Crisi del latte, allevatori in difficoltà. Broch: “Non sono le stalle trentine ad aver creato il problema. In pianura capi triplicati, senza interventi nazionali rischiamo di morire"
Il presidente degli allevatori trentini spiega che “negli ultimi due anni le stalle sono aumentate soprattutto in pianura: i numeri sono triplicati, si è passati da 400 a mille vacche per azienda" e una quota sempre maggiore è stata immessa sul mercato. "Il problema non è trentino, i numeri che facciamo noi sono quelli di due anni fa: il disastro è a livello nazionale ed europeo". A contattare il Dolomiti per esprimere la propria posizione è anche un allevatore

TRENTO. Latte a fiumi senza alcun argine, prezzi che scivolano verso il basso e stalle di montagna che rischiano di finire a gambe all'aria. La crisi del sistema latte è pesante, non una crepa improvvisa ma una pressione lenta e costante che è andata avanti per diversi mesi e che ora sta premendo sul sistema trentino.
Nessuno, fino ad oggi, ha messo in campo interventi utili per fermare quello che sta accadendo. “Non sono le nostre stalle ad aver creato il problema. Noi siamo invasi da prodotti fuori controllo e, se a livello nazionale non decidono di mettere in campo interventi per rallentare queste corse del latte fatte da vere e proprie industrie, noi siamo morti”, ha spiegato a il Dolomiti il presidente degli allevatori trentini, Giacomo Broch.
Nei giorni scorsi a lanciare l'allarme è stato Sergio Paoli, direttore di Latte Trento (QUI L'ARTICOLO). Il Consorzio produttori latte delle valli trentine ha deciso nei giorni scorsi di scrivere ai propri allevatori per spiegare quello che sta accadendo e per fare un appello. “Abbiamo informato sulla situazione che sta riguardando anche il Trentino chiedendo, se possibile, di produrre meno latte perché i magazzini sono già tutti pieni”.
Un appello in parte condiviso anche da Stefano Berni, direttore generale del Consorzio Tutela Grana Padano, che ha contattato il Dolomiti per sottolineare come la crisi di oggi sia dovuta anche a un "eccesso di redditività nel 2025, un valore troppo lusinghiero che ha indotto a spingere sempre di più nella produzione del latte per guadagnare più soldi" (QUI L'ARTICOLO). Criticità, ha sottolineato il direttore, che derivano dalle stalle di pianura e fondovalle e non da quelle di montagna sulle quali ricadono ora i maggiori rischi.
La crisi, quindi, non parte dalla montagna. “Negli ultimi due anni le stalle sono aumentate soprattutto in pianura: i numeri sono triplicati, si è passati da 400 a mille vacche per azienda. È chiaro che cresce anche la produzione”, spiega Broch. “La mia stalla a Passo Cereda non è certo quella che crea un’invasione di prodotto. Il problema non è trentino, i numeri che facciamo noi sono quelli di due anni fa: il disastro è a livello nazionale ed europeo”.
A fare la differenza sono i numeri altissimi di latte riconducibili agli allevamenti in pianura e che sono stati poi immessi sul mercato. Grosse quantità arrivano anche dall'estero. “Noi siamo sottoposti a continui controlli e abbiamo normative rigidissime, è lo stesso per quello che arriva dall’estero? Se non si arginano questi fenomeni, la montagna è la prima a rimanere sotto”.
Secondo il presidente degli allevatori trentini siamo davanti a un problema che esula da un intervento provinciale. “La Provincia – spiega – ha le mani legate. Il vero intervento è quello che deve avvenire a livello nazionale per porre un freno a questa speculazione, poi a livello locale l'attenzione deve rimanere comunque alta”.
Nessun allarmismo, ci tiene a precisare Broch, ma “i conti sono conti, e quando non tornano bisogna intervenire. E noi ci troviamo in grossa difficoltà”. E sulla soluzione ammette: “Non ho la più pallida idea di quale sia. Ora tutti ne parlano, ma forse si doveva intervenire due anni fa”.
L'ALLEVATORE
“Accusare gli allevatori di aver spinto le produzioni unicamente per speculare sul prezzo alto del momento significa infatti ignorare che, dopo anni di sofferenze, molti sono stati costretti a strutturarsi nel tentativo di abbattere i costi fissi per far fronte all’esplosione dei costi energetici e dei mangimi”. Le parole arrivano da Giovanni Cervi Ciboldi, un allevatore molto conosciuto che ha deciso di contattare il Dolomiti per commentare le dichiarazioni che sono state rilasciate da Stefano Berni, direttore generale del Consorzio Tutela Grana Padano.
Quest'ultimo, nell'intervista, ha spiegato che nel 2025 c'è stato un eccesso di redditività, un valore troppo lusinghiero che ha indotto, in particolare le grandi stalle di pianura, tedesche, francesi e italiane, a spingere sempre di più nella produzione del latte per guadagnare più soldi.
“Ho letto con interesse l’intervista che ha rilasciato a il Dolomiti il direttore generale del Consorzio di Tutela del Grana Padano, Stefano Berni, persona capace e di grande esperienza, la cui competenza sarà certamente un prezioso strumento per superare l’attuale crisi del settore lattiero caseario” ha scritto l'allevatore di Cremona. “Anche a prima vista, non parrebbe affatto corretto conferire più responsabilità del necessario a quelli che della filiera del Grana rappresentano l’anello più rigido, laddove sarebbe invece più appropriato parlare di comuni errori di pianificazione, dal momento che, come noto, le vacche non si possono spegnere con un interruttore. E che sono stati proprio i caseifici, negli anni appena passati, a chiedere alle stalle di aumentare le produzioni”.
Accusare gli allevatori di aver spinto le produzioni unicamente per speculare sul prezzo alto del momento significa, spiega Giovanni Cervi Ciboldi, “ignorare che, dopo anni di sofferenze, molti sono stati costretti a strutturarsi nel tentativo di abbattere i costi fissi per far fronte all’esplosione dei costi energetici e dei mangimi. E significa ignorare che la pianificazione di qualsiasi stalla è a lungo termine: dal momento che la vita produttiva di una bovina inizia due anni dopo la nascita, l’aumento della produzione verificatosi lo scorso anno non può che essere il risultato di scelte fatte nel 2023, l’anno in cui il prezzo del latte spot ha toccato i suoi massimi di sempre. L’anno in cui i caseifici, chiedendo più latte e offrendo alle stalle prezzi sempre più competitivi, davano il chiaro segnale agli allevatori di investire al fine di aumentare le produzioni e soddisfarne la domanda”.
Se così non fosse stato, continua nella riflessione, le alte valutazioni del prezzo del latte sarebbero durate pochi mesi. Non tre anni (QUI ARTICOLO). “Il mercato – spiega l'allevatore - era vivace e l’euforia era tale che lo stesso Berni, alla fine del 2024, dichiarava che l’obiettivo del Consorzio era aumentare la produzione di forme fino a 7 milioni entro il 2030. Considerando che in quel momento la produzione annuale si attestava a 5,6 milioni di forme, significa che il Consorzio stava programmando un incremento della produzione del 3,8% annuo. Che invece è salita del doppio, attestandosi all’8%, causando la perdita del 20% del valore del Grana. Ma questo non è capitato a causa dell’avidità dei produttori, bensì per quella dei caseifici”.
Sono questi infatti che, secondo quanto riportato in una riflessione da Cervi Ciboldi, attratti dal maggior valore aggiunto, hanno scelto di trasformare il latte in formaggio piuttosto che rivenderlo sul mercato spot. “Certo, intorno ad agosto molti erano legati da contratti di fornitura più cari rispetto al mercato libero, e in tal modo i caseifici che non avevano pianificato a dovere le proprie produzioni avrebbero realizzato perdite, comunque esigue, a fronte tuttavia di un evidente vantaggio futuro. Esattamente quello che oggi stanno chiedendo di fare agli allevatori, i quali però, come si diceva prima, non posseggono interruttori per spegnere le vacche. E allora perché chiedere agli altri di fare quello che noi stessi abbiamo dimostrato di non voler fare?” si chiede l'allevatore affermando che “pur consapevole dell’impennata nella produzione di forme a metà 2025, lo stesso Consorzio è purtroppo risultato privo di strumenti adeguati e tempestivi per rallentare i suoi stessi consorziati. Gli strumenti che ha messo in atto per correre ai ripari sul volgere dell’anno sono sicuramente meritori, ma per sua stessa ammissione tardivi”.
Oggi chiedere agli allevatori di ridurre la propria capacità produttiva equivale a chiedere di perdere flessibilità, e dunque la possibilità di soddisfare nuovamente le richieste dei caseifici alla ripresa del mercato. “C’è molto da fare per risollevare la situazione, ma a ciascuno il suo, certi che da ogni crisi la filiera sappia trarre l’opportunità di diventare più unita e resiliente” ha concluso Giovanni Cervi Ciboldi.














