Una delle amicizie più affascinanti della storia dell'alpinismo: nata con l'arrampicata e interrotta bruscamente dalla guerra

"È forse troppo poco per essere un amico, ma con nessuno mi son trovato bene come con lui". Compagni di parete, vicini negli ideali, lontani nella morte. Dai diari di Ettore Castiglioni, il ricordo del grande alpinista e compagno di cordata Bruno Detassis, nato oggi 116 anni fa. Le vicende umane di due importanti riferimenti dell'alpinismo e del senso civile, incrociatisi per pochi anni nello spazio tra le due guerre tra le crode delle Dolomiti di Brenta, e separati inesorabilmente dall'8 settembre 1943

"La montagna con la sua calma e la sua solitudine mi ha dato dapprima l’equilibrio, poi mi ha dato in Bruno Detassis l’amico che ha guidato i primi passi incerti verso la conquista, e il compagno di cordata ideale di tutte le vittorie più belle".
Bruno Detassis nasceva il 24 giugno 1910, a Trento. A raccontarlo, con queste parole, è il grande alpinista e partigiano Ettore Castiglioni, compagno di cordata scomparso prematuramente a soli 35 anni.
Nel 1933, Detassis e il compagno di scalate Pietro Stenico ottennero in gestione il rifugio Dodici Apostoli, sulle Dolomiti di Brenta. Fu qui che conobbero Ettore Castiglioni, alpinista di grandi capacità, spesso in cordata con Celso Gilberti, che aveva perso la vita in Paganella con Pedrini nel 1933.
Questa tragica perdita segna l’inizio dell’amicizia con Bruno, che prese il posto di Gilberti nella cordata. I due esplorarono a fondo le pareti del Brenta, realizzando diversi nuovi itinerari: sulla parete nord del Dos di Dalun; su Cima Tosa, nella parete sud-ovest e la via diretta alla parete di nord-est; e ancora nella parete ovest del Crozzon di Brenta.
Nel 1934 Il Touring club italiano commissiona a Castiglioni il volume Pale di San Martino, della Guida dei Monti d’Italia. Castiglioni comincia così la fortunata attività di autore, e, nel raccogliere il materiale per la sua guida, spesso si avvarrà delle capacità alpinistiche di Detassis.
Arrampicarono insieme e a lungo nelle Dolomiti di Brenta, che furono per sempre casa di Detassis. Quando però venne la Guerra, le loro sorti si separarono.
Detassis divenne istruttore alla Scuola militare alpina, e - con l’armistizio dell’8 settembre - finì prigioniero dei tedeschi nel lager di Oerbke. Nel 1945, il campo di prigionia venne liberato e Detassis poté finalmente fare ritorno a casa. Vivette fino a 97 anni, gestendo per decenni il rifugio Brentei e venendo eletto "custode del Brenta", cui aveva dedicato la vita.
La sorte di Castiglioni fu differente: lui, all’8 settembre ’43, non sopravvisse.
Dopo l’armistizio, Castiglioni si era rifugiato in una baita in alta Valpelline, sopra Aosta, guidando poi attraverso le montagne centinaia di profughi in fuga dal regime fascista. Giorno dopo giorno aveva continuato la sua ‘missione’ fino a quando, dopo una prima prigionia in Svizzera, fu catturato nuovamente oltre il confine. Riuscì a fuggire nella notte, senza pantaloni, senza scarponi, con i ramponi legati ai piedi scalzi. Fu ritrovato tre mesi dopo, sul ghiacciaio del Forno, a un passo dalla salvezza, morto congelato.
Il passo che segue è tratto da Il giorno delle Mésules. Diario di un alpinista antifascista, volume della collana "Stelle alpine" di Hoepli, a cura di Marco Albino Ferrari. Qui, Castiglioni ricorda con schiettezza e affetto il periodo del suo "rifugiarsi" al XII apostoli, i pensieri e alcune scalata di quei giorni sulle crode di Brenta. Soprattutto ricorda con nostalgia il profondo "affratellamento" con Bruno Detassis.
Il giorno delle Mésules
Agosto, Pinò. Moltissime volte avrei voluto prendere in mano questo diario per notarvi passo per passo la risurrezione trionfale e la riconquista piena della vita. Ma la vita era così intensa, che non ho mai trovato il momento di arrestarne il flusso per registrarla qui. Non un attimo in tutto questo periodo, che non sia stato intensamente vissuto.
La montagna con la sua calma e la sua solitudine mi ha dato dapprima l'equilibrio, poi mi ha dato in Bruno Detassis l'amico che ha guidato i primi passi incerti verso la conquista, e il compagno di cordata ideale di tutte le vittorie più belle. Infine la scuola d'ardimento delle crode verticali, mi ha insegnato nuovamente ad osare audacemente, a conquistare con baldanza eroica, a volere la vittoria. Sulle crode del Brenta ho ritrovato l'impeto e la purezza del luglio 1929, ho ritrovato la più bella espressione di me stesso, tutto conquista eroica e idealità.
L'elegantissima salita alla Preuss del Basso mi ha rimesso in forza completamente. Il Dos Dalum è stata la prima di una serie di vittorie luminose, senza un'ombra, senza un'incertezza. La concezione della salita è tutta mia: Detassis sale primo: ad un passaggio esita a lungo senza riuscire: salgo io senza un'incertezza: dopo due o tre cordate gli cedo nuovamente la testa della cordata, perché comprendo che lui ci tiene ad essere primo, per la sua futura carriera di guida: io non ho bisogno di nulla altro che la salita sia per me, tutta mia: anzi, donandola così a Bruno, mi pare sia ancora più mia. Sulla parete Trenti del Basso mi trovo ancora una volta in difficoltà: ma sarà l'ultima disonestà. La parete sudovest della Tosa è una salita tutta di Detassis, studiata e guidata da lui, a cui partecipo vivamente, senza peraltro riuscire a sentirla come mia. Il Crozzon invece è una salita non preparata, riuscita meravigliosamente per l'audace sicurezza della nostra cordata ormai affiatatissima e solidale: la salita non è stata né mia né di Detassis, ma della nostra cordata come unità inscindibile. Sulla Torre Gilberti invece mi sono un po' allontanato da Bruno: qui l'amico mi era divenuto poco più che il portatore delle scarpe, che io mi trascinavo dietro necessariamente nella mia conquista: neppure gli rendevo conto dove andavo e cosa facevo: salivo: come se fossi stato tutto solo, con l'animo proteso verso la cima di quella Torre, che già in cuor mio avevo battezzato, come se lassù avessi dovuto raggiungere e ritrovare l'amico perduto. Dall'attacco alla vetta sono 700 m di parete difficile, ignota, e con una continua successione di incognite; non un istante mi sono arrestato nella mia corsa verso l'alto (neppure per lasciar fare una pipata a Bruno...!) e solo sulla vetta ho potuto calmare la tensione dell'incertezza e la febbre di arrivare e di vincere. Sì, Celso, sono felice che a te ho potuto dedicare una delle mie più belle vittorie. Raggiunta la vetta della Torre, il resto non mi interessava: l'ultimo tratto per raggiungere la vetta della Tosa l'ho lasciato fare a Detassis e l'ho seguito come in qualche cosa che non mi riguardava. Bruno mi perdonerà se questa volta ho dimenticato la corda che mi univa a lui, per sentirmi avvinto da quella che tante volte mi aveva legato a Celso.
Con la Torre Gilberti ho avuto l'impressione di aver adempiuto a un dovere e a un voto: più nulla ormai mi interessava in Brenta, ero impaziente di partire e solo per attendere Manlio, mi sono trattenuto ancora qualche giorno. Le mie crode erano ormai infestate e insozzate da gentaglia insopportabile, da mafiosi, fanfaroni, pettegoli e ipocriti: la lite con Neri mi ha disgustato completamente. Mi son rifugiato ai XII Apostoli, come un orso nella sua tana, e là in solitudine beata, in un ambiente di cordialità e simpatia come non si potrebbe desiderar meglio, ho vissuto ancora qualche giornata felice, interamente perduto nell'oblio di tutto e di tutti. Soprattutto mi ha fatto bene durante tutto questo periodo l'affratellamento con Bruno Detassis, la sua forza morale, la sua sicurezza, la sua rude e schietta sincerità, il suo affetto e la sua sensibilità, inespressi, ma sempre percepibili. È forse troppo poco per essere un amico: ma sulla croda, come al rifugio, dopo la scomparsa di Celso, con nessuno mi son trovato così bene come con lui.

Nella convinzione che l'esperienza di un territorio possa acquisire una misura consapevole non solo attraverso la frequentazione, ma anche grazie alla lettura, con la nuova rubrica, La montagna nei libri, ogni settimana pubblicheremo (a volte commentandoli) passaggi, citazioni, riflessioni custodite in libri capaci offrire uno sguardo più attento sui rilievi. D'altronde, per dirla con Johann Wolfgang Goethe, "L'occhio vede ciò che la mente conosce".














