"Si pensa sempre all’ape mellifera, eppure al mondo esistono circa 20mila specie diverse. Quella da miele non è 'alle strette' come possono esserlo una piccola ape selvatica o un bombo"

Mercoledì 20 maggio è la Giornata Mondiale delle Api, nata dalla consapevolezza che un numero sempre crescente di specie di impollinatori in tutto il mondo è sull'orlo dell'estinzione: una minaccia enorme anche per noi esseri umani e per il cibo che mangiamo. A parlarcene è Costanza Geppert, ricercatrice dell’Università di Padova, che sarà ospite al Festival de L’Altramontagna per un talk dal titolo "Viaggio tra la flora che cambia" (sabato 6 giugno alle ore 15.30 a Brentonico, ingresso gratuito)

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Mercoledì 20 maggio è la Giornata Mondiale delle Api, una ricorrenza annuale voluta dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite nel 2017, per portare l’attenzione al tragico declino a cui stavano andando incontro le api e gli altri impollinatori.
A rivelarlo era un rapporto pubblicato nel 2016 ("Rapporto di valutazione tematico su impollinatori, impollinazione e produzione alimentare"), che mostrava come un numero sempre crescente di specie di impollinatori in tutto il mondo sia sull'orlo dell'estinzione per una serie di fattori contingenti, molti dei quali legati alle attività antropiche.
Questo è un guaio per tutti noi. Si stima che il 75% delle principali colture agrarie mondiali (tra cui ortaggi, frutta, frutta a guscio e foraggio) tragga beneficio dall'attività degli insetti. Infine, concorrono indirettamente alla mitigazione dei cambiamenti climatici, supportando la salute degli ecosistemi forestali e naturali, fondamentali per l’assorbimento della CO2.
A distanza di dieci anni da quel rapporto, la situazione non è cambiata. Proprio oggi, un articolo pubblicato su Iucn (Unione internazionale per la conservazione della natura) titola: "Gli impollinatori stanno scomparendo in tutta Europa". C'è ancora molto da lavorare dunque; tuttavia, a ben guardare, qualcosa si è mosso. Lo rivela la seconda parte del titolo: "Una nuova ondata di attivisti guidati dai giovani si sta opponendo a questo fenomeno".
La chiave è la ricerca scientifica, l’informazione e l’attenzione sociale e politica rivolta a una questione sempre meno prorogabile. Ecco perché, in occasione di questa Giornata Mondiale dedicata agli impollinatori, abbiamo intervistato Costanza Geppert, ricercatrice all’Università di Padova, impegnata principalmente in ecologia degli insetti, biodiversità e interazione tra uomo e natura.
Per gli stessi motivi, resi sempre più impellenti dai cambiamenti climatici e dalla minaccia di estinzione cui certe specie vanno incontro, la ricercatrice sarà ospite al Festival de L’Altramontagna "Il Fiore del Baldo", per un talk dal titolo "Viaggio tra la flora che cambia". Per l’occasione, Geppert sarà in dialogo con Alessandro Chiarucci dell’Università di Bologna e Francesco Boscutti dell’Università di Udine. L’evento, ad ingresso gratuito, si terrà sabato 6 giugno alle 15:30, ospitato dalla splendida cornice di Palazzo Baisi, a Brentonico (qui il programma completo).
L’ape è un insetto amatissimo dagli uomini sin dall’antichità. Ma, precisamente, di quale "ape" parliamo?
Il modo in cui generalmente - i media, ma anche gli enti di conservazione - raccontano gli impollinatori, ha sempre un focus molto forte su una specie in particolare: l’ape mellifera. La prima specie che viene in mente è sempre l’ape da miele, e non è un caso: oltre a essere un impollinatore estremamente efficiente, l’ape mellifera fornisce miele, cera, propoli. Inoltre è una specie eusociale, con un’organizzazione molto precisa: è un simbolo del lavoro, dell’efficienza. Ha quindi un valore storico, culturale ed ecologico molto forte.
Spesso però ci si dimentica che nel mondo esistono circa 20mila specie di api selvatiche (non di impollinatori in generale, solo di api). In Italia, una stima grossolana dice che ce ne siano più di mille specie diverse. Parliamo di insetti che appartengono sempre all’ordine degli imenotteri, come l’ape mellifera: alcune sono piccole come formiche, altre grandi come calabroni. E svolgono un po’ lo stesso mestiere: vanno sui fiori per nutrirsi di nettare e polline e, andando lì per mangiare, si "sporcano" soprattutto di polline, e, quando si spostano su un altro fiore, trasportano i granuli pollinici. Queste hanno una variabilità e un’importanza enorme per gli ecosistemi, ma rimangono tutte un po’ all’ombra di questo "gigante" che è l’ape da miele.
In che modo l’attenzione su una sola specie può essere dannosa per gli impollinatori e per il dibattito stesso?
Il punto è che c’è bisogno di sinergia perché un messaggio possa tradursi in politiche concrete. Invece, tra chi si occupa di conservazione degli impollinatori e gli apicoltori, ci sono spesso dei contrasti. Le basi comuni sarebbero molto grandi: sia gli apicoltori che i conservazionisti sono persone che hanno un buon motivo di apprezzare questi insetti. Però i primi spesso tendono ad alimentare un approccio troppo concentrato su una sola specie, il che può essere dannoso.
Negli ultimi anni c’è stato un boom di alveari messi un po’ dappertutto. Se si guarda una mappa veterinaria degli apiari, anche nelle zone urbane, ci si accorge che sono davvero tantissimi. Questa cosa nasce dal bellissimo desiderio delle persone di avvicinarsi agli insetti e alla biodiversità, però non è il modo giusto.
L’ape mellifera non è "alle strette" come possono esserlo una piccola ape selvatica o un bombo che non trovano più fiori. L’ape mellifera ha la sicurezza dell’essere umano che la gestisce e spesso la nutre anche con lo zucchero. Se aumentiamo enormemente il numero di api gestite in ambienti dove ci sono pochi fiori - come spesso succede nelle città - le api selvatiche, che non ricevono supporto umano, faranno ancora più fatica a competere.
Oltre alla competizione con le api mellifere, quali sono gli altri motivi di stress che minacciano la sopravvivenza di queste specie?
In primo luogo, ci sono i cambiamenti dell’uso del suolo. Questo comprende sia trasformazioni molto grandi - come la costruzione di nuove aree urbane, parcheggi, infrastrutture - che eliminano habitat adatti a queste specie, sia l’intensificazione dell’uso del territorio. Un’agricoltura che utilizza sempre più prodotti chimici pone una serie di minacce alla biodiversità che dovrebbe convivere in quegli spazi, che in questo modo va incontro ad un impoverimento.
Poi c’è il cambiamento climatico, anche se è molto difficile parlare degli effetti del cambiamento climatico sulle api, perché le api selvatiche spesso sono termofile: alcune stanno bene al caldo, quindi un aumento della temperatura non necessariamente le danneggia direttamente. Però alcuni gruppi, come i bombi, soffrono di più il caldo e con l’aumento delle temperature sono costretti a cambiare distribuzione.
Il punto è che in ecologia tutto è collegato con tutto. Se aumenta la temperatura magari non vediamo subito un effetto diretto sull’ape, ma potremmo vedere un effetto sul fiore di cui quell’ape si nutre. Magari la pianta inizia a fiorire in un periodo diverso e quindi ape e fiore non si "incontrano" più nel momento giusto. Questo crea effetti a cascata che arrivano fino a noi.
Gli impollinatori, siano essi api mellifere o meno, hanno effetti importanti sulla produttività agricola. Può valere il contrario? I cambiamenti socio-culturali possono influenzare la biodiversità degli insetti?
Certamente. Le api, per esempio, sono soprattutto legate ad ambienti naturali aperti: prati, praterie, pascoli. Quello che sta succedendo nelle zone montuose, cioè l’abbandono dei prati, è un grande problema per la biodiversità nel suo complesso. Quelle aree erano gestite in maniera molto estensiva, con bassissimi input e disturbi minimi: magari venivano semplicemente sfalciate qualche volta. In ecologia si parla di "disturbo intermedio": un disturbo non tale da rompere gli equilibri, come potrebbe essere la costruzione o il cambiamento drastico dell’uso del suolo, ma comunque sufficiente a mantenere alta la biodiversità. I pascoli, infatti, hanno spesso una biodiversità molto elevata, sia vegetale sia entomologica, e dove c’è maggiore diversità di piante, c’è anche maggiore diversità di insetti. Se il pascolo viene abbandonato e si richiude a bosco, le specie vegetali cambiano e diminuiscono, e questo ha effetti anche sugli insetti.
È un tema delicato perché oggi si parla molto, giustamente, di riforestazione e della necessità di piantare alberi. Però dipende dai contesti. In pianura Padana, dove vivo e lavoro, il paesaggio è interessato invece da un’urbanizzazione diffusa, agricoltura intensiva e aree industriali: qui interventi di riforestazione avrebbero sicuramente senso. Ma negli ambienti montani, dove i pascoli sono tra gli habitat più ricchi di biodiversità, il fatto che si richiudano non è positivo. È proprio questo il punto: le questioni ambientali sono estremamente complesse. Anche un messaggio apparentemente semplice come "riforestare" non può essere considerato valido in assoluto.













