Il pulcino è stato ucciso dalla madre che poi se ne è cibata. Infanticidio e cannibalismo dell'aquila reale: un comportamento raro fa emergere le dinamiche che regolano i primi giorni di vita di questi rapaci

Dal Parco dei Nebrodi, la più grande area protetta della Sicilia, la webcam posta nel nido di Aquila reale, ha mostrato un raro comportamento da parte della femmina della coppia nidificante in questo territorio, che ha messo termine alla vita del proprio pulcino, concludendo in tal modo la nidificazione. Perché la madre ha compiuto questo gesto? Ce lo svela il tecnologo di Ispra, Massimiliano Di Vittorio

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Un comportamento molto raro, documentato poche volte per questa specie, descrive come le aquile reali, in taluni casi, arrivino ad uccidere i loro pulcini per poi cibarsene. Le ragioni? "Economia energetica", questa è la conclusione di una ricerca - a firma di Massimiliano Di Vittorio, Salvatore Calcò, Nicolò Isidoro Romano e Daniela Campobello - di recente pubblicata sulla rivista di ornitologia Ornis Hungarica.
Tutto è nato a seguito di un'attività di telemonitoraggio attiva da anni nel Parco dei Nebrodi, la più grande area protetta della Sicilia. Tra quei monti dell’Appennino insulare, è installata una telecamera che permette di seguire l'intera stagione riproduttiva di una coppia di aquile reali.
Durante la nidificazione del 2023, Massimiliano Di Vittorio, tecnologo di Ispra, e Daniela Campobello, professoressa associata dell’Università di Palermo, attraverso la telecamera hanno osservato un comportamento piuttosto raro da parte della femmina di aquila reale nei confronti di uno dei propri pulcini: poco tempo dopo che il primo pulcino era morto, infatti, il secondo è stato ucciso dalla madre che se ne è successivamente cibata.
Da qui, ottenute dal Parco le registrazioni dell’intera stagione riproduttiva, i due ricercatori hanno potuto analizzare nel dettaglio quanto era accaduto. Il primo autore dello studio, Massimiliano Di Vittorio, ci ha raccontato le scoperte di questa di ricerca.
In un primo momento è morto il primo dei due pulcini, un evento che in questa specie è molto frequente e che avviene a causa dei ripetuti attacchi del fratello maggiore. Il "cainismo", cioè l'aggressione del secondo nato da parte del primo, è infatti un comportamento tipico dell'aquila reale.
In Sicilia circa il 90% delle nidificazioni porta all'involo di un solo giovane proprio perché il secondo pulcino viene normalmente eliminato dal fratello maggiore. "Si tratta di un comportamento ampiamente descritto in letteratura e geneticamente determinato".
"Quello che invece ha attirato la nostra attenzione è successo tre giorni dopo: la femmina ha ucciso il secondo pulcino, l'unico rimasto in vita, ponendo così fine alla nidificazione".
Se il cainismo è infatti un comportamento abituale nell’aquila reale, l'infanticidio da parte del genitore è qualcosa di estremamente raro. È noto in altre specie di uccelli e di vertebrati, ma nell'aquila reale non lo è affatto: quello osservato nei Nebrodi rappresenta soltanto il secondo caso documentato.
"Abbiamo quindi quantificato le interazioni aggressive tra i piccoli e l'apporto di cibo al nido. La letteratura indica chiaramente che il cainismo ha un'origine prevalentemente genetica e non dipende necessariamente dalla disponibilità di cibo. Il secondo nato rappresenta, in un certo senso, una riserva: se il primo muore, c'è comunque un altro piccolo che può portare avanti la riproduzione. È una semplificazione, ma rende bene l'idea della funzione evolutiva di questo comportamento. Diverso invece - aggiunge il ricercatore - è il caso dell'infanticidio compiuto dalla madre".
Abbiamo quindi tentato di comprendere il perché la madre ha compiuto questo gesto nei confronti del suo unico pulcino rimasto in vita?
"La spiegazione più plausibile è che il secondo pulcino, già molto debilitato, non avesse più possibilità concrete di sopravvivenza. Nei primi giorni di vita il supporto alimentare è stato insufficiente, soprattutto a causa del maltempo. La primavera del 2023 è stata tra le più piovose degli ultimi decenni e le condizioni meteorologiche hanno limitato fortemente l'attività di caccia del maschio. Nei primissimi giorni di vita dei piccoli, che sono quelli più delicati, al nido arrivava quindi pochissimo cibo".
Insomma, la madre che già aveva visto morire uno dei suoi piccoli a causa degli attacchi del fratello, vedeva ora quest’ultimo estremamente indebolito e privo di energie, e si trovava dunque a dover scegliere se continuare ad investire energie nel fornigli le provviste disponibili.
"Anche se, poco prima dell’evento, sono state portate al nido prede di dimensioni adeguate, le sue condizioni erano ormai troppo compromesse perché potesse essere alimentato con successo. È probabile che la femmina abbia reagito agli scarsi stimoli vitali del piccolo interrompendo l'investimento energetico nei suoi confronti. In termini biologici, la probabilità che quel pulcino riuscisse a sopravvivere era ormai praticamente nulla".
Dal punto di vista ecologico - insiste Di Vittorio - bisogna distinguere bene questi due comportamenti. "Il cainismo è geneticamente codificato: il primo nato attacca il secondo praticamente fin dalla schiusa, quando entrambi riescono a malapena a muovere la testa. Si tratta di una strategia evolutiva che permette al pulcino dominante di monopolizzare il cibo portato al nido. Mentre il secondo è stato una scelta 'economicamente' giustificata, seppur estremamente occasionale".
A determinare questo gesto da parte della madre è stato un concorso di circostanze avverse: in particolare l’avvento di condizioni meteorologiche proibitive durante i primi giorni di vita dei pulcini.
"Nei primi giorni di vita i pulcini non sono in grado di termoregolarsi; se la femmina fosse costretta a lasciare il nido per cercare cibo, morirebbero rapidamente per il freddo. Solo dopo circa due o tre settimane, con la comparsa del piumino più fitto, iniziano a sviluppare una sufficiente capacità di termoregolazione. Inoltre, quando piove in modo persistente, anche il maschio ha grandi difficoltà a cacciare e quindi al nido arrivano molte meno prede. Tutti questi fattori, combinati tra loro, hanno probabilmente creato le condizioni eccezionali che hanno portato all'episodio osservato nel 2023".
Insomma, immagini rare e particolarmente cruente sono apparse allo schermo degli esperti. Immagini che mettono alla prova la nostra tendenza ad umanizzare la fauna selvatica (almeno una parte di essa) e a leggere il mondo come se le nostre categorie etico-morali fossero universalmente valide. Questa, fortunatamente, è una banalizzazione che alla ricerca scientifica non è concessa, e proprio per questo essa riesce ancora a sorprenderci.
"Il nostro lavoro non consiste nell'attribuire giudizi morali a questi comportamenti. La ricerca deve rimanere il più possibile oggettiva: noi abbiamo semplicemente descritto e quantificato ciò che è accaduto, cercando di proporre l'interpretazione biologicamente più plausibile. Sarebbe sbagliato leggere questi eventi attraverso categorie proprie del comportamento umano".












