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Alpinismo | 14 maggio 2026 | 06:00

"Ma come, non conosci Walter Bonatti?", scossi la testa. "Arrivo subito, non ti muovere. Chi vuole scalare le montagne non può non conoscerlo"

"In una società che va favorendo una divisione sempre più netta tra Natura e Uomo, chi riesce a oltrepassare il confine misurandosi con le espressioni della Natura più manifeste, sembra caricarsi di una fascinazione che rasenta il misticismo. E Walter Bonatti fu uno dei più abili a rendere socialmente comprensibile il confronto con gli ambienti naturali, attraverso imprese eccezionali ma anche grazie a un'innata abilità narrativa". Il secondo episodio della nuova rubrica de L'Altramontagna 'Walter Bonatti: un classico sempre contemporaneo' prova a rispondere alla seguente domanda: come mai, a quindici anni dalla morte, le imprese e le parole dell'alpinista bergamasco riescono ancora a mantenere una carica emotiva così forte?

scritto da Pietro Lacasella
Festival AltraMontagna

Il secondo episodio della nuova rubrica de L'Altramontagna Walter Bonatti: un classico sempre contemporaneo prova a rispondere alla seguente domanda: come mai, a quindici anni dalla morte, le imprese e le parole dell'alpinista bergamasco riescono ancora a mantenere una carica emotiva così forte?

 

Ricordiamo che La figura di Walter Bonatti verrà approfondita sabato 6 giugno al Festival de L'Altramontagna "Il Fiore del Baldo" (ore 21, Teatro Monte Baldo di Brentonico). L'evento, a ingresso gratuito, è aperto su prenotazione fino a esaurimento posti (QUI per prenotarsi).

 

 

Secondo episodio: Il fascino del contrasto

 

"Ma come, non conosci Walter Bonatti?"

 

Scossi la testa nel silenzio ovattato della sala.

 

"Chi vuole scalare le montagne non può non conoscerlo. Arrivo subito, non ti muovere".

 

Mi mossi, ma appena il necessario per osservare da vicino una stampa appesa proprio accanto alla porta d’ingresso. Era incorniciata con un filo di legno chiaro, sobrio ed elegante. Anche il tavolo era di legno, così come le sedie il soffitto, il pavimento e i mobili. Il legno conferiva allo spazio un sapore di antica eleganza. Appoggiandomi con i palmi sui lucidi braccioli della poltrona in pelle dove sprofondavo da quasi un’ora, mi alzai per dirigermi verso quella stampa: dalla sua carta opaca emergevano i profili di alcuni tra i più noti capolavori architettonici di Andrea Palladio. "C’è un angolo di Veneto anche qui, tra le Ande ecuadoriane", pensai gettando con la mente un ponte lungo oltre diecimila chilometri, la distanza che mi separava da casa.

 

Mi trovavo a Riobamba da circa un mese, ospite degli zii di un amico. Con il cielo terso, dalla finestra della camera riuscivo a scorgere i due imponenti corni dell’Altar, montagna bicuspide che supera abbondantemente i 5000 metri. Ma a impressionarmi era soprattutto un’altura che prendeva slancio a pochi chilometri dalla città: il Chimborazo. Il Chimborazo è un vulcano quiescente, alto 6263 metri, che dalle immense calotte glaciali sprigiona la forza eterea delle alte quote. Nella sua vetta, grazie al rigonfiamento equatoriale che caratterizza il nostro pianeta, incontriamo il punto della terra più vicino alle stelle. Una singolarità che invita a leggere le pieghe di quella montagna come una poesia.

 

"Quanto mi piacerebbe salirci", avevo confessato pochi minuti prima a Paolo, che sedeva di fronte a me. Non avevo ancora vent’anni e la mia esperienza alpinistica si limitava a qualche semplice rilievo prealpino. Ma la vastità di quelle calotte, il loro profilo gibboso, e il fatto che la sommità del vulcano rappresentasse il punto più distante dal centro della terra, accendevano in me un desiderio profondo; un impulso che avevo deciso di condividere con lui.

 

Fu così che dalla conversazione emerse il nome di Walter Bonatti. Paolo, come me, arrivava dalle terre beriche. Si era trasferito in Ecuador ormai da diversi anni; non ricordo quanti, ma tanti. Dopo la mia affermazione, liberò gli occhi dall’ombra della visiera di un berretto che non levava quasi mai e mi raccontò che lui, in vetta al Chimborazo, era salito; e aggiunse anche che quelle terre, all’apparenza trascurate dai grandi alpinisti, in realtà avevano accolto alcuni tra i più importanti scalatori della storia.

 

"Pensa che mio fratello, venendomi a trovare, un giorno ha incrociato Walter Bonatti in un negozio affacciato sulla Panamericana. Non credeva ai suoi occhi. Il grande Bonatti era lì, a pochi passi da lui, ma per pudore o forse per la troppa emozione, non l’ha salutato".

 

"Chi è Walter Bonatti?", gli chiesi con un po’ di imbarazzo. Ed ecco che gli occhi di Paolo si erano ritirati nuovamente sotto il frontino. Inserendo la punta delle dita nella barba argento disse allora quella frase:

"Chi vuole scalare le montagne non può non conoscerlo. Arrivo subito, non ti muovere".

 

Osservando i profili familiari delle ville palladiane lo sentivo frugare nella libreria. Tornò dopo qualche minuto con in mano un libro un po’ sgualcito. Me lo porse. S’intitolava Montagne di una vita.

"Ecco chi era Walter Bonatti. Tieni, te lo regalo".

 

Iniziai a leggere quella sera stessa e, come accade quando letture ed emozioni convergono, venni risucchiato dalle pagine. Leggevo Bonatti con avidità senza neppure sapere che faccia avesse; leggevo Bonatti senza intendere la terminologia alpinistica; leggevo Bonatti conoscendo poco e male le asperità dell’alta quota.

Ho iniziato a leggere di alpinismo prima ancora di imparare a leggere la roccia, ma quella notte già mi pareva di volare alto, tra le vette e i pinnacoli affrontati dal grande alpinista bergamasco. Salivo sempre più su, trainato dalle sue parole. E più salivo, in quella notte ecuadoriana, e più avevo l’impressione di inoltrarmi in una dimensione inebriante, come spinto dalla forza invisibile che accompagna ogni forma di rivelazione: in quel momento pensavo che i mondi raccontati da Bonatti, così diversi dalla mia quotidianità, potessero offrire inedite e stimolanti prospettive.

 

Sospesi la lettura nell’esatto momento in cui, dalla finestra rivolta sui corni dell’Altar, i chiarori dell’alba iniziarono a dissolvere la densità notturna.

A dieci anni di distanza da quell’alba, sempre nelle ore che precedono il mattino e anche in questo caso grazie alla lettura, penso di aver individuato quale sia, a mio parere, una tra le origini del fascino che ancora oggi accompagna la figura di Walter Bonatti.

 

Rintanato sotto alle coperte stavo rileggendo Frêney 1961, il libro di Marco Albino Ferrari sulla tragedia del Pilone Centrale del Monte Bianco (il Festival de L'Altramontagna ospiterà lo spettacolo teatrale tratto dal libro - qui per prenotarsi e per maggiori informazioni): come spesso accade quando leggo un libro che mi piace, in alcuni passaggi, senza volerlo, i pensieri si allontanavano dalle pagine per azzardare traiettorie indipendenti.

 

"Certo", mi sono detto a un tratto, "Bonatti ha compiuto imprese eccezionali. Per scaltrezza e resistenza fisica, potrebbe ricordare Ulisse in versione alpina. Ma il talento non è una prerogativa sufficiente per guadagnare un’incondizionata ammirazione: molti altri alpinisti, infatti, non meno dotati di capacità tecniche e atletiche, sono nel tempo scivolati negli anfratti più reconditi della memoria collettiva".

Dal vecchio tetto in lamiera entrava nella camera l’inconfondibile ticchettio della pioggia. Un sottofondo costante, perché quella notte le nuvole fluivano compatte nel cielo.

 

"Se Bonatti è riuscito a salvarsi anche dagli abissi del tempo e dell’oblio", riflettevo, "se ancora oggi, a quindici anni dalla morte, le sue imprese e le sue parole riescono mantenere una particolare carica emotiva, è anche perché la collettività è estremamente affascinata dai contrasti. Più il contrasto è marcato; più è netta la distanza dai profili familiari della quotidianità, e più la fascinazione aumenta".

 

Ogni tanto, a intervalli irregolari, il ritmo uniforme dell’acquazzone veniva spezzato da forti raffiche di vento. Arrivavano senza preavviso e, schiantandosi con violenza sulle finestre, spandevano nelle stanze un inquieto sibilo.

La mia camera da letto, per come si presenta e per le sue dimensioni, ricorda vagamente le tende che gli alpinisti utilizzano in parete. È stretta e corta: lo spazio si esaurisce con il letto sul quale cala obliquamente, accompagnando l'inclinazione del tetto, un soffitto basso e inclinato. A separarmi dal cielo assi di legno a cui, com'era usanza fare da queste parti, negli anni Cinquanta sono stati fissati pannelli in lamiera che, accavallati l'un l'altro, rendono stagna l'abitazione.

 

Una tenda di legno e di latta, dunque, che mi aiutava a dare seguito ai pensieri: "Da quando abbiamo trovato il modo di addomesticarlo", riflettevo, "il maltempo ci affascina. Però il maltempo piace soprattutto quando riesce a esaltare una condizione di isolamento. Freddo, pioggia, tuoni, vento suggestionano nel momento in cui risultano esterni rispetto agli spazi più intimi. A quel punto offrono l'impressione di solcare un mare in tempesta, ma in piena sicurezza, e così la grandiosità del fuori diventa godibile grazie alle comodità del dentro".

 

Questa dinamica emerge con chiarezza proprio dalla prima pagina di Freney 1961, quando "un fulmine colpì la punta del Mont Chétif e il lampo color platino illuminò la notte sopra il paese addormentato di Courmayeur".

 

Tutti, dai villeggianti al sindaco, quel 14 luglio 1961 dormivano, mentre sul paese infuriava la tempesta.

 

In poche righe, Ferrari riesce a disegnare un’efficace situazione di contrasto. In quel lembo alpino, sconvolto dall'insofferenza del cielo, le case diventano tane sicure; separano da una condizione disagevole offrendo la possibilità di affrontare il temporale addirittura nella serenità del sonno. La quiete aumenta tra le mura in rapporto con la tempesta che va esasperandosi. Ecco allora che l'ancestrale paura inizia a trasformarsi in piacere mentre, dalle tende, di tanto in tanto filtra il bagliore elettrico del fulmine.

 

Poi, all'improvviso, Ferrari ci proietta in quota, nel mondo scarno dei quattromila metri, dove, sospeso su una cengia battuta dallo stesso temporale di Courmayeur, Walter Bonatti si trovava con i suoi compagni. Da giorni lottavano contro la bufera, bloccati dai fulmini e dal peso della neve che, in quota, cadeva copiosa sulle loro speranze di salvezza. Questa immagine allarga ulteriormente il divario con gli interni miti delle case e con i letti tiepidi dove riposavano villeggiati e residenti.

 

"E allora", continuavo a riflettere provando a seguire un filo logico, "anche grazie agli alpinisti e alle peripezie da essi affrontate, le nostre comodità acquistano spessore, ma allo stesso tempo provocano una sensazione di vuoto".

 

Proprio come fossero parte integrante delle vette più impervie e remote, proprio come fossero parte integrande della bufera, gli alpinisti paiono infatti rappresentare un mondo diverso dal nostro, facendosi emblema di un esotismo seducente, anche quando – come nel caso della drammatica vicenda del Pilone Centrale – sono in bilico tra la vita e la morte.

 

In una società che va favorendo una divisione sempre più netta tra Natura e Uomo, chi riesce a oltrepassare il confine misurandosi con le espressioni della Natura più manifeste, sembra caricarsi di una fascinazione che rasenta il misticismo. E Walter Bonatti fu uno dei più abili a rendere socialmente comprensibile il confronto con gli ambienti naturali, attraverso imprese eccezionali ma anche grazie a un’innata abilità narrativa. Raccontava con chiarezza ed efficacia – servendosi della macchina da scrivere e di quella fotografica – il suo rapporto con una dimensione naturale che diventa un’altrove posto in contrapposizione alla Società. Proprio in questo "ideale" altrove, la sua carismatica figura è riuscita a dilatare il tanto affascinante contrasto con un ambiente che è andato separandosi dalle consuetudini umane. Una dimensione perfetta, ma equivocabile, ideale per chi cerca una fuga dal nostro vivere.

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Walter Bonatti: un classico sempre contemporaneo

Rileggere Walter Bonatti per rivedere il proprio rapporto con la montagna. Una rubrica personale, a cura di Pietro Lacasella

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