“Missili russi in Libia? Minaccia per l'Europa (e l'Italia): così Mosca vuole intimidire la nostra opinione pubblica. Dopo la Siria Putin cerca nuovi ingressi nel Mediterraneo”
Negli scorsi giorni Agenzia Nova ha parlato di un piano (“già in fase avanzata”, tra l'altro) per installare sistemi missilistici russi nella base militare di Sebha, nel Fezzan libico controllato dal generale Khalifa Haftar (sostenuto dal Cremlino). Quali gli obiettivi di Mosca? Il Dolomiti lo ha chiesto a Luigi Chiapperini, Generale di Corpo d'Armata dei Lagunari in quiescenza, membro del Centro studi dell'esercito e già comandante dei contingenti nazionali in Kosovo, Libano e Afghanistan

TRENTO. La crisi del governo di Tripoli, le ambizioni di Haftar, il crescente impegno russo in Nord-Africa, l'ambiguità della Turchia, la passività europea. A metterle in fila – e la lista non è certo esaustiva – le questioni che s'intrecciano nella rinnovata fase di crisi in Libia complicano inevitabilmente l'analisi di un contesto nel quale, da anni, si riflettono forti tensioni anche a livello internazionale. E a far salire ulteriormente la tensione ora, dopo i recenti scontri a Tripoli seguiti all'uccisione di uno dei leader delle milizie formalmente legate al governo che controlla la porzione occidentale del Paese, c'è la rinnovata aggressività russa nella regione che, non a caso, si concretizza dopo la caduta dello storico alleato siriano, Assad (e l'ormai quasi definitiva indisponibilità delle basi siriane sul Mediterraneo). Negli scorsi giorni infatti Agenzia Nova ha parlato nel dettaglio di un piano (a quanto pare “già in fase avanzata”) per l'installazione di sistemi missilistici russi nella base militare di Sebha, nel Fezzan libico controllato da Haftar, il generale sostenuto da Mosca che controlla la parte orientale della Libia. Missili che il Cremlino posizionerebbe, di fatto, a poco più di 1000 chilometri da Lampedusa, lanciando un chiaro segnale all'Europa e alla Nato. Ma quali sono in questa fase gli obiettivi russi nell'area? Qual è la situazione in Libia? E soprattutto cosa possono fare l'Europa e, in particolare, l'Italia?
Il Dolomiti lo ha chiesto al Generale di Corpo d'Armata dei Lagunari in quiescenza, membro del Centro studi dell'esercito e già comandante dei contingenti nazionali in Kosovo, Libano e Afghanistan Luigi Chiapperini.
Generale, stando alle fonti citate da Agenzia Nova, il piano per installare sistemi missilistici russi a Sebha, il capoluogo del Fezzan libico controllato dal generale Haftar, sarebbe già in fase avanzata. Il dispiegamento di missili a medio raggio nell'area rappresenterebbe una minaccia militare concreta per l'Europa? Quali sono, a suo avviso, gli obiettivi strategici di Mosca in questa mossa? Vista la posizione e la vicinanza con l'Italia, si guarda anche al nostro Paese, e in particolare alla nostra opinione pubblica?
La notizia del possibile dispiegamento di missili russi nel Fezzan libico, se fosse confermata, non deve meravigliarci. La presenza russa in Africa ed in particolare in Libia è un dato di fatto e ritengo che non accennerà a diminuire, anzi sarà sempre più massiccia. I sistemi d’arma che potrebbero essere schierati a Sebha, come i missili balistici a medio raggio ma anche i “droni suicidi”, hanno una gittata tale da rappresentare certamente una minaccia militare tangibile per l’Europa ed in particolare per l’Italia la quale, trovandosi a poche centinaia di chilometri dal continente africano, ne costituisce la porta di accesso principale. L’eventuale dispiegamento da parte della Russia di missili come l’Oreshnik o di droni come i Geran-2 cambierebbe drammaticamente gli attuali equilibri nel bacino del Mar Mediterraneo e va vista come una mossa volta ad intimidire l’opinione pubblica occidentale e a creare incertezza nei nostri decisori politici, con sullo sfondo il tentativo russo di minare la coesione occidentale in relazione ad altri quadranti strategici come quello ucraino.
Da diverse settimane, dopo l'uccisione del leader di una delle milizie formalmente legate al governo di Tripoli, nuovi scontri si sono registrati nella città: qual è ad oggi la situazione per il Governo di unità nazionale?
Il recente assassinio di Abdul Ghani Kikli, uno dei più importanti capi delle milizie che supportano il Governo di unità nazionale, rappresenta il segnale più evidente che la situazione in Libia, già fragile, possa degenerare in maniera incontrollata. La capitale è precipitata nelle scorse settimane in una nuova fase di scontri tra una coalizione di milizie fedeli al governo Dabaiba (la 444ª Brigata, la “Forza Congiunta” e la 111ª Brigata, con base a Misurata) e la “Forza di Deterrenza” di Abdul-Raouf Kara, con base a Souq al-Juma. Si è sviluppata una guerriglia urbana che ha visto scontri tra miliziani con uso massiccio di droni armati ed anche di artiglieria e mortai. L’esecutivo di Tripoli appare quindi sempre più subordinato alla galassia eterogenea dei gruppi armati che ha operato sinora alle sue dipendenze ma che rimane divisa al suo interno perseguendo con la forza delle armi gli interessi delle singole anime che la compongono. In sintesi ora a Tripoli hanno due problemi: cercare di preservare una unità politica e militare fortemente compromessa dagli ultimi eventi e contestualmente fronteggiare la minaccia rappresentata dal Generale Haftar proveniente dalla Cirenaica e dall’area di Sirte.
Stando a diverse analisi negli ultimi 10 anni l'interesse russo per la Libia è cresciuto notevolmente, i recenti sviluppi suggeriscono un maggior coinvolgimento del Cremlino nel Paese (magari legato alla caduta del regime di Assad in Siria, storico alleato di Mosca)? Quale potrebbe essere l'impatto per il generale Khalifa Haftar, storicamente vicino alla Russia? Fin dove si estende oggi l'influenza russa nel Paese?
Dopo la caduta di Assad e la ormai quasi definitiva indisponibilità delle basi militari in Siria, la Russia ha ora la necessità di trovare altri punti di ingresso nel Mediterraneo spostando il baricentro dei propri interessi verso il Nordafrica. La situazione caotica della Libia fornisce indubbiamente questa opportunità che Mosca non si farà sfuggire. Il rinnovato impegno russo ed anche bielorusso in Libia, fornirà nuova linfa al generale Haftar che non si lascerà sfuggire l’occasione anche alla luce della situazione caotica che sta sconvolgendo Tripoli. In tale quadro va vista la visita del generale libico a Minsk laddove ha concesso di far stanziare stabilmente un contingente militare misto russo e bielorusso nella città di Tobruk. Una ulteriore concessione da parte di Haftar sarebbe l’utilizzo esclusivo di un’altra base militare in posizione strategica, quella di Maaten Al Sarra, al confine con Ciad e Sudan. Da sottolineare inoltre che in Libia opera già il gruppo paramilitare russo noto come “Africa Corps” (ex “Wagner”) e che la Russia sfrutta anche il porto di Bengasi, mentre funzionari e mercenari russi sono presenti anche nel Sahel, in particolare nel Mali, nella Repubblica Centrafricana e in Burkina Faso. Insomma, risulta quanto mai evidente come la presenza russa in Africa stia diventando sempre più forte, articolata e strutturata.
Tra le indiscrezioni riportate da Agenzia Nova si parla anche di un ipotetico coinvolgimento di Stati Uniti e Turchia su diversi fronti: da una parte ipotizzando il trasferimento di un milione di palestinesi da Gaza alla Libia (possibilità già emersa negli scorsi mesi, e prontamente smentita tanto dalle autorità libiche quanto da quelle americane) e dall'altra suggerendo un ruolo strategicamente ambiguo della Turchia, da anni partner del governo di Tripoli ma descritta oggi come pronta ad avvicinarsi ad Haftar per ampliare la propria influenza nella Libia orientale. Quanto sono plausibili questi scenari? Stiamo assistendo a un ridisegno degli equilibri regionali nel Paese?
Sono tutti scenari che non sappiamo se potranno effettivamente verificarsi, ma risultano plausibili in quanto win-win: gli Stati Uniti fornirebbero la loro soluzione, se così si può chiamare, al problema dei gazawi, i turchi ridurrebbero lo sforzo bellico ottenendo contestualmente l’opportunità di sfruttare anche le risorse energetiche della Libia orientale, comprese quelle offshore. I russi analogamente continuerebbero ad espandersi militarmente ed economicamente in Africa, senza doversi confrontare più militarmente con antagonisti, anche perché già impegnati pesantemente in Ucraina.
Che ruolo gioca (o potrebbe giocare) in questa fase l'Unione europea? E l'Italia in particolare? Ci sono margini per una strategia comune su sicurezza, energia o gestione migratoria?
Nello scenario win-win appena descritto in effetti ci sarebbe un solo perdente: l’Europa. Il Vecchio Continente, ed in particolare l’Italia che è legata alla Libia per i suoi trascorsi coloniali ed è il Paese europeo più vicino, ha assunto sinora un atteggiamento alquanto passivo che ora gli consente di giocare un ruolo da mero spettatore. Eppure il fianco sud dell’UE e della NATO risultano di grande importanza per la nostra sicurezza. Avremmo dovuto agire con più risolutezza, forse anche militarmente, anziché assistere apaticamente alle mosse della Turchia e della Russia che oggi sono stabilmente presenti in Libia e che non credo accetteranno l’intromissione di altri attori.
Siamo, in conclusione, di fronte a un nuovo capitolo dell'imperialismo russo? Qual è, da questo punto di vista, l'importanza della Libia nel contesto delle azioni italiane nel Sahel? Un eventuale rafforzamento della presenza russa rappresenterebbe una minaccia?
La Russia è in una fase storica caratterizzata dal suo tentativo di tornare tra le grandi potenze. Un revanscismo che non si limita all’Europa dell’Est ma che comprende il Mediterraneo. Gli interessi italiani nel Nord Africa e nel Sahel sono in grande pericolo. Sono in gioco interessi economici rappresentati dalle fonti energetiche e problematiche di sicurezza interna causate da migrazioni incontrollate, oppure controllate scientemente da chi in Africa è presente militarmente. In tale quadro la presenza nel continente africano della Russia, ma anche della Cina che potrebbe un domani trasformare le sue basi commerciali in basi militari, rappresenta una minaccia reale nei confronti della quale non siamo attrezzati. Un attacco militare dall’Africa ci coglierebbe impreparati a causa di decenni di sottofinanziamento del nostro comparto della Difesa. Oggi o domani potremmo pagare dazio.












