"Ho 51 anni, e dell'etica me ne sono fregato per 40 anni. Non sono qui a salvare il mondo, però se posso fare qualcosa perché vada meglio allora ben venga". L'alpinista Santi Padròs, dalla Catalogna alla Val di Zoldo

In oltre trent'anni di alpinismo vanta una serie spedizioni in Himalaya, Patagonia, Canada e molte altre, dove ha aperto numerose vie alpinistiche e discese di sci estremo. Oltre all'attività di guida alpina e di canyoning, che svolge in Italia e all’estero, è istruttore di guide alpine, guide accompagnatori e le guide di canyoning

In questo editoriale ci chiedevamo: "Come raccontare l’alpinismo?". La domanda, ci sembra, è quantomai urgente perché stimola la riflessione.
A renderla tale è la consapevolezza che, specie con i nuovi mezzi di comunicazione, una piccola sfumatura narrativa all’interno di un racconto può bastare a suscitare un desiderio nell’ascoltatore, e a favorire in questo modo l’applicazione di un determinato comportamento. Questo effetto andrebbe poi moltiplicato per tutto il potenziale divulgativo del narratore.
Il rischio è un aspetto innegabile e difficilmente scindibile dalla pratica alpinistica. Ma è soltanto una delle molteplici facce di quest’attività; quando allora si sceglie di fare perno su di esso nel racconto di una certa esperienza, occorre essere consapevoli della forzatura che operiamo e delle conseguenze che può avere sul nostro pubblico.
Nell’editoriale, per rispondere alla domanda da cui siam partiti, ci proponevamo di ascoltare le voci di esperti alpinisti, giornalisti e divulgatori italiani.
Quella di oggi è la voce dal vago accento iberico di Santiago "Santi" Padròs, alpinista catalano e guida alpina, che da vent’anni vive in Val di Zoldo nelle Dolomiti bellunesi. In oltre trent’anni di alpinismo, vanta una serie spedizioni in Himalaya, Patagonia, Canada e molte altre, dove ha aperto numerose vie alpinistiche e discese di sci estremo. Oltre all’attività di guida alpina e di canyoning, che svolge in Italia e all’estero, è istruttore di guide canyoning in Italia, collabora come istruttore guida nelle scuole spagnole dove si formano le guide alpine, le guide accompagnatori e le guide di canyoning. Tuttavia, Santi preferisce definirsi alpinista più che guida, e lo spiega così: "Mi piace la montagna e mi piace molto il lavoro che faccio, ma non piace lavorare: per questo mi sento prima di tutto un’alpinista".
Vent’anni in Val di Zoldo. Per uno che ha viaggiato tanto, com’è vivere in quest’angolo delle Dolomiti?
Tutte le valli di montagna dove c'è una comunità di gente che ci abita hanno dei tratti in comune, che siano in Francia, Spagna o in Italia. Sono paesi chiusi in una valle, nella quale la gente si riconosce e che ama molto, con una loro lingua e tradizione. Diciamo che io non sarò mai uno zoldano, però questo non significa che io non mi senta accolto in questi posti. Le persone da fuori – sebbene qualcuno dirà il contrario - sono le benvenute: se tu vieni a vivere in una valle così, fai le cose che fanno loro, giri con loro, forse non sarai mai uno di loro, però la gente ti apprezza. In fondo, andando al ristorante, usando gli impianti da sci o passando alle poste, prima o poi ti conosci. E poi c'è una qualità di vita assurda per me, sono tutti i giorni in montagna, adesso ho preso un appartamentino, vado a fare legna. Non è solo l'attività sportiva: qua c'è una comunità di gente che ci abita. Se invece vai a Corvara o in altre valli più commerciali rimangono solo gli alberghi che funzionano a stagione: a metà maggio rischi di non trovare un bar dove bere il caffè.
Hai deciso di smettere di frequentare i comprensori sciistici. Come mai questa decisione? Come si concilia con il tuo lavoro?
Ho sempre frequentato gli impianti, un po’ sulle piste, un po’ con il fuoripista, accompagnando gruppi a sciare anche per lavoro. Però è uno spazio che ho scelto di non condividere più, tutto questo macchinario costruito in un territorio fragile come la montagna, con tutto questo impatto ambientale e visivo. E poi è qualcosa che riguarda anche le persone: molta gente che frequenta questi impianti cerca la velocità, le comodità, la baita. È un approccio che non condivido più, mi suscita forte stress, e dato che negli ultimi tre anni è cresciuta la mia grande passione per le cascate di ghiaccio, posso allontanarmene sempre di più e riesco a lavorare bene senza doverli usare. Li ho usati, e lavorando di turismo sono io stesso colpevole della loro esistenza. Però cerco di fare quello che posso, per me e per offrire anche ai miei anche clienti un'attività più selvaggia, più sincera, più reale.
Cosa significa, per te, avere un approccio etico alla montagna?
Io ho 51 anni, e me ne sono fregato dall'etica per 40 anni: non vorrei che sembrasse che sia qui a salvare il mondo. Però se posso fare qualcosa perché il mondo vada meglio (rispetto ad una mia visione), allora ci provo. Ora invece quello che chiamo etica è soprattutto una questione di rispetto: dell’ambiente, la montagna e gli animali, e delle altre persone. Mi rendo conto che l'impiantistica può aiutare ad avvicinare le persone alla montagna, approcciano una montagna a persone che magari non hanno la cultura per starci su. E l’esito sono le condizioni di certi bivacchi, o i rifugi super-industriali dove la gente ormai arriva e se non si fa la doccia non è più felice. Penso che abbiamo portato certe comodità in un posto dove non ci doveva essere, non perché non vogliamo stare comodi, ma perché è troppo, ormai sono degli alberghi.
Nel 2023 avevi preso posizione contro l'eliturismo nelle Dolomiti. Credi sia un problema persistente in queste zone?
Il cielo delle Dolomiti è un cielo molto tranquillo rispetto ad altrove, per esempio sul Monte Bianco. Scalare lì è assurdo, quasi non riesci neanche parlare con il compagno per il traffico aereo che c'è. Quell’episodio in Dolomiti invece è stato un caso molto concreto: stavo arrampicando in un posto bellissimo e quindi vedere questi che facevano basejump su e giù per così tante volte, mi ha colpito. Che poi questi avevano anch’essi una loro etica, io sono anche riuscito a parlarci: la mia era una critica aperta alla società più che diretta a loro, a questa industrializzazione che segue un po' le logiche impiantistiche. Tutte logiche che anch'io ho aiutato a creare: ciaspolate, canyoning, persone che cercano la cima solo per farci una foto e metterla sui social; tutte cose che portano certe zone ad essere affollatissime. Ora io sto cercando molto la solitudine e la tranquillità nell’esperienza, quindi magari organizzo uscite in pieno ferragosto, quando so che non trovo nessuno, o in valli particolarmente isolate.
Volare in Patagonia o in Canada per completare qualche nuova ascesa non è altrettanto scorretto e ambientalmente impattante di un elicottero sulle Alpi?
Sì assolutamente, anche per questo dico di essere parte del problema. Quest’anno per esempio sono stato un mese in Canada. Cosa ho provato a cambiare in questo mio approccio? Invece di farmi tre viaggi all’anno, ne faccio uno, magari fermandomi lì un po' più a lungo. Bisogna trovare dei compromessi, e la mia soluzione per ora è quella. Io non sento di salvare il mondo, né di essere il più ecologista di tutti, però provo a metter in pratica le piccole cose che posso fare per migliorare. E soprattutto provo a comunicare anche questo approccio alle altre persone, no? Siano esse clienti, amici o altre guide, perché io sono anche istruttore.
Sei guida alpina da oltre vent’anni. Oggi moltissime persone in più frequentano la montagna. Com’è cambiata la professione?
Difficile dire quanto sia cambiata la professione e quanto sia cambiato io, che in venticinque anni da guida ho preso esperienze, e mi sono solidificato su certe pratiche come ghiaccio e arrampicata. Quello che succede, specie in Spagna e in Italia, è che si è iniziato a conoscere molto di più la professione, che una volta praticamente non si conosceva la professione di guida o non si rispettava come adesso. Voglio dire, quando io ero giovane nessuno prendeva una guida alpina, nessuno. Io non sapevo neanche che esisteva. Oggigiorno la gioventù va con le guide e credo sia un’ottima cosa. Il Cai o qualsiasi organizzazione che dà un approccio alle persone alla montagna, insegnano l’attenzione, il rispetto, oltre che la tecnica e la sicurezza. Penso che questa sia la cosa più considerevole, a parte tutto il tema del cambiamento climatico, che ovviamente ha un forte impatto sull’alpinismo, con meno neve, cambiamenti termici repentini, che cambiano tutte le attività dove c'è neve o ghiaccio.
Da alpinista prima che guida, cosa ti spinge ad inseguire certe vette? Credi ci sia ancora spazio per la scoperta nell'alpinismo del 21esimo secolo?
Quello che mi spinge a stare fuori in natura è che siamo animali, no? Perché mi piace dirlo così e perché mi sento così: non conta essere in un bosco o in cima all’Everest. Poi c'è una parte di attrazione sopra questi itinerari imprevedibili che affronto. Soprattutto dal lato alpinistico c’è un momento di scoperta dove ti perdi in una condizione che può variare velocemente, dove sei concentrato e devi essere pronto a reagire. Ed ecco che, nel momento in cui ti ritrovi in pieno controllo di te stesso, è goduria, è emozione, è passione: un mix di sensazioni veramente forti. Per chi ha sete di esplorazione, ce n’è ancora a volontà: infatti io ho una lista di cose da provare a fare in Dolomiti. Perlo soprattutto di terreno misto. E poi oggigiorno - tra droni, elicottero, immagini satellitari tipo Google Earth – si sono aperti nuovi spazi per un alpinismo creativo, per un alpinismo un po' alternativo. Anche vie molto più difficili.

Riportando su un organo di informazione un’attività potenzialmente pericolosa come l’alpinismo, è facile trovarsi a camminare in bilico tra le esigenze dettate dalla cronaca (e quindi, ad esempio, la necessità dare voce a una notizia) e la responsabilità di non trasformare il rischio e l'adrenalina nel perno attrattivo dell’attività alpinistica. Dando vita alla rubrica "Come raccontare l’alpinismo?" abbiamo la speranza di individuare, assieme ad alpinisti/giornalisti/divulgatori, un metro narrativo puntuale ed equilibrato per raccontare questa attività.















