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Idee | 06 luglio 2026 | 06:00

Marmotte travolte dalle automobili; ciclisti che sfidano la morte (per investimento o per asfissia da gas di scarico); droni ovunque. È questo il prodotto della "valorizzazione" della montagna?

La città trasferita a 2.757 metri divora acusticamente i fischi delle marmotte, i canti degli spioncelli e il pigolio dei nidiacei di fringuello alpino che si animano quando uno dei genitori entra nel nido a rifocillarli: nei passi più frequentati sembra che nessuno faccia caso alla distruzione progressiva del paesaggio sonoro montano. Non ricordiamo più le parole di Dino Buzzati?

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.

È il ronzio di un drone a svegliarmi. Guardo l’orologio e non sono neppure le sei di mattina.

 

Ho ancora in testa il girone infernale del Passo dello Stelvio il giorno precedente, un qualsiasi mercoledì di giugno: auto, moto, auto da corsa che fanno a gara, ciclisti che sfidano la morte - per investimento o per asfissia da gas di scarico -, centauri in latex che si aggirano per la manciata di negozi di souvenir che strabordano di cianfrusaglie; coppiette mocassinate che scendono da una decapottabile qualsiasi a fotografarsi davanti al cartello stradale dove si intuisce la scritta "Passo dello Stelvio", nascosta ormai da centinaia di adesivi: lo sfregio inizia anche da qui. E mentre lo sguardo è ubriacato dalla confusione, l’udito capitola definitivamente: una cacofonia di rumori, la città trasferita a 2.757 metri che divora acusticamente i fischi delle marmotte, i canti degli spioncelli e il pigolio dei nidiacei di fringuello alpino che si animano quando uno dei genitori entra nel nido a rifocillarli.

 

Ho ancora in testa tutto questo, mentre il drone che mi ha svegliata scorrazza per un po’ sui pascoli di Passo Sella, girando il milionesimo video da postare su qualche social. Mezz’ora dopo sto preparando il caffè sul fornelletto da campo, mentre il sole inizia ad accendere il Sassolungo e il Sassopiatto, e dietro di me la Marmolada ci osserva come una sfinge; un ragazzo con un piccolo borsello sottobraccio mi passa davanti e sale la collina di fronte a me. "Dove andrà a lavarsi i denti questo?", penso. Pochi minuti dopo ecco il maledetto ronzio, di nuovo. Non era un beauty case, era la custodia di un drone. Un altro video per la gloria.

 

Alle otto e trenta il Passo inizia a popolarsi e la strada sterrata che sale al Rifugio Salei è un crocevia di mezzi pesanti che salgono verso il cantiere della nuova stazione a monte della funivia Col Rodella ("Magia in quota… La stazione di monte è già uno spettacolo: acciaio e geometrie tra le rocce delle Dolomiti", si legge nella pagina facebook della ditta costruttrice) e di gente che sale fotografando in maniera compulsiva le pareti di dolomia, mentre alle loro spalle le ruspe ruggiscono suoni metallici e divorano il suolo che ancora non si è ripreso dal livellamento funzionale alla pista da sci. Non può mancare ovviamente il terzo dronista in tenuta da body-builder e occhiali da sole specchiati.


Cantieri a Passo Sella - fotografia di Chiara Bettega

"People hearing without listening" (le persone sentono senza ascoltare), cantavano Simon & Garfunkel, e in effetti sembra che nessuno faccia caso alla distruzione progressiva del paesaggio sonoro montano. Penso che se i due cantautori fossero con me in questo momento aggiungerebbero una frase alla loro canzone, perché viene proprio da pensare che "people watching without seeing" (le persone guardano senza vedere).

 

È questo il prodotto della "valorizzazione" della montagna?

 

Prendiamo verso nord, in direzione del Sasso Piatto, e attraversiamo un altro cantiere, di cui non si capisce la motivazione, e la sola cosa chiara è che un’altra bella porzione di suolo alpino è stata rigirata come una frittata.

È tarda mattina quando raggiungiamo nuovamente il Passo, e la situazione non è molto diversa da quella del giorno prima a Passo dello Stelvio.

 

Nei giorni seguenti il lavoro ci porterà nella quiete mattutina della Val Duron e del Catinaccio, e nella bellezza selvaggia del Lagorai, dove ahimé, sui versanti che aprono verso nord, le roboanti sgasate di moto e quattroruote da corsa che salgono verso Passo Rolle riescono ad infiltrarsi. Mi torna alla mente il famoso articolo di Dino Buzzati sul Corriere della Sera dell’agosto 1952, in cui il giornalista bellunese, riflettendo con sdegno sulla costruzione della strada che porta alle Tre Cime di Lavaredo, scriveva "Con che vandalico entusiasmo l’immondo coro degli scappamenti devasterà i purissimi silenzi. Sotto le sdegnose rupi, nelle notti di luna, scintilleranno di luminarie al neon le 'stazioni di servizio'. Su per i canaloni tenebrosi, dove sepolte dalle frane le ossa di qualche alpino ancora giacciono, salirà il crepitio svergognato dei 'due tempi', mescolato a echi di orchestrine. E uno dei più meravigliosi posti della Terra sarà per sempre rovinato".


Giovane di fringuello alpino appena uscito dal nido - fotografia di Charel Klein

Pochi giorni dopo, mi arriva il messaggio di un collega che, nel corso di un monitoraggio tra Passo Gavia e Passo dello Stelvio, riportava il ritrovamento di tre marmotte morte in strada a seguito dell’impatto con automobili e l’osservazione di persone che lasciavano scorrazzare cani liberi in mezzo alla prateria, il cui istinto li portava ovviamente a mirare dritti alle tane dei "simpatici" mammiferi alpini. Nel frattempo i colleghi austriaci mandavano immagini di fringuelli alpini investiti sulle strade del Großglockner. Per finire la carrellata, un’amica ricercatrice mi raccontava un incontro surreale con due cacciatori allo Spluga, alle prese con un’esercitazione in piena mattina, tra famiglie a passeggio e poveri spioncelli impazziti, costretti ad un’incessante attività di allarme attorno ai loro nidi (la specie nidifica a terra, in prateria), minacciati dai cani dei due cacciatori che si aggiravano in totale libertà; l’amica chiede ai due se sono consapevoli di stare disturbando gli spioncelli in un momento delicatissimo e questi rispondono che non sanno cosa siano gli spioncelli, perché "conosciamo solo quello a cui spariamo". I "custodi della biodiversità" del ddl 1552.

 

Torno alle parole di Buzzati, rimpiangendo un po’ che non possa essere qui, oggi, a dirci cosa ne pensa di queste nostre montagne. Meglio per lui, perché ne soffrirebbe di certo. Le sue parole di allora, comunque, erano quanto mai profetiche: "Ricordiamoci che la natura vergine, come l’ha fatta Dio, sta diventando una autentica ricchezza.[…] Ma se la si sfrutta ciecamente, per la smania di pomparne soldi, un bel giorno non ne resterà una briciola. Ci saranno sì ancora le montagne, ma deturpate, involgarite, istupidite, ridotte a mucchi di pietra senza senso".

 

 

Immagine in copertina: marmotta in Austria, sul Grossglockner - fotografia di Charel Klein

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