Sapete riconoscere i suoni del bosco? Ecco come riscoprire un'abilità passata in secondo piano con l'evoluzione della tecnica: la passeggiata "sonora" del Festival L'Altramontagna

Domenica 7 giugno (ore 9.30), Maria Bertolini del Muse ci accompagnerà in una passeggiata tra i boschi del Monte Baldo, dal titolo "Nel bosco: come imparare a riconoscere i suoni", compresa nel vasto programma del Festival de L'Altramontagna "Il Fiore del Baldo". Con la guida della Sat di Brentonico, e la presenza di Chiara Bettega, naturalista del Muse, e Giulia Tomasi, della Fondazione Museo Civico di Rovereto, si percorrerà il tratto che collega il paese di San Valentino al Rifugio Baita Fos-ce

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Quello di paesaggio è un concetto estremamente denso, sistemico, che racchiude in sé natura e cultura, parte naturale e parte antropica, e coinvolge linguaggi, strumenti e approcci differenti. Abbraccia uno sguardo a 360 gradi, che riunisce i saperi e le discipline, sia scientifiche che umanistiche, dalle scienze naturali all’arte. Quest’ultima, peraltro, ha spesso anticipato le scienze in quanto ad attenzione e prospettive sul paesaggio.
Nella molteplicità di approcci che ci permettono di scoprire un paesaggio, quella uditiva –sempre più trascurata – dà vita ad una materia d’indagine di per sé isolabile e altrettanto densa di declinazioni: quella del soundscape, il paesaggio sonoro. Il paesaggio sonoro è l'ambiente acustico percepito dagli esseri umani, composto da suoni naturali e antropici. Definito da R. Murray Schafer, è un campo multidisciplinare che unisce ecologia acustica, musica e sociologia, studiando come i suoni influenzano la vita e la percezione dello spazio.
"Nel ventre materno l’orecchio è il primo organo che si sviluppa dell’essere umano. L’udito collega l'emisfero sinistro, quello razionale, logico, interpretativo, con l'emisfero destro, quello emozionale. La capacità uditiva nel corso della storia della nostra specie ci ha salvato dalle minacce della vita in natura, almeno fino a quando, con l’evoluzione della tecnica, è passato sempre più in secondo piano". Tutti questi elementi contribuiscono a darci un’idea di quanto oggi sia importante riscoprire l’ascolto e riportarlo al centro della nostra percezione dell’ambiente che ci circonda.
A spiegarcelo è Maria Bertolini, naturalista specializzatasi nel campo dell'educazione museale e della progettazione educativa. Per diversi anni ha curato il programma Formazione del Muse – Museo delle Scienze di Trento, di cui oggi è nel team di supporto alla direzione. Nel corso del suo percorso si è occupata ampiamente del concetto di paesaggio, e particolarmente dei cosiddetti "paesaggi sonori".
Domenica 7 giugno (ore 9.30), Maria Bertolini ci accompagnerà in una passeggiata tra i boschi del Monte Baldo, dal titolo "Nel bosco: come imparare a riconoscere i suoni", compresa nel vasto programma del Festival de L'Altramontagna "Il Fiore del Baldo" (qui il programma completo). Con la guida della Sat di Brentonico, e la presenza di Chiara Bettega, naturalista del Muse, e Giulia Tomasi, della Fondazione Museo Civico di Rovereto, si percorrerà il tratto che collega il paese di San Valentino e il Rifugio Baita Fos-ce.
In che modo l'aspetto uditivo contribuisce a dare forma ad un paesaggio?
Sul pianeta Terra tutto risuona, tutto vibra. A livello fisico, il concetto di silenzio non esiste.
Perché ci fosse silenzio assoluto, dovrebbe essere tutto immobile, e la situazione dell'immobilità esiste solamente a meno 273 gradi, che è lo zero kelvin, lo zero assoluto. Questa temperatura è presente soltanto nel vuoto, mentre sul pianeta Terra, che è fatto di materia e di elementi vibranti, tutto risuona.
Il paesaggio sonoro va a intercettare il mondo degli organismi viventi, ma anche di quelli non viventi. Secondo Raymond Murray Shatner, il primo che ha coniato il termine di paesaggio sonoro, i suoni del pianeta Terra possono essere divisi in tre grandi macro categorie: le biofonie, i suoni dei viventi; le geofonie, i suoni dei non viventi come acqua, vento, vulcani; e le antropofonie, i suoni prodotti dagli umani, dalla specie umana, che sono tantissime. Nel corso di decine di migliaia di anni della storia evolutiva dell'uomo, siamo andati ad aumentare i nostri suoni e a caricare il pianeta di milioni di suoni antropici.
Siamo una specie fortemente impattante, anche dal punto di vista delle sonorità, tant’è che noi parliamo sempre di più di inquinamento acustico sul pianeta, che provoca danni al tutto tondo, compresi danni alla biodiversità. Questo aumento esponenziale dei suoni degli umani è cresciuto nel corso della storia in alcuni momenti particolari, come la rivoluzione industriale.
In che modo l'inquinamento acustico prodotto dall'uomo può avere delle conseguenze sulla biodiversità?
Ogni vivente nel pianeta non ha solo un suo posto, una sua collocazione a livello specifico di specie che si mette in relazione con le altre specie, da un punto di vista ecologico. Ma ogni specie possiede anche una propria "nicchia sonora", ovvero una certa frequenza di suono che serve per entrare in relazione con i suoi simili.
Ogni specie di uccelli, per esempio, canta con una determinata frequenza o con determinate bande di frequenza. E ogni individuo della stessa specie si ritrova in quella banda di frequenze, in modo che, anche non vedendosi a distanza, riescono a percepirsi e a incontrarsi attraverso le onde sonore che producono. È come se ciascuno di loro avesse una propria lingua, un linguaggio, con una determinata frequenza sulla quale si sintonizzano.
Noi umani abbiamo riempito gli ambienti di frequenze talmente larghe e alte che andiamo a coprire nell'ambiente le frequenze degli uccelli con cui stanno comunicando tra di loro. È come fosse un muro sonoro, che impedisce agli uccelli di percepire gli individui della stessa specie. Quindi non riescono a comunicare, e non riescendo a comunicare, non riescono a incontrarsi e a riprodursi e a fare i loro processi riproduttivi di vita.
Questo succede negli uccelli, ma anche tra gli anfibi o nella classe degli insetti, i grilli per esempio. Siamo andati ad alterare un sistema perfetto dove uno spettrogramma tutte le specie dei viventi sono andati a posizionarsi a diverse altezze, a diverse frequenze e ciascuno con la propria capacità di volume e anche di energia sonora che può produrre. Inserendoci in questo spettrogramma, siamo andati ad alterare le nicchie sonore, ad annullarle.
Quali implicazioni ha questa consapevolezza sulla conservazione e la tutela della biodiversità?
La ricerca scientifica attraverso la registrazione dei suoni e delle frequenze può monitorare gli ambienti. La composizione dei suoni nei diversi ambienti, riesce a leggere uno spettrogramma da cui è possibile capire in anticipo se ci sono problemi, e prevenire eventuali danni in quel tipo di ambiente, tra cui l'eventuale copertura, e le conseguenze che possono creare i suoni antropici agli altri viventi e all'ambiente naturale.
Il più delle volte, ascoltare un ambiente ti offre informazioni molto prima che osservarlo, guardarlo attraverso la vista.
Per farlo i ricercatori devono andare sul campo, hanno una strumentazione tecnica di alto livello con cui fare field recording, ovvero registrazione dello spettrogramma degli ambienti, registrandone i suoni e poi scaricando la registrazione con i programmi in laboratorio, in modo da poter di leggere gli spettrogrammi.
In genere si va a registrare un ambiente con una certa periodicità, una ciclicità: a ore diverse del giorno, o di mese in mese, per leggere e interpretare quello che sta succedendo nelle diverse stagioni, e con le diverse condizioni climatiche. Anche per prevedere i cambiamenti climatici in atto e le loro conseguenze a livello della biodiversità, l’ascolto degli ambienti è indispensabile.
Se per gli altri animali è così importante, perché per noi umani l’udito è così secondario come mezzo per conoscere un certo ambiente?
Le neuroscienze ci dicono che noi come specie umana siamo molto sensibili ai suoni e rumori, ma soprattutto perché colleghiamo subito l'ascolto dei suoni non solo alla parte dell'emisfero sinistro, razionale, logico, interpretativo, ma anche all'emisfero destro che è quello emozionale. Le nostre orecchie incanalano le onde sonore e le proiettano nel cervello con il nervo acustico, là c'è come dire una distribuzione a 360 gradi, ci sono le informazioni che arrivano all'emisfero sinistro che decodifica in maniera analitica il suono, ma anche all’emisfero destro che mi induce l'emozione.
Non a caso si dice che l’orecchio non dorme mai, è sempre attivo, anche mentre dormiamo. Perché siamo una specie animale, veniamo da un passato evolutivo dove era più importante avere l'orecchio sempre vigile piuttosto della vista. Sentire un possibile pericolo e non riuscire ancora a vederlo, può significare riuscire a mettersi in salvo. Come specie umana, nella storia, abbiamo imparato a difenderci con la tecnica, a vivere nelle comunità e in luoghi murati. Questo ci ha tutelato ma ci ha anche fatto dimenticare l'utilizzo dell'udito.
La cosa più incredibile è che l’orecchio è il primo organo che si sviluppa quando quel feto è nel ventre materno, già la ventunesima settimana l'orecchio è perfetto, è il primo organo sensoriale umano dell'uomo che si forma nel ventre materno. Ecco perché dicono che bisognerebbe parlare quando ancora i bimbi sono nel ventre materno, fargli ascoltare musica, perché loro già la recepiscono e nel momento della nascita, quando escono, loro riconoscono tutti i suoni. Quindi hanno già delle emozioni, e possono ritrovarsi in un posto con dei suoni familiari.
Abituarci all’attenzione ai suoni nelle nostre passeggiate, può allora essere un ottimo allenamento. Ci lasceresti qualche anticipazione in vista della passeggiata del 7 giugno? Quali suoni dovremmo aspettarci dai boschi del Monte Baldo?
Saremo in un'area naturale privilegiata, per cui mi aspetto che troveremo una ricca varietà di suoni, biofonie, geofonie e anche molte antropofonie.
Schauffer ci insegna che una volta che noi veniamo educati all'ascolto attivo, consapevole e profondo, siamo in grado di valutare il paesaggio anche attraverso l'interpretazione e lettura che possiamo fare dei suoni e dire se un paesaggio è di alta qualità o di bassa qualità.
Noi, attraverso la passeggiata, l'ascolto consapevole e la codifica dei suoni che stiamo ascoltando, arriveremo anche a dire se questo paesaggio sonoro che abbiamo attraversato è di alta qualità o di bassa qualità. Come fare a dirlo? Non è poi così semplice, bisogna interpretare i suoni e capire la prospettiva sonora di un paesaggio, quindi come dire la profondità di campo che ha un paesaggio sonoro. Ma domenica 7 giugno sveleremo qualche tecnica efficace per stabilirlo. Inoltre, avremo la possibilità di portare la strumentazione e di ascoltare in cuffia qualche suono che intercetteremo.













