''Alex era un buono. Non uccidetelo di nuovo. Come ha fatto a cadere da 15 metri, raggiungere il fiume, finire in acqua e morire con un occhio nero e contusioni da botte?''
La vicenda di Alex Marangon è piena di lati oscuri. Si parte dal rito sciamanico con ayahuasca e cocaina, all'omertà di chi doveva testimoniare, al luogo dove è avvenuta la tragedia un'abbazia nella quale si sarebbe poi svolto un matrimonio mentre i soccorsi cercavano il giovane. Parlano i genitori Luca e Sabrina che raccontano quei giorni terribili e cosa succederà: ''Quando è andato via quel venerdì, io gli detto “devi proprio andare?” lui mi ha risposto “non preoccuparti mamma, mi sa che questa è l'ultima volta che vado. Alla fine mi sono curato e poi sai che io mi stufo in fretta delle cose”. E invece...''

BOLZANO. “Non uccidetelo di nuovo”. Sabrina e Luca sono una mamma e un papà. Due genitori dagli occhi che parlano, dai sorrisi veri e sinceri che celano il dolore assoluto e profondo di chi ha perso un figlio. Di chi ha perso un figlio in modo violento e secondo loro molto poco chiaro. Alex Marangon è morto a Vidor, all'abazia di San Bona nelle prime ore di domenica 30 giugno 2024 nel corso di un ritiro spirituale durante il quale i partecipanti hanno assunto sostanze psicotrope.
Intorno alla morte di Alex c'è ancora tanto buio. Lo stesso buio che ha pervaso la famiglia Marangon quel giorno di giugno, quando sono stati chiamati perché il loro ragazzo era scomparso. “L'abbiamo capito subito che non lo avremo mai più rivisto'', raccontano Sabrina Bosser e Luca Marangon intervistati da “il Dolomiti”. Una conversazione lunga, un racconto approfondito. Si è parlato della vicenda di cronaca, del sole che Alex ha portato nella vita di chi lo ha conosciuto. Si è parlato di quello che accadrà quando le indagini intorno alla sua morte si chiuderanno, tra qualche giorno.
Si è parlato della paura vera di due genitori: che la verità intorno alla morte di Alex finisca per non emergere mai. “Non possono uccidercelo di nuovo – dice Sabrina – non possono pensare che tutto si possa chiudere con un “era a un ritiro spirituale, era un drogato, si è buttato di sotto o è caduto perché era sotto l'effetto di stupefacenti”''. E attenzione. Non che Sabrina e Luca non siano consapevoli che questa potesse essere una delle eventualità. Sono due genitori consapevoli, sono papà e mamma di un figlio che era aperto, sincero. Anche troppo. Che si fidava di tutti. Anche troppo.
“Ci sono dei fatti che parlano – ci dicono – ci sono delle risultanze, ci sono degli eventi chiari. Sembra quasi che nessuno voglia scoprire la verità. Sembra che sia stato più facile occultare, nascondere, mentire, fuggire, piuttosto che capire esattamente cos'è successo a nostro figlio”. Con i genitori di Alex ripercorriamo l'accaduto, guardiamo ai dettagli, a ciò che è andato storto, alle ipotesi. Riguardiamo i fatti, quelli che loro hanno visto con i loro occhi. Riascoltiamo le parole che gli sono state dette. Perché qualcuno, di nascosto, ha parlato con loro. E tanti pezzi di questo assurdo e triste puzzle si sono messi in ordine.
Loro sono convinti: Alex non si è suicidato. Qualcosa è accaduto.
Alex Marangon scompare il 30 giugno del 2024 mentre si trova a Vidor, all'Abbazia di Santa Bona dove nel corso di quel week – end si tiene un rituale di cura con circa 20 persone e nel corso del fine settimana si terrà un rito che prevede l’assunzione di ayahuasca, una sostanza allucinogena. Un evento organizzato nei minimi dettagli con tanto di curanderos colombiani (dovrebbero essere degli esperti guaritori che combinano pratiche sciamaniche, erboristeria e spiritualità) e il tutto si svolgerà nell'abazia.
“Era la terza volta che ci andava – racconta mamma Sabrina – e lo avevamo visto cambiare da quando frequentava questo gruppo. Alex si era avvicinato a loro perché consigliato: gli era stato diagnosticata l'asma nell'inverno 2024, aveva avuto dei problemi al naso che avrebbero implicato delle operazioni. Lui ha scelto di curarsi naturalmente e, come tutto il resto, ce lo diceva. Mi diceva “ma si mamma, mi curo con l'omeopatia, in modo naturale. Poi a lui piaceva meditare e in questi incontri si meditava. Ma noi non eravamo convinti. Abbiamo a posteriori scoperto che quel ritiro costava 400 euro, vitto ed alloggio escluso, visto che il cibo lo aveva portato da casa e dormiva per terra in un sacco a pelo. Non ci è sembrata una cosa seria. Abbiamo parlato con persone che ci hanno detto che di solito questi riti sono gratuiti, che coinvolgono pochissime persone per questioni di sicurezza. Che tutto viene fatto in un certo modo. Quando è andato via quel venerdì, io gli detto “devi proprio andare?” lui mi ha risposto “non preoccuparti mamma, mi sa che questa è l'ultima volta che vado. Alla fine mi sono curato e poi sai che io mi stufo in fretta delle cose”. E invece...”.
Un'altra cosa non convince i genitori: “Lui diceva sempre che queste persone erano come la sua famiglia. Che gli volevano bene, che non avrebbero mai permesso che gli potesse accadere qualcosa di male. Una volta hanno usato il termine “sarai illuminato”. Noi abbiamo pensato subito a una setta. Ma lui ci diceva che assolutamente non era così, che ci stavamo sbagliando. Ripeteva che queste persone che aveva visto tre volte erano come la sua famiglia. Come potevamo fidarci ed essere contenti?”. “Inoltre – sottolinea papà Luca – da quando aveva iniziato a frequentare questi incontri era cambiato. Era cambiato il suo modo di parlare, di esprimersi. Non lo so, qualcosa non andava”. C'è però un particolare che tranquillizza Sabrina e Luca. Il loro figlio è sincero. Come abbiamo già detto, fin troppo. Sfiora l'ingenuità. Aveva un diario sul quale annotava ogni cosa. “Tutto – dice ancora Luca – lui diceva e scriveva tutto. E sul quel diario ha scritto anche mentre si trovava ancora dentro l'abazia”.
Alex arriva all'abazia di Santa Bona a Vidor il 28 giugno. La notte del 30 giugno è previsto il rito con la sostanza allucinogena. Emergerà poi che durante quel week end alcuni dei partecipanti hanno assunto cocaina. Anche Alex. “L'analisi del capello parla chiaro – ci raccontano – l'assunzione di cocaina risale a poco prima della morte. Non prima. Se l'avesse assunta prima ce ne sarebbero state tracce nei capelli. Se fosse stato “un drogato cocainomane” come purtroppo dice qualcuno, lo avremmo saputo. La cocaina l'ha presa lì. Molto probabilmente non consapevolmente visto che la chiamava la “droga degli sfigati”. Ed era talmente ingenuo che se avesse voluto provarla l'avrebbe scritto sul suo diario”. Quella notte la chiesa all'interno dell’abbazia viene liberata dai classici banchi di legno e viene creato uno spazio, davanti all'altare, dove tutti si sistemano con i materassini e dove avviene fisicamente il rito. “Quella chiesa è consacrata, al contrario di quanto dicono – ripete il papà di Luca – ce lo ha confermato una vicina diocesi, a più riprese. Strano fare un rito simile in una chiesa consacrata....”.
Alle 3 del mattino, secondo le ricostruzioni, Alex scompare. E tutti si mettono a cercarlo. Quando alle 6 del mattino non vi è traccia del ragazzo, i presenti chiamano i carabinieri. Gli stessi si presentano alla porta della famiglia Marangon alle 8.30 della stessa mattina. Alle 11 circa, Luca e Sabrina sono all'abazia di Santa Bona a Vidor. Ma da quanto raccontano i due genitori non accade quel che avrebbero immaginato: indagini, approfondimenti. ''Nulla di nulla - raccontano -. Allo stesso tempo i vigili del fuoco, la protezione civile, i cani molecolari e quelli per la ricerca di persone vive, l'elicottero e i droni, stavano cercando Alex nei dintorni. Intanto nell'abazia non c'era nessun sigillo. Tutti entravano e uscivano comodamente, toccavano tutto, spostavano tutto. Addirittura nel pomeriggio stesso, a pochissime ore di distanza, nell'abazia si è tenuto un matrimonio''.
Il tempo passava. L'ansia cresceva. Di Alex nessuna traccia. “Noi stavamo disperatamente attendendo notizie di nostro figlio, seduti in questo prato, sconvolti. E intanto arrivavano quelli del catering ad allestire la location. E' stato assurdo”, ci dicono la mamma e il papà di Alex. “Quando siamo arrivati – prosegue Sabrina – siamo stati “accolti” da un tizio che ci ha urlato frasi assurde. Del tipo “eh se vostro figlio non era felice...” “se Alex è in cielo” e altre cose simili. Abbiamo scoperto poi che questo signore era il proprietario dell'abazia. Sostanzialmente ci stava urlando in faccia che nostro figlio si era buttato di sotto mentre ancora Alex risultava solo scomparso. Delle scene allucinanti. E ricordiamo anche che questa persona, che aveva autorizzato i ritiri visto che si tenevano nella sua abazia, ha dichiarato più volte non sapere cosa accadesse durante gli stessi ritiri”.
“Ci credete?'' gli chiediamo. “Al ritiro partecipava la sua moglie. Gli organizzatori erano parcheggiati all'interno dell'abazia con il camper. Come fa a dire che non sapeva, che non vedeva, che non immaginava?'', rispondono Sabrina e Luca. Arrivati a Vidor, sono decine le cose non quadrano, agli occhi dei genitori di Alex. “Ci siamo resi conto che dei partecipanti al ritiro praticamente non era rimasto più nessuno – prosegue Luca – i curanderos erano stati i primi ad andarsene. Dei partecipanti erano rimasti solo un paio di persone, e poi c'erano ovviamente gli organizzatori”. Ed è sulla figura dei curanderos che Luca riflette ancora: “I partecipanti riferiscono di aver visto Alex allontanarsi. I due curanderos lo avrebbero seguito per calmarlo, ma da quel momento di Alex si sono perse le tracce. In sostanza, le ultime due persone che avrebbero visto Alex vivo, sono state fatte andare via subito”.
“Come mai?'' chiediamo ancora. “Pare perché le forze dell'ordine non capivano la loro lingua, non riuscivano ad intendersi e quindi non aveva senso che restassero lì'' dice Luca, sconsolato. “Dicono che sono ancora irrintracciabili – dichiara ancora Luca – in realtà basta cercare i loro nomi su google e si trovano indirizzi, numeri di telefono e attività passate, presenti e future”. E infatti ci sono stati giornalisti che sono riusciti a rintracciarli. E c'è stata da subito quella che gli inquirenti definiranno poi un "omertà" o, comunque, un'estrema reticenza dei partecipanti a raccontare di quella notte.
Ma quel 30 giugno, ancora, si stava cercando Alex. “Nel corso delle ricerche un membro delle squadre di soccorso ha detto “sembra che ci stiano depistando”. Era frustrato. Ed era la stessa impressione che avevamo noi - continuano i genitori -. Nessuno parlava, nessuno diceva niente. E io intanto speravo ancora che magari Alex fosse all'interno dell'abazia, che si fosse sentito male, che fosse magari nascosto da qualche parte. O che lo avessero nascosto da qualche parti perché presi dal panico. Abbiamo cercato di capire cosa potesse essere successo. Ci hanno spiegato chiaramente che non vi erano segni di una caduta nei paraggi, perché si sarebbero notati dei canneti rotti, visto che è pieno intorno all'abazia. Ci sarebbero state tracce, qualche segno, qualcosa. E invece non c'era nulla”.
Poi arriva martedì 2 luglio 2024, quando il corpo di Alex viene avvistato su un isolotto di ghiaia nel greto del fiume Piave, a Ciano del Montello, circa quattro chilometri a valle rispetto all’abbazia. L’ipotesi è subito quella del gesto volontario. Tuttavia, la svolta arriva il 5 luglio con i risultati dell’autopsia. L’esame rivela che Alex non è morto per annegamento, poiché i polmoni sono puliti, ma per un violentissimo trauma cranico e diverse lesioni interne, tra cui costole fratturate e un polmone perforato. I segni sul corpo, secondo i periti, non sarebbero compatibili con una caduta accidentale dall’alto o con il rotolamento sulle rocce del fiume, ma sembrano causati da percosse inferte con un oggetto contundente o da un’aggressione fisica avvenuta prima che il corpo finisse in acqua.
Da quel momento la Procura di Treviso apre un fascicolo per omicidio preterintenzionale, inizialmente contro ignoti, che poi si allarga a diverse ipotesi di reato tra cui l'omissione di soccorso. “Rendetevi conto – spiega papà Luca – io vado a riconoscere il corpo di mio figlio dopo aver saputo della sua morte dai media. Poi lo vedo con i miei occhi e non vedo un corpo che è stato in acqua per giorni, come mi raccontano. Forse per un giorno, mi dicono anche i tecnici. Vedo con i miei occhi che mio figlio ha un occhio nero, delle ferite, dei lividi che mi dicono essere risultato di percosse. Mi dicono che i polmoni di mio figlio sono puliti. Quindi a cosa devo credere? La versione ufficiale dice che a un certo punto avrebbe perso il controllo, si sarebbe buttato da un terrazza di 15 metri senza rompersi nemmeno un dito del piede, e poi, chissà in quale modo, avrebbe raggiunto il fiume e ci sarebbe caduto dentro, restando a mollo per tre giorni. Ecco, i riscontri tecnici a me riferiti non dicono ciò. Ma nulla. A chi dovrei credere?”.
“Per quanto ci riguarda i fatti parlerebbero chiaro: su nostra insistenza son state fatte anche delle verifiche sull'auto di Alex, ma per la Procura non esisterebbero prove schiaccianti che facciano parlare di omicidio. Però si parla di omertà. Secondo noi è ben peggio. E glielo dico perché noi abbiamo anche parlato privatamente con uno dei presenti. Attualmente la posizione ufficiale di tutti è appunto che Alex si sia allontanato all'improvviso e che poi tutti si siano messi a cercarlo. Una persona che ha partecipato al ritiro ci ha detto invece che nessuno, oltre a curanderos e organizzatori, ha saputo della scomparsa di Alex. Alle 6 del mattino sarebbe stato detto loro “il rito è finito, andate”. E di conseguenza non è vero che “tutti” lo stavano cercando. Questo però sulle carte, appunto, non risulta. La versione ufficiale è che tutti hanno fatto l'impossibile per cercarlo. E ora le indagini si stanno per chiudere e “sulla base delle testimonianze” che dicono che nessun ha visto nulla rischiamo che tutto si riduca a un “si è suicidato”. Dovremmo, secondo alcuni, farcene una ragione e lasciare stare. Ma non succederà mai. Noi vogliamo giustizia per nostro figlio. Vogliamo la verità. Perché è chiaro che la verità sia stata quantomeno alterata, se non nascosta”.
“Che idea vi siete fatti?'', chiediamo direttamente. “Alex era un buono. Alex credeva nel bene del mondo e delle persone. Anche troppo. Glielo dicevamo sempre. Se avesse visto qualcosa di strano, di storto, di discutibile, avrebbe detto o fatto qualcosa. Sarebbe intervenuto. Potrebbe esserci stato uno scontro finito male. E magari il corpo di Alex potrebbe essere stato trasportato fuori dall'abbazia nei giorni successivi e buttato nel fiume. Non è uscito da quel luogo quella notte. Di questo ne siamo sicuri”. “Poi c'è l'ipotesi del rito – prosegue Luca – e non posso non pensarci. Qualcuno dice che quello del 30 giugno è un giorno particolare perché ogni 30 del mese si svolge un rito che ha come scopo quello della liberazione di un soggetto dai malefici degli spiriti malvagi e dei demoni infernali. Che qualcosa sia andato storto durante un particolare rito? Non lo so. Non glielo so veramente dire e non so nemmeno io se ci credo. Ma siamo due genitori che hanno perso un figlio in modo tragico. Ogni ipotesi la teniamo in considerazione e non la escludiamo a priori”.
“Intanto lo vedi? Alex ti guarda'', dice Luca, indicando un dipinto appeso alla parete, sopra al loro divano di casa. Alex sorride. Con quel sorriso sincero che, chi scrive, aveva incontrato per caso poche settimane prima della sua morte. “Alex era un'anima sincera, un ragazzo buono. Alex illuminava il mondo con il suo sorriso. E ce lo hanno portato via. Vogliamo sapere perché. Vogliamo che il nostro ragazzo abbia giustizia. Non mezza giustizia. Giustizia basata sui fatti e non sulle parole di chi ha mentito fin dall'inizio. Lotteremo per la verità, non ci fermeremo davanti a un'archiviazione”.












