"Mi giro. Jack cade a piombo e sparisce dietro a una curva rotolando sulla neve. Riporto gli occhi alle mie piccozze: per fortuna è toccato a lui e non a me, devo pensare solo a cavarmela"

"Per anni mi sono sentito un'egoista ripensando a quelle sensazioni. Ho provato a dimenticarle". Una storia che mette in discussione l'immagine dell'alpinismo come pratica da superuomini infallibili. Il resoconto di Michele Tixi, alpinista e guida alpina, ci svela un lato spesso inedito di questa pratica: la fragilità e la possibilità di rimanere accecati dall'ossessione

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Quando si parla di alpinismo, soprattutto tra grandi appassionati o professionisti di queste discipline, questa pratica viene spesso ricoperta da un’aura, un’aura in cui il confine tra la libertà e la vicinanza alla morte è spesso sfumato, talvolta alludendo persino alla coincidenza tra i due.
L’idea è di fare un esercizio come sfogo, per cercare sensazioni forti e avvicinarsi al limite. "Questo però - commenta l’alpinista e guida alpina Michele Tixi - spesso crea una dipendenza che, come tutte le dipendenze, è disfunzionale e in questo caso anche pericolosa. Andrebbe quindi gestita, parlandone e comunicando di più".
Ecco perché, con un post nelle sue pagine social del 26 marzo, ha voluto pubblicare un resoconto di un’esperienza, vissuta in prima persona otto anni fa, che porti testimonianza di come un certo tipo di narrazione, influenzando il nostro comportamento in montagna, possa avere esiti disastrosi, e potenzialmente fatali.
"Un altro aspetto importante è che si tende a vergognarsi nel parlare dei propri incidenti. Questo vale per tutti: anche per i più bravi, anche per i professionisti". Secondo Tixi, parlarne aiuterebbe invece ad avvicinare questa pratica alle persone e a indebolire quell’istinto machista e superomistico che non di rado arriva a mettere a repentaglio delle vite. Con la stessa idea, noi de L’Altramontagna abbiamo avviato la rubrica "Come raccontare l’alpinismo".
"È un tema - ci spiega - che è stato affrontato recentemente all’interno della categoria delle guide alpine. Anche tra addetti ai lavori ci si percepisce spesso come supereroi".
Proprio per evitare la diffusione questo tipo di narrazione, dice Tixi, si è parlato di aprire una chat interna a tutte delle guide alpine per condividere i propri incidenti senza vergogna e senza giudizio. "Sarebbe bello poi che iniziative di questo tipo si aprissero anche agli amatori e al pubblico: avere spazi, una pagina Facebook o una rivista, con la possibilità di condividere esperienze di incidenti. Sarebbero racconti stimolanti e interessanti e, soprattutto, insegnerebbero molto".
Di seguito, il resoconto dell’alpinista.
Michele Tixi
Questa la racconto sperando che i miei errori servano a qualcun altro per non ripeterli. Convinto che sia importante trovare il coraggio di parlare degli incidenti.
Agli inizi della mia curva d’apprendimento, una mattina svalico in Francia insieme a Jack (nome di fantasia) per salire una goulotte di Grassi sulla Tête de Sainte-Marguerite, Ecrins. Avevamo già salito insieme un paio di cascate. Lui ha parecchi anni in meno di me e abbiamo poco in comune, a parte la voglia di spingere e gli stessi gusti in montagna. Di solito basta questo a farti incontrare, quando arrivi a un certo livello di dipendenza. Un amico ti fa un nome, ti elenca un paio di sue ascensioni e ti dice che è uno a posto. Il resto non conta, l’importante è scalare.
Ci avviciniamo alla via. Jack non si ferma alla base del ripido conoide di neve dura. Io monto imbrago, casco e ramponi. Lo ritrovo all’ attacco mentre finisce di prepararsi e inizia a salire senza tirare fuori la corda. Lo osservo, come per studiarlo. Poi osservo la goulotte. Non sembra difficile. Iniziamo a salire. Sotto a un traverso dall’ aspetto infido propongo di tirare fuori una corda. Jack risponde poco convinto: "come vuoi". Ci leghiamo. Dopo un paio di tiri, usciamo su un pendio di trasferimento. Qui ci sleghiamo di nuovo per essere più agili. Rientriamo dentro la goulotte. Jack, davanti a me, non dà cenno di volersi fermare a legarsi.
Non ero il più esperto. Stavamo scalando a pari livello. Però ero il più grande. Quel poco di maturità in più sarebbe bastato per accettare di perdere quello stupido gioco. Quel cazzodurismo da spogliatoio, in montagna, può essere decisamente più pericoloso che su un campo da calcio. Invece mi lascio tirare dentro. Senza dire nulla penso, stizzito: "Va bene. Stavolta vediamo chi si caga addosso per primo". Saliamo slegati quasi tutta la goulotte. Misto sul terzo grado, terzo+ con qualche salto di quarto. Le condizioni non sono ideali: poco ghiaccio e fastidiosi accumuli di neve. Siamo concentrati. Non parliamo. Anche i tratti più ripidi passano via lisci.
Prima dell’uscita appare un diedro-camino verticale alto qualche metro. Muri lisci, slavati, e un grosso bouchon ("Tappo" in francese) di neve inconsistente, una meringa formata dal vento che generalmente ostruisce i passaggi stretti.
Dopo averlo osservato, sono ancora io a parlare: "Lì ci conviene tirar fuori una corda e mettere un friend". Jack mi risponde "Ma no, dai. É come gli altri. Se vuoi vado avanti io". Avrei dovuto prendermi qualche secondo prima di rispondere, ma dalla bocca mi esce troppo in fretta un "no, allora vado avanti io".
Ho analizzato adesso cosa mi fosse passato per la testa in quel momento. Se davvero non l’avessi voluto fare, non l’avrei fatto. Neanche per orgoglio. Neanche per vergogna. In gioco c’era la pellaccia. Quando mi ha dato quella risposta mi sono sentito in competizione. Ma anche complice. Mi ha permesso di dividere la responsabilità. Di sentirmi giustificato. Una parte di me voleva rimanere slegato. Avevo voglia di sentirmi vivo. Ancora di più.
Il diedro non è tanto più duro degli altri salti. É più delicato. L’ avevo intuito appena l’ho visto. Mi sbagliavo. Leggo adesso su Gulliver: ghiaccio 90 o M6. Sei, sette metri. Gli agganci per le picche sono praticamente inesistenti. Salgo in contrapposizione, usando le mani. Sfondo il bouchon e cerco appoggi sui muri lisci, senza vedere con precisione come posiziono le punte dei ramponi.
Incastro le piccozze e salto sul muro di destra per uscire. Sono sulle braccia quando sento: "merda". Mi giro. Jack cade a piombo per tre o quattro metri. Poi rotola sulla neve, rimbalza tra le pareti e sparisce dietro a una curva. Riporto gli occhi alle mie piccozze. In un solo secondo penso: "É toccato a lui. Non a me. Per fortuna. Devo pensare solo a cavarmela. Non è andato tutto male. É andata male a lui. Non a me. Se resto tranquillo ne esco. Se mi agito cado. Lo so.
Per anni mi sono sentito uno stronzo egoista ripensando a quelle sensazioni. Ho provato a dimenticarle. Poi ho capito che a parlare era l’istinto di sopravvivenza. Ed è stato prezioso. Pensare solo a salvarmi era la cosa più utile che potessi fare. Per me. E anche per lui. Perché solo restando intero avrei potuto aiutarlo.
Per fortuna, dopo un attimo che sembra eterno, lo sento urlare: "sto bene"! Tiro un sospiro di sollievo, ma non riesco a rispondere. Mancano tre movimenti verticali per uscire. Faccio fatica a spostare la prima picca. Cerco sicurezza negli agganci perché il corpo non è sciolto. Sono lento e stringo troppo le picche. Riesco a salire. Esco dove torna appoggiato. Respiro. Ora devo pensare a Jack. Salgo fino a una sosta. É da rinforzare. Non mi faccio prendere dalla fretta. Incastro un nut e lo collego. Mi calo 30 metri con la mia mezza. Non basta. Mi calo altri 10 o 15m da un’altra sosta. Lo vedo. É steso su neve ripida in una maschera di sangue. Ha le mani nude e senza i suoi occhiali non vede un cazzo. Lo raggiungo.
- Cosa ti sei rotto?
- Credo niente.
- No, dimmi cosa ti sei rotto.
- Credo niente.
- La faccia com’è?
Il naso è storto, completamente aperto, con la cartilagine fuori.
- Hai un taglio sul naso.
Non l’avevo ancora guardato. Ero sicuro avesse danni più gravi. È stato incredibilmente fortunato. Soprattutto per essersi fermato prima di un altro salto che probabilmente sarebbe stato mortale.
Lo lego, gli do i guanti caldi che tengo dentro la giacca e ci trasciniamo in sosta.
- Sei lucido? Ce la fai a scendere?
- Si, ce la faccio.
La discesa é lenta. Tutte le soste sono da rinforzare. Jack non batte ciglio, rimane solido.
Arrivati alla macchina si pulisce la faccia con la neve e si guarda nel finestrino.
- Ti porto in ospedale.
- Si. Ma prima fammi bere una birra e fumare una sigaretta.
- Va bene.
Nota dell’autore
È stata una lezione pagata meno di quello che vale. Jack ha avuto da imparare e anch’ io, probabilmente più di lui, perché ero evidentemente più consapevole del rischio.
Se mi trovavo lì con lui un motivo c’era: eravamo entrambi degli invasati. Da quel momento ho evitato di scalare senza corda, se non dove più conveniente. Questo e altri episodi mi hanno insegnato che si può cadere anche dove non si può cadere. Però puoi farlo poche volte. Anche solo una.
Ho scalato ancora con Jack, ma solo in 3 o in doppia cordata. Non sembrava cambiato. Gliene ho viste combinare altre. Poi ha cambiato zona e l’ho perso di vista. É ancora vivo.













