Sudan, la guerra 'dimenticata' tra massacri e fame: almeno 150mila i morti in due anni. “Dalla Russia agli Emirati, ecco gli interessi delle potenze straniere nel conflitto”
La guerra in Sudan continua tra violenze e fame: "Eppure - dice a il Dolomiti Mario Raffaelli, già sottosegretario agli Affari esteri e grande conoscitore dell'area - nel resto di mondo di questo orrore sembra si parli poco". Dal dramma dei massacri nei campi al ruolo delle potenze straniere, ecco la sua analisi

TRENTO. Quando ad aprile le Forze di supporto rapido avevano colpito il più grande campo profughi sudanese a Zamzam – nel Darfur settentrionale – inizialmente le vittime civili stimate nel corso dell'attacco, durato 72 ore, erano state circa 400. Negli scorsi giorni, a quattro mesi dal massacro, quelle stesse stime sono salite a oltre 1500 dopo le rivelazioni di un'inchiesta del Guardian.
Per quanto drammatico però, l'orrore a Zamzam – parliamo di un campo nel quale risiedono circa mezzo milione di persone, principalmente donne e bambini, considerate tra le più vulnerabili al mondo – è solo uno dei moltissimi tragici episodi che ormai da più di due anni insanguinano il Sudan, dove la peggior crisi umanitaria a livello internazionale ha causato dall'aprile 2023 oltre 150mila morti e 12,7 milioni di sfollati.
“Eppure – dice a il Dolomiti Mario Raffaelli, già sottosegretario agli Affari esteri, inviato speciale del governo italiano nel Corno d'Africa oltre che, tra le altre cose, presidente di Amref – nel resto del mondo di questo orrore sembra si parli poco, mentre l'attenzione mediatica è catalizzata da quanto sta avvenendo in Ucraina e in Medio Oriente”.
E al netto del continuo e inaccettabile dramma umanitario – alle violenze delle fazioni che si contendono il controllo del Paese si deve aggiungere la tragica carestia seguita all'inizio del conflitto e che colpisce, inevitabilmente, i più fragili – il dossier sudanese si conferma, come tanti altri in Africa, strategico in particolare per l'Unione europea, il cui ruolo nell'area è oggi però subalterno – per usare un eufemismo – rispetto all'influenza giocata da Russia, Turchia e Paesi del Golfo. Ma procediamo con ordine.
L'inizio della guerra civile
“Sia il Sudan che il Sudan del Sud – spiega innanzitutto Raffaelli – hanno una lunga storia di crisi umanitarie e di guerre interne. Per decenni il nord e il sud di quello che un tempo era un Paese unico si sono combattuti sulla base di divisioni etniche e religiose: il nord arabo e mussulmano, il sud prevalentemente cristiano e animista”.
I due Paesi, dopo una lunga guerra civile, si sono formalmente separati nel 2011 – nonostante permangano ancora oggi forti contenziosi per la gestione delle risorse petrolifere del Sud Sudan, l'80% del totale presente nel territorio ex sudanese – e da allora le divisioni interne alle nuove entità statuali sono state esacerbate dalle conseguenze di una prolungata economia di guerra e dall'azione dei cosiddetti warlords (i signori della guerra).
“Le tensioni in Sudan sono infine scoppiate nel 2019, dopo la caduta del dittatore Omar al-Bashir, arrivato al potere con un colpo di Stato nel 1989” continua Raffaelli.
Mentre parte della cittadinanza chiedeva con forza l'introduzione di un sistema democratico, i due maggiori leader militari del Paese – il generale Abdel Fattah al-Burhan, capo delle forze armate regolari, e il generale Mohamed Hamdan Dagalo, meglio conosciuto come 'Hemedti' e leader del gruppo paramilitare delle Forze di supporto rapido, gli ex combattenti janjawid responsabili della morte di centinaia di migliaia di civili tra la popolazione non araba in Darfur nei primi anni 2000 – hanno preso il potere rovesciando il fragile governo seguito alla caduta di al-Bashir.
“Le successive divergenze tra i due – dice l'ex sottosegretario agli Affari esteri – e la ricerca del potere nel Paese hanno portato al conflitto che vediamo ancora oggi”.
La situazione sul campo
Gli scontri tra le due parti – l'esercito regolare e le Forze di supporto rapido, che possono contare su circa 100mila combattenti – sono iniziati formalmente nell'aprile del 2023. Il punto principale di contesa sarebbe stato il piano per integrare nell'esercito regolare le Rfs (Rapid support forces): “Proprio queste ultime – spiega Raffaelli – sono avanzate rapidamente nella prima fase del conflitto, arrivando a conquistare la capitale del Paese, Khartoum”.
Pochi mesi fa, nel marzo 2025, l'esercito regolare è riuscito a riprendere il controllo della città dopo sanguinosi scontri e oggi i combattimenti si sono spostati nella regione del Kordofan, sostanzialmente al centro tra la porzione est del Paese – con sbocco sul Mar Rosso, governata dalle forze regolari – e quella ovest – sostanzialmente il Darfur, quasi interamente in mano alle Rfs.
La regione del Kordofan è attualmente strategica per entrambe le fazioni per una serie di motivi: entrambi gli eserciti devono innanzitutto attraversarla per cercare di strappare territori controllati dalle forze opposte; l'area è poi ricca di riserve petrolifere, una risorsa fondamentale per entrambi gli schieramenti. Il Kordofan rappresenta inoltre uno snodo importante anche per il Sudan del Sud, che essendo privo di sbocchi sul mare vede nella Regione un corridoio fondamentale per il passaggio del petrolio verso i porti sul Mar Rosso, in particolare Port Sudan.
“I cambiamenti di fronte però sono continui – dice Raffaelli – come continue sono le atrocità compiute da entrambe le fazioni ai danni soprattutto della popolazione civile”. I numeri, come anticipato, sono drammatici: secondo le Nazioni Unite circa 26,6 milioni di persone nel Paese stanno affrontando condizioni di fame acuta. Le stime delle vittime del conflitto, vista l'impossibilità di verificare la situazione in molte aree del Sudan, non possono che essere approssimative: stando a stime di diversi mesi fa, il totale sarebbe comunque superiore ai 150mila morti.
Come nel caso di Zamzam però, il dato ad oggi è probabilmente ampiamente sottostimato. E le brutalità, nel frattempo, continuano: come riportato dalle Nazioni Unite lunedì, un attacco delle Rsf al campo di Abu Shouk - poco lontano da El Fasher, la capitale dello stato del Darfur settentrionale e ultimo centro in mano all'esercito regolare sudanese nell'intero Darfur - ha causato 40 morti tra i civili e una ventina di feriti.
Gli interessi stranieri
Al di fuori del brutale perimetro della guerra civile però, come in molte altre situazioni di crisi anche in Sudan si muovono forti interessi stranieri, che influenzano pesantemente l'andamento del conflitto: “Da una parte ci sono Paesi come Egitto e Russia – continua l'ex sottosegretario agli Esteri – che supportano oggi l'esercito regolare, dall'altra le Rsf che ricevono il supporto massiccio degli Emirati Arabi Uniti, i cui vertici agiscono in contrapposizione agli interessi dell'Arabia Saudita, a sua volta schierata dalla parte dell'esercito regolare”.
Le forze libiche del generale Haftar, capo de facto della porzione orientale del Paese e partner del Cremlino - negli scorsi mesi si era addirittura parlato di un piano per portare nel Fezzan libico sotto il suo controllo batterie di missili russi -, sono a loro volta accusate dall'esercito regolare di fornire supporto alle Rsf: “Come nella vicina Somalia, anche qui il conflitto ricorda una sorta di proxy war tra i principali attori regionali. La Turchia, nel frattempo, appoggia entrambe le fazioni attraverso la vendita di armi, droni in particolare: gli stessi venduti alle forze azere e utilizzati durante l'ultima guerra nel Nagorno Karabah”.
Particolare è poi il ruolo di Mosca: inizialmente la Russia aveva infatti appoggiato le Forze di supporto rapido, tenendo però aperti i canali con i leader dell'esercito regolare (e continuando a sovvenzionare, secondo gli Stati Uniti, entrambe le fazioni). Dopo l'avanzamento delle forze di al-Burhan, l'appoggio del Cremlino si è però via via spostato verso quest'ultimo: “La Russia porta così avanti – spiega ancora Raffaelli – una sua politica di espansione in Africa che risale ai tempi del gruppo Wagner, ribattezzato dopo la morte del leader Prighozin 'Africa Corps'. Le forze russe sono presenti in Libia, in Mali, nel Sahel, nella Repubblica Centrafricana, in Burkina Faso, in Niger, sia per ragioni geopolitiche sia per tentare di sfruttare le risorse del territorio”.
In particolare però dopo la caduta del regime assadista in Siria, e vista la concreta possibilità di perdere l'accesso sul Mediterraneo garantito in passato dalla base navale siriana di Tartus dopo la caduta del regime assadista, per Mosca oggi la priorità strategica in Sudan è proprio Port Sudan, la roccaforte dell'esercito regolare che si affaccia sul Mar Rosso: “Si tratta di un'area strategica per l'accesso al Canale di Suez e poco al di sopra del Gibuti, dove sostanzialmente tutte le grandi potenze, ad eccezione della Russia, hanno una base militare”.
Il ruolo dell'Unione europea
Come detto, quello sudanese è insomma uno scacchiere strategico nel quale, però, l'Unione europea gioca un ruolo quantomeno marginale: “Ed è una situazione assurda. L'Europa dovrebbe avere un interesse vitale in Africa, in particolare in aree prossime a noi e in grado di influenzare le dinamiche di Paesi che si affacciano sul Mediterraneo come Egitto e Libia. Il tutto senza considerare l'aspetto umanitario, che deve ovviamente rimanere prevalente”.
“Per l'Europa però – continua l'esperto – è difficile immaginare oggi un ruolo significativo in assenza di una politica estera comune e, soprattutto, di un supporto militare, fondamentale e necessario in contesti come questo”. Una dinamica che lo stesso Raffaelli affronta, nell'ambito di un più articolato e approfondito ragionamento sulla risoluzione dei conflitti, nel suo ultimo libro: 'Si fa presto a dire pace'.
“Purtroppo in Europa, e in Italia soprattutto – sottolinea – si pensa che la pace sia frutto di una qualche chiacchierata con buone intenzioni, ma le buone intenzioni non bastano durante un conflitto. E se è difficile oggi immaginare una vera e propria difesa comune per l'Ue, perlomeno sarebbe auspicabile dare il via a forme di cooperazione rafforzata già previste dal trattato di Lisbona, per mettere insieme delle truppe da mobilitare sul modello Nato e coordinare le strutture militari presenti sul Vecchio continente. Non si tratta di essere guerrafondai, ma di mettere l'Ue nelle condizioni di aver un peso in teatri di conflitto come quello sudanese”.












