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Idee | 03 aprile 2025 | 06:00

Gli adesivi che oscurano la segnaletica dei passi montani riflettono immaginari e stereotipi: ambienti incontaminati e sempre selvatici, tradizioni ancestrali, palestre all'aria aperta

Non esiste quindi un’idea univoca di montagna, così come non esistono idee statiche. Tuttavia, tra questa ricca e variabile pluralità di sguardi posati sui rilievi italiani, non passa di certo inosservata la presenza di alcuni immaginari dominanti che, spesso, vengono insistentemente proposti in modo inalterato. Una fissità immutabile, da cui prende forma il concetto di stereotipo

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Festival AltraMontagna

I rilievi, soprattutto durante la stagione turistica, accolgono numerose declinazioni umane. Per accorgersene è sufficiente osservare gli adesivi che sommergono la segnaletica stradale o le croci di vetta: si passa dai club alpini a quelli automobilistici/motociclistici; dal sodalizio di escursionisti alla squadra ciclistica amatoriale; dagli amanti della “van life” ai camperisti.

Mondi diversi, spesso in forte contrasto, si trovano quindi schiacciati negli spazi esigui offerti dalla verticalità montane. Così l’escursionista, desideroso di allontanarsi dai ruggiti urbani, è costretto fare i conti con le marmitte delle moto che si rincorrono tra i tornanti; il ciclista, desideroso di ripetere le salite più suggestive del Giro d’Italia, per prendere quota a volte deve zigzagare tra le macchine che avanzano in fila; l’alpinista, probabilmente salito in macchina, guarda con orrore la costruzione dell’ennesimo impianto di risalita. Poi ci sono i residenti - che di solito non attaccano adesivi - la cui vita ovviamente si struttura attorno a specifiche esigenze.

 

Pertanto, invece di immaginario montano sarebbe forse più appropriato parlare al plurale: nella società si sono infatti sedimentati numerosi immaginari, ognuno dei quali riflette un particolare interesse, che varia a seconda delle diverse esperienze che hanno condizionato il nostro sguardo sul mondo. D'altronde la percezione individuale viene spesso modellata dai nostri bisogni.

 

Per l’alpinista, ad esempio, le montagne acquistano un significato più o meno profondo in relazione al valore delle persone che le hanno salite; per il pastore il significato aumenta o diminuisce a seconda degli ettari di pascolo disponibili e della loro qualità; il cavatore presta indubbiamente attenzione alle potenzialità geologiche; l’industria idroelettrica a quelle idriche; lo sciatore al chilometraggio delle piste e alla modernità degli impianti; e così via.

 

Non esiste quindi un’idea univoca di montagna, così come non esistono idee statiche. Per comprenderlo è sufficiente osservare un paesaggio qualsiasi: tra le sue pieghe non è difficile individuare gli esiti di un antico e mutevole dialogo tra ambiente e società. Ogni elemento, sia esso più o meno recente - una pecceta o una funivia, un rifugio o un hotel a cinque stelle, un versante terrazzato o un palaghiaccio -, evidenzia la progressiva trasformazione dei sistemi interpretativi che hanno scolpito l’universo che ci circonda: essendo infatti la cultura materia plastica e dinamica, il nostro rapporto con il territorio è destinato a evolvere (o a regredire, dipende dai punti di vista).

 

Tuttavia, tra questa ricca e variabile pluralità di sguardi posati sui rilievi italiani, non passa di certo inosservata la presenza di alcuni immaginari dominanti che, spesso, vengono insistentemente proposti in modo inalterato. Una fissità immutabile, da cui prende forma il concetto di stereotipo. Lo stereotipo riduce la complessità del mondo avvolgendola come un panno omogeneo e si contraddistingue per essere di indole pervasiva, capace di dirottare la percezione di ampie porzioni della società.

 

È sufficiente compiere un viaggio dalla pianura a una località montana a trazione turistica per inoltrarsi in un ventaglio abbastanza ampio di stereotipi che nel tempo abbiamo “costruito” e da cui, tuttavia, ci lasciamo quotidianamente influenzare.

 

Innanzitutto, con grande frequenza il viaggiatore, saturo della frenesia e degli effetti collaterali della vita urbana, vede negli orizzonti montani un’opportunità per riallacciare il rapporto con gli spazi naturali. Lascia la città spinto dalla speranza di riuscire ad appagare, tra valli e vette, un viscerale desiderio di ambienti “incontaminati”. È un miraggio che ha attecchito diffusamente a livello sociale. Le sue radici affondano nella cultura romantica e si nutrono di una narrazione - ancora viva, soprattutto in ambito turistico - mirata a escludere la presenza umana dalle catene montuose della penisola. Tuttavia la realtà ci racconta una storia diversa perché, tra migrazioni e ripopolamento, l’impronta antropica si staglia nitida sui paesaggi montani.

 

Al contempo però, andando a forgiare un esemplare paradosso, è plausibile che il nostro viaggiatore abbia deciso di prendere quota motivato anche dalla convinzione di poter saziare nei paesi o, meglio ancora, nei borghi di Alpi e Appennini, la nostalgia cronica di un passato che non c’è più, perduto per sempre assieme alle sue tradizioni. Furbescamente, si vende l’illusione di incontrare in montagna ciò che in pianura si è disgregato, come se i rilievi non fossero interessati dall’incedere del tempo, da innesti tecnologici, da ibridazioni culturali.
Quella a cui spesso si trova di fronte il turista è dunque un’autenticità rappresentata, ovvero una messa in scena folcloristica di abitudini scomparse o, addirittura, mai esistite. Fiere, festival, sagre, mercatini; ma anche architetture e abbigliamento: ogni occasione è buona per trasformarsi in stereotipo di se stessi e appagare le aspettative del villeggiante. Non c’è da sorprendersi se il termine “autentico” abbonda nei siti o nelle pagine social delle agenzie turistiche, nei depliant o nelle locandine: è l’esca attaccata all’amo; un boccone succulento da lanciare in pianura, nella speranza di attirare branchi di turisti nostalgici.

 

A fare da contrappeso alla retorica della montagna incontaminata e a quella delle tradizioni autentiche, antiche e intramontabili, esistono tuttavia anche stereotipi più silenziosi, che nessuno è interessato a promuovere. Ciononostante ormai occupano uno spazio importante nell’immaginario collettivo. Sono stereotipi indotti proprio dall’assenza di racconto, dal disinteresse per ampie aree montane considerate inadatte per lo sviluppo di una programmazione turistica vincente. Prende così forma una dimensione geografica balbuziente, discontinua, perché grazie a infrastrutture particolarmente efficaci soprattutto quando servono a connettere le località turistiche più gettonate, in un battito di ciglia si passa dalla porta di casa all’approdo finale; da un punto A a un punto B. Gli spazi intermedi, insieme alle loro peculiarità ambientali e antropiche, vengono quindi involontariamente percepiti come territori di transizione: scorrono davanti agli occhi, ma non riescono a catturare l’attenzione. Diventano luoghi diafani, da attraversare il più rapidamente possibile per raggiungere la “vera” montagna, “dove si vivono esperienze autentiche nella natura incontaminata”.

 

Per completare questo breve elenco di stereotipi, che ha un fine puramente esemplificativo, è necessario spostarsi dai fondovalle ai pendii, dove il nostro viaggiatore spera di esaudire sogni atletico-sportivi, nella convinzione che quel mondo fatto di dislivelli e di condizioni severe sia una scuola al rigore, alla sopportazione e alla misura, capace di temprare - sia in salita che in discesa - il corpo e il carattere delle persone.
Di conseguenza, i rilievi si trasformano in un’immensa palestra all’aria aperta, dove a contare è essenzialmente il gesto atletico.

 

I luoghi comuni abbondano tra le alture italiane e citarli tutti è un’impresa ardua, quasi impossibile, perché ogni dinamica - sia essa architettonica o legata alla gastronomia, colturale o connessa all’abbigliamento, storica, naturale o turistica - per le ragioni sopraelencate può nascondere un cliché.

 

Prima di concludere bisogna tuttavia tornare un’ultima volta alla segnaletica stradale dei passi più frequentati e alle croci di vetta. Come anticipato, infatti, è molto difficile scorgervi adesivi applicati da chi abita il territorio.
Non che i residenti siano estranei all’influenza degli stereotipi, ma allo stesso tempo, nei luoghi della quotidianità è più facile cogliere le infinite gradazioni che arricchiscono ogni contesto. La vita di tutti i giorni pullula di eccezioni, di atolli che rompono la monotonia dell’oceano, di macchioline policrome che alterano campiture all’apparenza monocolore. Risulta quindi estremamente complicato riassumere in un’immagine o in un logo il rapporto articolato e in costante evoluzione con i territori familiari: un adesivo non basta.

 

Proprio nella ricerca della pluralità, dell’indole variegata di territori e comunità, si può cercare un rifugio dove ripararsi dal flusso pervasivo degli artifizi culturali. Resta tuttavia innegabile il peso delle percezioni personali, risultato di un intricatissimo intreccio di convinzioni, relazioni ed esperienze. Ma d’altronde è impossibile eliminare del tutto quello che Italo Calvino chiamava “lo scomodo diaframma della mia persona”.

 

 

Dal secondo capitolo de La montagna, con altri occhi (il primo volume della prima collana de L'AltraMontagna). Per chi fosse interessato, il libro è acquistabile qui

 

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