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Trento
20 maggio | 20:38

“Uno strumento vive secoli, anche quando dell’artigiano resta solo il nome”: dal bosco di Paneveggio al violoncello di ghiaccio, storia del liutaio e musicista Nicola Segatta

Il liutaio, violoncellista e compositore Nicola Segatta si racconta, dal ricordo dei nonni ai primi strumenti costruiti, fino alla formazione a Cremona e all'attività nel suo laboratorio tra le montagne: "Devi fare il violoncellista, mi dicevano i liutai. Devi fare il liutaio, mi dicevano i violoncellisti. Poi all'università mi chiedevano: lei cosa vorrebbe fare? Ecco, nessuna di queste cose da sola, ma tutte e tre insieme"

TRENTO. “Devi fare il violoncellista, mi dicevano i liutai. Devi fare il liutaio, mi dicevano i violoncellisti. Poi all'università mi chiedevano: lei cosa vorrebbe fare? Ecco, nessuna di queste cose da sola, ma tutte e tre insieme”. Dentro questa risposta, in fondo, c’è già tutto l’universo di Nicola Segatta. Compositore, violoncellista, liutaio, scrittore e organizzatore culturale, il trentino classe 1982 racconta a il Dolomiti il proprio percorso come un continuo intreccio fra arte, artigianato, pensiero e materia. 

 

Un’identità, spiega, impossibile da separare in compartimenti distinti, costruita tra il ricordo dei nonni Paolo e Dario – rispettivamente falegname per passione e chirurgo e violinista – i boschi del Trentino, la formazione a Cremona e il richiamo dell’Oriente che attraversa parte delle sue opere musicali. Nel suo laboratorio affacciato sul lago di Santa Colomba, tra legni, attrezzi e strumenti in costruzione, prende forma un lavoro che parte dalla foresta e arriva alla musica. È lì che costruisce i suoi violoncelli, compreso quello che suona da anni nei concerti e nelle sue composizioni. Un percorso artistico che alterna la carriera internazionale da musicista alla liuteria, vissuta non soltanto come mestiere, ma anche come filosofia creativa e ricerca personale.

 

Di recente ha raccolto questo universo nel libro "Di suoni, di legni, e di tempeste", un racconto che attraversa memoria, formazione, musica e costruzione degli strumenti, trasformando la liuteria in una riflessione più ampia sulla creazione artistica e sull’eredità che lasciamo dietro di noi.

 

Nell’intervista, Segatta ripercorre le sue radici, il rapporto con il legno e la montagna, la costruzione del suono, ricordando anche di quando si è trovato a costruire e suonare un violoncello di ghiaccio. Ma anche il valore della lentezza nell’epoca della velocità, e quella ricerca di ciò che, come racconta, nasce da chi “nei millenni ha  tracciato musica, versi, pennellate, pensieri e bombature con urgenza e li ha lasciati in eredità come un balsamo a noi sconosciuti”.

 

Partiamo dall’inizio: quando ha capito che il legno, gli strumenti e la liuteria sarebbero diventati il centro della sua vita?

 

Potremmo partire da due ricordi di bambino: uno è il profumo del legno e la felicità di andare a trovare mio nonno Paolo, falegname per passione, nella sua bottega sommersa da dune di segatura. L’altro è legato a mio nonno Dario, che era chirurgo ma anche un valente violinista: io, piccino, mentre suonava in salotto, osservavo il fondo del suo violino dal basso, come un pesce scruta lo scafo di una nave. Ispirato da loro, già alle medie ho provato a costruire i primi strumenti: prima delle scatole sonore rudimentali, inchiodando il legno delle perline e filo da pesca, poi una balalaika di compensato e infine una chitarra vera e propria fatta con legni di recupero, che ho restaurato di recente per uno spettacolo.

 

E poi la scelta di fare di quella passione una professione.

 

Quando è arrivato il momento di scegliere cosa fare nella vita, dopo aver vacillato tra la medicina e il teatro – non credevo di avere le carte per fare il musicista – la mia prima passione mi ha ripreso per mano. Così, dopo il liceo classico, oltre a iscrivermi all'università di Lingue e letterature moderne, dove davo esami senza frequentare, esattamente come al conservatorio, mi sono trasferito a Cremona per frequentare la scuola di liuteria.

 

Che tipo di formazione è stata la sua?

 

Fatta di studio, di incontri e di avventure. Cremona per me è stata una porta sul mondo, un passaggio magico, perché lì ho incontrato persone provenienti da ogni angolo del pianeta, tutte accomunate da un’unica fede: la liuteria. Quella città cosmopolita, in cui parlavo cinque lingue ogni giorno, è stata un ambiente importantissimo per confrontarsi con la grande tradizione dei maestri. È un luogo in cui uno, quando scende in strada a comprare i limoni, può bussare alla porta di due o tre colleghi sulla via e chiedere un consiglio per la verniciatura, e nel frattempo ho cercato anche una mia strada personale, che mi rispecchiasse.

 

E quella strada l'ha trovata in quelle che chiama “le tre radici”.

 

Ho scritto che il mio modello di violoncello nasce da tre radici: le Dolomiti, Cremona e Venezia. Le Dolomiti sono le foreste di abete rosso da cui provengono le tavole armoniche dei miei strumenti, Cremona è il luogo dove ho imparato il mestiere e Venezia, invece, rappresenta quella liuteria dai contorni orientali che mi ha sempre affascinato, con i miei monti alle spalle e lo sguardo rivolto verso l’antico Impero Ottomano, che ha ispirato molte mie opere musicali, come Ikone o Concerto Bizantino. Mi ha sempre colpito la leggenda secondo cui i mercanti turchi vendessero ai veneziani remi d’acero difettosi, che si spezzavano facilmente, e che quel legno venisse poi riciclato per scolpire i fondi dei violini. Nell’acero, forse a memoria di questa storia, permane questa decorazione naturale che ricorda le onde, e dalle onde prende il nome di marezzatura.

 

Quanto hanno contato queste radici nel suo modo di vivere oggi la musica e il lavoro artigiano?

 

Tantissimo. Come le dicevo ho avuto l’esempio di due nonni straordinari: uno chirurgo, umanista e violinista e l’altro agronomo, poi costruttore di mobili e scalatore. Per non parlare delle nonne, che non erano da meno: Franca dedicò la vita a promuovere e studiare l’opera di suo zio, il pittore Umberto Moggioli, mentre Flavia, professoressa di scienze naturali, veniva da una famiglia in cui, nei primi anni del '900, tutte le donne erano poliglotte, avevano la maturità, se non la laurea. Forse da queste radici nasce la necessità di un approccio all’arte che sia anche pratico, che coinvolga le mani e parta dalla materia per arrivare alla filosofia. Per me la liuteria è un aiuto al pensiero, un po’ come la molatura delle lenti per un mio mito di gioventù, il filosofo Baruch Spinoza, che faceva l’artigiano per lasciare libera la testa di indagare l’infinito. È anche un rito: costruire uno strumento significa ripetere un’azione molto antica e metodica, come dipingere delle icone. Questa strategia di lavoro, che alterna precisione e impeto, pazienza e fulmineità, forza e delicatezza, la applico poi di riflesso alla composizione musicale e forse, in generale, alla vita.

 

Il suo laboratorio si trova sul lago di Santa Colomba, luogo per lei molto importante. Che rapporto c’è fra il territorio trentino, la montagna e il suo modo di costruire strumenti?

 

Il laboratorio di Santa Colomba è nella casa delle vacanze della mia famiglia paterna, costruita da mio nonno Dario e mia nonna Flavia negli anni Sessanta. Ho vissuto sotto tanti tetti e in tanti luoghi, ma ad ora è l’unico posto dove, dalla nascita, sono sempre ritornato. Oggi ospita il mio laboratorio, proprio nella stessa stanza in cui realizzai le mie prime scatole musicali o la mia prima chitarra: quando non sono in viaggio, è il mio rifugio. Da lì, percorrendo i tornanti della Val di Cembra e poi la Val di Fiemme, si arriva al Bosco di Paneveggio, un luogo mitico fin da bambino, che ormai è un’altra “casa”. Dal 2010 collaboro con il Parco di Paneveggio - Pale di San Martino per raccontare la liuteria a studenti e turisti di tutta Italia in visita alla “foresta dei violini”, spiegando come un ceppo di legno, nato nelle foreste del Trentino, possa trasformarsi in musica.

 

Raccogliamo l'assist, ci “accompagna” dentro il processo concreto di costruzione di uno strumento?

 

Tutto parte da un colpo di fulmine. Un innamoramento verso il legno, soprattutto l’acero che va a formare il fondo, le fasce e il manico dello strumento, impreziosito dalle sue seducenti marezzature cangianti, uniche per ogni albero. Poi c’è la tavola armonica con i suoi raggi midollari, le vene regolari e parallele, le “maschiature”, la sua risonanza cristallina. Da musicista, quando vedo un pezzo di legno immagino subito come risuonerà e come vibrerà quando lo stringerò tra le gambe trasformato in violoncello, cavando note con l’archetto. Il principio del processo è dunque come l’inizio di Pinocchio, o come l’aneddoto di Michelangelo che voleva liberare la statua intrappolata in un blocco di marmo.

 

Oltre alle ispirazioni, c'è un lato pratico molto preciso e metodico.

 

Assolutamente, da qui comincia un lavoro molto metodico: la ricerca del modello, la costruzione delle forme, la piegatura a caldo delle fasce, la scultura delle tavole, del riccio del manico, il perfezionamento della tastiera, poi il rito della verniciatura e infine la montatura, ossia l’applicazione delle corde e degli accessori (ponticello, piroli, cordiera, puntale). La ricetta è sempre la stessa, ma il risultato è ogni volta diverso, perché cambia a seconda del legno che si ha tra le mani. Prefigurare il suono dello strumento è come tentare di immaginare il volto o il carattere di un figlio prima della sua nascita: quello che si otterrà sarà una sorpresa...familiare. Come una bimba o un bimbo andranno accompagnati amorevolmente alla ricerca della loro voce unica, ma saranno inevitabilmente plasmati dall’ambiente circostante, così il suono dello strumento si evolverà in meglio o in peggio a seconda della cura e del talento dei musicisti che lo suoneranno.

 

Dal laboratorio alla carriera di musicista, lei suona un violoncello che ha costruito: che rapporto si crea con uno strumento nato direttamente dal proprio lavoro?

 

A diciotto anni avevo un sogno: suonare la mia musica su un violoncello fatto con le mie mani. Oggi quella chimera è diventata realtà e, ormai, quasi un’identità: sono oltre vent’anni che suono su uno strumento mio, mi sembrerebbe strano fare altrimenti. Come capita con il primo amore, pensavo che avrei tenuto per me per tutta la vita il mio primo violoncello, che ora è invece in mano a un altro amico musicista, mentre io suono felicemente da quindici anni il quinto che ho costruito. Questo rapporto di lunga data mi permette anche di capire come evolve il suono di uno strumento nel tempo, perché la voce cambia a seconda di come e quanto viene suonato. Ormai non mi rendo più conto se sono il liutaio, il compositore o il musicista, perché tutti questi aspetti si contaminano. Per me costruire uno strumento è la prima scintilla del processo creativo, è come accendere una candela. O forse è semplicemente un passatempo felice: quando voglio evadere con la mente, il mio pensiero rilassante è figurarmi un nuovo pezzo di legno e il futuro strumento che realizzerò.

 

In che modo convivono le sue due “anime”, liutaio e musicista?

 

Per me non sono mai state dimensioni separate. Ho composto sul mio violoncello opere, concerti, musica da camera, musica per il cinema, il teatro, il circo, strumenti di ghiaccio e vinili. La mia ispirazione si muove libera tra musica classica, cinema, pop e tradizioni musicali. Anche altre passioni parallele, come l’amore per le lingue straniere, la poesia, la pittura, la scrittura o il raccontare dal palcoscenico di un teatro assolvono alla stessa funzione. È il mio modo di vivere, è un’anima unica che si esprime in più modi.

 

Una curiosità, in un mondo sempre più “veloce” e “commerciale”, che futuro vede per la liuteria artigianale?

 

Secondo me la liuteria rappresenta un antidoto al commercio moderno, alla cultura dell’usa e getta, all’etica dell’obsolescenza programmata, che fa sì che gli oggetti siano progettati per rompersi puntualmente all’indomani dello scadere della garanzia per indurre nuovi acquisti. I prodotti industriali possono andare bene per permettere a più persone di avvicinarsi alla musica a prezzi abbordabili, ma sono validi solo per la fascia bassa o media. Quando si cerca davvero un suono personale e una qualità profonda, il lavoro del liutaio – che costruisce tutto a mano, ascoltando e testando il materiale a ogni passaggio – resta imprescindibile. Uno strumento fatto a mano può durare secoli, aumentando di valore e qualità di generazione in generazione.

 

A “microfono spento” ci svelava come le connessioni rapide del presente che viviamo rappresentino un valore aggiunto per la liuteria.

 

Si, con quanto affermato poco fa non intendo certo incitare a una lotta indiscriminata alla modernità: le nuove forme di comunicazione, ad esempio, hanno creato aspetti molto positivi. Un tempo i liutai sembravamo alchimisti custodi di arcani segreti: quando ho iniziato era difficilissimo trovare un libro che spiegasse per filo e per segno come fare un violino, mentre oggi i liutai di tutto il mondo possono confrontarsi continuamente su internet, condividendo conoscenze ed esperienze. Siamo una comunità internazionale sospesa tra passato e futuro, che studia filologicamente le antiche procedure del mestiere, usa ad esempio la colla di coniglio al posto della colla vinilica, la pelle di squalo al posto della carta vetrata, ma lo comunica tramite tutorial e intelligenza artificiale.

 

Tra le sue esperienze c'è anche la costruzione di un violoncello di ghiaccio, poi suonato all'Ice Music Festival sul Presena.

 

È stata un’esperienza indelebile, agghiacciante e visionaria. L’ice music è un argomento capace di attirare subito l’attenzione di chiunque: lo uso sempre per rompere il ghiaccio (ride, ndr) nelle conversazioni più improbabili. Grazie a Corrado Bungaro, musicista e regista che ha dedicato un bellissimo film a questo tema, ho avuto l’occasione di costruire un violoncello di ghiaccio assistendo l’artista americano Tim Linhart assieme al mio amico liutaio Gianmaria Stelzer. Abbiamo lavorato dentro una tenda sul ghiacciaio del Presena, collegata a un freezer per mantenere la temperatura a -10 gradi, e poi l’ho suonato come frontman de La Piccola Orchestra Lumière in versione “surgelata” durante alcune edizioni del festival.

 

Ci parli dell'utilizzo live di questo particolare strumento.

 

Era una situazione estrema: suonavamo a tredici gradi sotto zero, con le dita che gelavano, gli strumenti che potevano andare in frantumi da un momento all’altro e le accordature che cambiavano per il calore di un respiro. Quando intonavi un La non eri mai sicuro di ritrovarlo dove avevi messo il dito un attimo prima. Dopo quell’esperienza, insomma, un concerto normale è una passeggiata (sorride, ndr). Quell’orchestra di ghiaccio era un atto profondamente poetico e lavorare con Linhart mi ha insegnato molto: ho imparato da lui cosa vuol dire un focus assoluto, ho capito cosa si può raggiungere e donare dedicando tutta la propria energia alla realizzazione concreta di un’utopia.

 

Di recente ha pubblicato il libro “Di suoni, di legni, e di tempeste” che racconta il suo universo.

 

Per quanto riguarda il libro direi, da autocritico, che ha tre piani di lettura. Il primo spiega come si passa da un pezzo di legno a un pezzo di musica, è un corso divulgativo tipo “Liuteria for dummies”. Il secondo è un romanzo di formazione autobiografico, in cui racconto come io, ventenne, sono diventato un liutaio e come lo hanno fatto tanti colleghi dalle vite straordinarie, venuti in Italia da tutto il mappamondo per inseguire il loro sogno. Il terzo è una sorta di “Zen e l’arte di costruire un violoncello”, in cui la liuteria diventa metafora, un metodo rinascimentale per costruire quasi qualunque cosa e una scommessa con l’aldilà. Uno strumento può suonare per secoli, ma la sua voce raggiungerà l’apice della bellezza quando dell’artigiano che gli ha dato vita non rimarrà che il nome, e dei suoi resti soltanto polvere.

 

Si dice che scrivere e raccontarsi è un modo per scoprire qualcosa in più di sé, è stato così anche per lei?

 

Scrivere mi ha fatto scoprire che ognuno di noi contiene un universo che dà per scontato. Se provasse a spiegare – nel senso etimologico di togliere le pieghe e stendere su un piano – un piccolo ricordo, o a descrivere davvero in dettaglio un vissuto, si sorprenderebbe a riempire molte pagine d'un libro: pagine che in fondo, per finire dove abbiamo cominciato, sono un altro destino possibile di un albero e del suo legno.

 

Un'ultima battuta. Cosa vorrebbe che le sue “arti” lasciassero al domani?

 

Se potessi esprimere un desiderio, sarebbe quello di aver costruito un briciolo, anche infinitesimale, di genuinità o di poesia, che poi è la stessa cosa. Sono vissuto e sopravvissuto grazie a chi nei millenni ha tracciato musica, versi, pennellate, pensieri, bombature con urgenza e li ha lasciati in eredità come un balsamo a noi sconosciuti.

 

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