggiamento che potrà avere la Russia nel momento in cui dovesse ottenere risultati positivi dalla guerra in Ucraina. Ciò la porterebbe a proseguire nel suo sforzo revanscista dichiarato di inglobare nuovamente sotto la sua influenza l’Europa dell’Est. Ma non si fermerebbe lì. Già oggi assistiamo alla guerra ibrida portata da Mosca all’interno dell’Europa con attacchi che afferiscono non solo all’area cognitiva volta ad orientare a suo favore la nostra opinione pubblica, ma riguardano anche attività offensive cibernetiche che colpiscono le nostre strutture civili e militari, sabotaggi e finanche tentativi di assassinio. La Russia inoltre è presente militarmente con compagnie di mercenari nel continente africano ed è già in grado di influire sulle politiche migratorie ed energetiche che in particolare interessano direttamente i Paesi mediterranei come l’Italia. In Africa è già presente anche la Cina che ha il controllo di hub logistici civili ma che potrebbero essere convertiti all’occorrenza in basi militari con il consenso, più o meno volontario, delle nazioni ospitanti. Anche l’Iran è da considerare una minaccia con le sue capacità missilistiche e con la possibilità che in un futuro più o meno lontano si doti anche di armi nucleari. Di fronte a queste minacce, al momento le forze armate degli Stati europei sono solo parzialmente pronte e in grado di affrontarle con efficacia. Da qui il piano europeo “Readiness 2030”.
Di fronte agli attacchi missilistici o di droni che quotidianamente colpiscono l'Ucraina, gli Stati europei sarebbero in grado di difendersi?
No. Tanto si sta finalmente facendo per recuperare il gap capacitivo in questo settore molto critico ma la strada e lunga poiché dotarsi di un numero sufficiente di sistemi avanzati per la difesa aerea e missilistica richiede risorse, tecnologia e una industria dedicata. Abbiamo le potenzialità ma siamo in ritardo anche in questo campo.
Nelle scorse settimane il presidente francese Macron ha proposto di estendere la deterrenza nucleare francese agli alleati europei, nell'ottica di ridurre la dipendenza strategica del Vecchio continente nei confronti degli Stati Uniti. Si tratta, secondo lei, di un'ipotesi plausibile? Come gestire, vista la nuova postura dell'amministrazione americana, la dipendenza da sistemi d'arma convenzionali Usa (ad esempio gli F-35)?
L’estensione della deterrenza nucleare francese agli alleati europei, tra l’altro già paventata da Parigi, è un’opportunità da non escludere. Per altro, alla Francia aggiungerei la Gran Bretagna che ancorché non più nell’Ue, si è a questa riavvicinata proprio dopo l’aggressione russa all’Ucraina e il cambio di politica degli USA. Francia e Gran Bretagna, oltre ad essere dotate di armi nucleari, sono anche membri permanenti, e quindi con diritto di veto, del Consiglio di sicurezza dell’Onu. La loro eventuale disponibilità a condividere con il resto dell’Europa questi strumenti, ci renderebbe meno dipendenti dagli Stati Uniti. Il mio parere è che nel caso in cui non si potesse continuare a perseguire la strada del mantenimento dell’attuale sistema di alleanze, e mi riferisco alla NATO, allora bisognerà iniziare a pensare a qualcosa di diverso. Anche il poderoso riarmo tedesco va in questa direzione mentre l’altro maggiore Paese europeo, e mi riferisco alla nostra Italia, sembra essere in una fase interlocutoria, a metà strada tra gli sforzi per salvare gli storici legami transatlantici e la consapevolezza che qualcosa stia cambiando. La dipendenza attuale degli europei dagli Usa riguarda anche altri sistemi tecnologicamente avanzati come gli aerei F-35 e non è da escludere la possibilità di uno “switch kill” da parte statunitense che in ogni momento potrebbero inibire da remoto l’utilizzo di detti assetti.
Tornando al piano di riarmo, la spesa preventivata attualmente è di 800 miliardi di euro: una cifra enorme, ma ben inferiore ai circa 850 miliardi di dollari stanziati, nel solo 2024, per la difesa negli Stati Uniti. Secondo lei sarebbe necessario integrare in forma strutturale alcuni degli strumenti di finanziamento (come i 150 miliardi di prestiti a tassi agevolati a lunga scadenza) messi sul tavolo dalla Commissione? L'industria militare europea è in grado di rispondere alla sfida?
Intanto va evidenziato nuovamente che noi europei negli ultimi decenni non abbiamo dedicato alle forze armate tutte le risorse di cui abbisognavano, con i risultati quasi tragici ai quali assistiamo oggi. Ad esempio i Governi italiani (sottolineo tutti, e quindi mi riferisco a tutti i partiti attualmente al governo e all’opposizione, salvo i più piccoli) avevano promesso, sottoscrivendo documenti ufficiali dei vertici Nato degli ultimi anni, di raggiungere il 2% del Pil da dedicare alla Difesa. Non è stato fatto. Oggi quel 2% risulta necessario ma non è più sufficiente poiché le minacce sono aumentate e dobbiamo acquisire quelle capacità militari che presumibilmente verranno a mancare a seguito del citato possibile smarcamento statunitense. Usa che spendono moltissimo in armi e che tenderanno sempre più a risparmiare per far fronte alle criticità di natura interna. Dopodiché se, come e quando spendere i miliardi messi a disposizione sotto varie forme dall’Unione Europea sarà una scelta politica dei singoli Stati. Mi preme al riguardo fare due considerazioni. La prima è che la sicurezza e la difesa di una nazione devono avere l’assoluta priorità in quanto si tratta di investimenti che afferiscono alla protezione di noi cittadini, dei nostri valori e della nostra società nel suo complesso. La seconda è che il piano europeo rappresenta una opportunità per l’industria nel suo complesso che sta vivendo momenti non proprio idilliaci. Questo lo ha capito molto bene la Germania con il piano fiscale (e di poderoso riarmo) “bazooka”. In detto scenario, l’industria degli armamenti europea, pur essendo in ritardo, ha le potenzialità per recuperare il terreno perduto anche se ciò potrà accadere tra non meno di quattro o cinque anni. Di questo se n’è resa conto anche l’Ue: il piano inizialmente chiamato ReArm Europe è stato ridenominato Readiness 2030, cioè Prontezza 2030. L’Italia può giocare un ruolo di primo piano grazie alla presenza di aziende di livello mondiale come Leonardo e Fincantieri oltre ad una filiera di piccole e medie industrie molte delle quali considerate eccellenze indiscusse. Attenzione: con il piano Readiness 2030 l’Ue non intende fare la guerra a nessuno ma solo esercitare la necessaria deterrenza proprio per evitare conflitti futuri.
In Italia in particolare si è parlato molto, a livello politico, della necessità di investire in una difesa integrata a livello europeo piuttosto che nel riarmo dei singoli Paesi membri: è necessario lavorare fin da subito a un organo di coordinamento (o a un rafforzamento del ruolo dell'Agenzia europea per la difesa) nell'ottica di arrivare, in futuro, a una politica di difesa comune all'interno dell'Unione, anche per indirizzare in modo ottimale le future spese militari?
Riarmo dei singoli Paesi e difesa integrata sono due aspetti dello stesso problema. Dire sì alla difesa europea e non al riarmo è una contraddizione in termini poiché l’uno è necessario all’altro. Potenziare solo le forze armate dei singoli Stati sarebbe insufficiente, intanto perché nessun Paese sarebbe in grado di affrontare autonomamente le minacce attuali e future. I sostenitori di questa tesi affermano che però basterebbe riunire queste forze all’occorrenza per rispondere a eventuali minacce, ma non è così. Nulla si improvvisa. Per poter impiegare congiuntamente assetti militari provenienti da diverse nazioni c’è bisogno di comandi multinazionali integrati costituiti già in tempo di pace di cui al momento dispone solo la Nato.
Anche l’idea di una “difesa europea” senza il contestuale potenziamento delle singole forze armate risulterebbe inefficace poiché le attuali capacità militari europee, anche nel loro complesso, risultano come evidenziato e sotto gli occhi di tutti, insufficienti e ci mancherebbero alcune capacità strategiche che solo gli Usa posseggono. In sintesi, bisogna procedere in entrambe le direzioni in maniera coordinata. Da un lato l’Europa dovrebbe indirizzare in maniera ottimale (ad esempio con l’EDA) le risorse e realizzare economie di scala nell’acquisizione dei nuovi armamenti da parte dei singoli Stati, il che porterebbe sicuramente molti benefici con sostanziali risparmi ma anche in termini di miglioramenti tecnologici. Dall’altro, nel caso di possibile svuotamento del ruolo centrale finora ricoperto dalla Nato, l’Europa dovrebbe dotarsi innanzitutto di una vera politica estera e di sicurezza comune (forse si dovrebbe ridefinire l’attuale sistema di governance che risulta alquanto farraginoso) e poi di una struttura militare di comando e controllo alla quale affidare in caso di necessità parte delle proprie forze armate, né più né meno come accade nell’Alleanza Atlantica. In pratica, il riarmo è il denominatore comune dal quale non si può prescindere. In aggiunta dovremo decidere se potenziarci come pilastro europeo della Nato o, se necessario, procedere con una difesa europea integrata autonoma.
Parlando di Ucraina, mentre i colloqui tra Stati Uniti e Russia continuano, qual è la situazione sul campo? L'Ucraina dovrebbe essere coinvolta in una futura politica comune di difesa europea? Per gli Stati europei è immaginabile un'opzione 'boots on the ground' in Ucraina?
Diciamo subito che se l’Ucraina fosse stata già nell’Ue o nella Nato non sarebbe stata attaccata. Per il futuro si vedrà. Sono cambiate molte cose dall’aggressione russa del 2022. Russi che sul campo da mesi hanno l’iniziativa militare ma con conquiste territoriali relativamente limitate rispetto alle gravissime perdite umane e materiali sofferte. Solo per dare un’idea, in tutto l’anno 2024 i russi, lungo il fronte di più di mille chilometri nel sud dell’Ucraina, sono riusciti a conquistare territori pari all’estensione della nostra provincia di Brescia perdendo in questi assalti continui circa 400 mila soldati tra morti, feriti, dispersi e prigionieri, oltre a ingenti quantitativi di mezzi militari. Nel contempo gli ucraini sono riusciti a penetrare in territorio russo nella regione di Kursk. Il 2025 vede i russi ancora all’offensiva ma con gli ucraini che nelle ultime settimane, pur perdendo quasi interamente i territori nel Kursk, ne hanno conquistati altri nella regione russa di Belgorod e stanno lanciando con successo contrattacchi locali che sembrano aver fermato lo sforzo principale dei russi volto ad investire la città di Prokovsk e provare a conquistare la regione ucraina di Donetsk per intero. In sintesi una situazione fluida che vede gli ucraini ancora determinati a resistere per evitare che i russi conquistino per intero le quattro regioni ucraine del sud che dopo più di tre anni di guerra non sono ancora riusciti a controllare completamente. Continuano intanto gli attacchi di Mosca in profondità con missili, droni e bombe d’aereo che hanno causato tanti morti civili e danni diffusi alle infrastrutture in tutta l’Ucraina mentre Kyiv sembra aver trovato nei suoi nuovi droni e missili la maniera per infliggere danneggiamenti al sistema energetico russo. I contendenti stanno in pratica provando ad esercitare la più alta pressione possibile sul nemico allo scopo di orientare a proprio favore i negoziati in corso. Negoziati ai quali non partecipano gli europei i quali però potrebbero essere coinvolti in missioni future di peacekeeping, anche se la Russia non sembra propensa ad accettare al momento tale ipotesi. Mosca può porre il suo veto rispetto alla nazionalità delle forze eventualmente da schierare, presumibilmente sotto egida Onu, lungo la futura linea di cessate il fuoco, se ci sarà. Non ha invece alcuna autorità nel definire la nazionalità delle truppe da schierare all’interno del territorio ucraino controllato da Kyiv per la sua necessaria sicurezza e rassicurazione. Sono solo ipotesi. Tutto sarà deciso nei negoziati in corso che procedono molto lentamente e, almeno al momento, senza spiragli di soluzione, tra le mire espansionistiche di Mosca e il naturale desiderio di Kyiv di sopravvivere come Paese sovrano salvaguardando i suoi confini internazionalmente riconosciuti. Ogni compromesso, che al momento risulta inevitabile, risulterà comunque doloroso con l’Ucraina vittima sacrificale in spregio del diritto internazionale.












