"Pensare di avere dei reattori operativi nei primi anni del 2030 è difficile". Cos'è il "nucleare sostenibile" del nuovo decreto: costi, tempi e i referendum passati

Il dibattito sul nucleare italiano è tornato centrale con la discussione del Disegno di Legge n. 2669, che mira a dotare l’Italia di una disciplina organica per la produzione di energia nucleare. Dopo i referendum del 1986 e del 2011, entrambi rigettati dalla consultazione popolare, il governo mira a definire cos'è il "nucleare sostenibile" e a inquadrarlo normativamente dentro la Tassonomia europea affinché possa diventare uno dei tasselli per la riduzione della dipendenza delle fonti fossili estere. La vera sfida sul futuro del nucleare resta, oltre che tecnologica, anche politica

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Il dibattito sul nucleare italiano è tornato centrale con la discussione del Disegno di Legge n. 2669, un provvedimento che mira a dotare l’Italia di una disciplina organica per la produzione di energia nucleare. Dopo i referendum del 1986 e del 2011, entrambi rigettati dalla consultazione popolare, il governo mira a definire cos’è il "nucleare sostenibile" e a inquadrarlo normativamente dentro la Tassonomia europea affinché possa diventare uno dei tasselli per la riduzione della dipendenza delle fonti fossili estere. Abbiamo analizzato il testo con Matteo De Piccoli, ingegnere nucleare residente a Gemona.
Iniziamo dalla terminologia. Cosa si intende quando parliamo di "nucleare sostenibile"?
Dipende cosa intendiamo per "sostenibile", un termine spesso abusato. Da un punto di vista formale l’Unione Europea definisce sostenibile il nucleare che rispetta i criteri DNSH (Do Not Significant Harm, che non rechi danno significativo), ovvero che viene considerato come non arrecante danno significativo sugli ecosistemi. Questi criteri, valutati secondo il Regolamento (UE) 2022/1214, inseriscono il nucleare nella tassonomia delle fonti sostenibili grazie alle basse emissioni climalteranti e agli impatti limitati dell’estrazione di combustibili fossili.
Il criterio più stringente è relativo allo smaltimento del combustibile esausto: il nucleare soddisfa il DNSH a "condizione che esista una soluzione tecnica sicura per l’isolamento a lungo termine dei rifiuti radioattivi ad alta attività", ossia tramite un deposito geologico profondo. Questo significa che le tecnologie esistenti di III generazione e III+ aderiscono ai criteri delineati dall’Europa, a patto che nei confini nazionali sia operativo un deposito geologico.
Nel contesto italiano la definizione di "sostenibile", contenuta all’interno del DDL 2669, considera inizialmente anche la "minimizzazione di combustibile esausto" per poi allinearsi ai criteri europei, seppur mantenendo delle ambiguità. Secondo il disegno di legge, le centrali che verranno adottate saranno di nuova generazione, tracciando così una linea tra le vecchie centrali esistenti (di III generazione e III+) e quelle innovative (SMR, AMR, ecc) ancora in fase di sviluppo. Si legge: "Il procedimento nucleare sostenibile oggi rappresenta una delle fonti energetiche più sicure e pulite. Esso non è dunque tecnologicamente comparabile con quello al quale, anche a seguito di referendum, il Paese aveva rinunciato". Eppure le centrali proposte dal governo Berlusconi erano EPR di generazione III+ che ad oggi, in presenza di deposito, sarebbero sostenibili secondo la tassonomia europea.
Infine, il decreto sottolinea come la dimensione di sostenibilità debba essere trivalente anche da un punto di vista economico (con prezzi accessibili dell’energia per contrastare la povertà energetica) e dal punto di vista sociale, garantendo l'indipendenza dai fornitori esteri.
Dal punto di vista della filosofia normativa, in che modo questo testo cerca di superare l'impasse derivante dai precedenti referendum?
Con la definizione di "sostenibile" si traccia una linea narrativa tra il "prima" (i reattori degli incidenti) e i "dopo" (i reattori innovativi) che innesca la giustificazione per creare una rottura, necessaria a rendere desiderabile una tecnologia a valle degli incidenti avvenuti che si assume siano la causa degli esiti negativi dei referendum precedenti. È una frattura che esautora, di fatto, i reattori commercialmente esistenti. Il punto interessante è che la struttura narrativa rimane la medesima nel corso del tempo, utilizzata prima per Cernobyl e poi per Fukushima. Nel primo caso il reattore russo era privo di contenimento rispetto alle soluzioni occidentali più "avanzate", mentre nel secondo caso i reattori coinvolti nell’incidente erano di seconda generazione, a differenza dei proposti successivamente che erano di III+ generazione.
Ogni volta che l’energia nucleare viene riproposta si prospettano tecnologie all’avanguardia rispetto alle esistenti, come se lo stato di fatto attuale fosse sempre superato. Un punto da sfatare è che nel referendum del 1987, la raccolta firme era già partita a inizio 1986, mesi prima del 26 aprile, data del disastro di Černobyl’ e nel 2011, il copione si ripeté: la richiesta di referendum era stata depositata in Cassazione ad aprile 2010 e dichiarata ammissibile dalla Consulta il 12 gennaio 2011. L’incidente di Fukushima è avvenuto l’11 marzo 2011.
Inoltre, nel referendum del 1986 non si chiedeva la dismissione delle centrali ma piuttosto si interveniva su nodi tecnici: la scelta di abbandonare il nucleare è stata presa da una classe dirigente che ha scaricato sul voto popolare il peso di una scelta che non voleva più difendere. È un’abdicazione che paghiamo ancora oggi, perché è proprio in quel vuoto di responsabilità politica che ha messo radici la narrazione binaria e polarizzata che paralizza ogni discussione.
Il testo parla di SMR e IV Generazione come traguardi per i primi anni del 2030, con l'obiettivo PNIEC di coprire fino al 22% della domanda al 2050. È un orizzonte fattibile?
Va fatta una distinzione tra le diverse tecnologie (SMR, AMR e le diverse generazioni). Di fatto i reattori modulari non sono altro che versioni "rimpicciolite" di soluzioni già pensate.
Gli SMR (Small Modular Reactors) sono la versione modulare dei grandi reattori ad acqua ad oggi commercialmente operativi ma necessitano di ulteriori accorgimenti e sviluppo per essere calati nella realtà dei sistemi energetici odierni. Sebbene diverse tecnologie comparabili siano utilizzati per la propulsione navale/sottomarina ad uso militare, queste non aderiscono agli standard di sicurezza richiesti per la produzione di energia civile e adottano un combustibile diverso rispetto a quello convenzionale, arricchito fino al grado militare. Pensare di avere dei reattori operativi nei primi anni del 2030 è difficile: ad oggi ne esiste uno in fase di costruzione a Darlington, in Canada. Vedremo se saranno rispettati tempi e costi di costruzione; si parla comunque di reattori da 300 MW elettrici, non strutture tascabili: i reattori di Latina, Trino e Garigliano avevano taglie inferiori quando furono dismessi.
Gli AMR (Advanced Modular Reactors) dovrebbero rappresentare la versione modulare dei reattori di IV generazione (principalmente reattori veloci e ad alta temperatura), una tecnologia che in occidente è ancora distante da uno sviluppo commerciale. In questo campo il paese più avanzato è indubbiamente la Russia, unico paese ad avere delle strutture di IV generazione operative commercialmente.
Lo scenario del PNIEC che prevede tra l'11% e il 22% di nucleare al 2050 richiede una velocità di implementazione mai vista prima nel nostro contesto.
Il decreto punta molto sull'iniziativa privata per la costruzione degli impianti. Quale ruolo dovrebbe invece riservarsi lo Stato in un settore così complesso?
Il disegno di legge riconosce questa tensione strutturale, cercando di bilanciare la fondamentale iniziativa economica privata con una forte regia statale. Sebbene il decreto punti ad attrarre capitali, lo Stato si riserva il ruolo di "architetto strategico" attraverso il Programma nazionale, che definisce gli obiettivi di lungo termine e fornisce la cornice entro cui i privati possono operare. Per superare l'ostacolo degli enormi costi iniziali (CAPEX) e dei tempi di rientro incerti, il testo prevede esplicitamente modalità di sostegno alla produzione, richiamando strumenti di de-risking finanziario già utilizzati in Europa, come i Contratti per Differenza (CfD) e il modello RAB (Regulated Asset Base), volti a garantire stabilità ai ricavi e ridurre il rischio per gli investitori.
Nei paesi dove la tecnologia nucleare è a livelli più avanzati (Russia, Cina, Francia o USA) c’è una fortissima guida statale sia per scopi civili che militari. Nessuna compagnia assicurativa è disposta ad assumersi il rischio di un potenziale incidente a scala INES 7 o di un ritardo di costruzione di 10 anni, come avvenuto recentemente in Europa. Se lo Stato non si pone come garante e finanziatore di ultima istanza, la delega rischia di rimanere una cornice normativa priva di investitori reali.
La vera sfida sul futuro del nucleare resta, oltre che tecnologica, anche politica. Senza una classe dirigente che torni ad esercitare la propria responsabilità decisionale, il nucleare rimarrà solo sulla carta una "scommessa azzardata", sospesa tra i fantasmi del passato e le promesse di un futuro luminoso.
Nell’estate del 2026 uscirà il libro di Matteo De Piccoli, scritto insieme a Giovanni Montagnani, dal titolo Avete rotto l’atomo ed edito da People.













