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Storie | 21 agosto 2026 | 12:05

Sembra un paesaggio come altri, ma raramente sulle Alpi è possibile attraversare tante epoche in uno spazio così ridotto. Il Colle del Piccolo San Bernardo aiuta a valutare i progetti all'apparenza "indispensabili"

Luogo sacro, asse commerciale, via di pellegrinaggio, frontiera militare, destinazione turistica. Ogni funzione è sembrata, in un determinato frangente, destinata a durare. Invece, nel corso del tempo, nessuna è rimasta immutata. Ogni generazione tende a considerare permanenti le infrastrutture e i modelli che ha costruito, ma il Piccolo San Bernardo suggerisce invece prudenza. Perché ciò che oggi appare come il futuro della montagna potrebbe diventare, un giorno, semplicemente un altro capitolo della sua lunga storia

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.

Chi raggiunge oggi il Colle del Piccolo San Bernardo, a 2.188 metri di quota tra Valle d'Aosta e Tarantasia, difficilmente immagina di trovarsi in uno dei luoghi storicamente più stratificati delle Alpi occidentali.

 

A prima vista il paesaggio appare quello tipico di molti valichi alpini: prati d'altitudine, ciclisti in salita, motociclisti in sosta, escursionisti diretti verso i sentieri che si sviluppano tra Italia e Francia. Eppure, in poche centinaia di metri, convivono testimonianze che coprono un arco temporale di diversi millenni.

 

Il cromlech preistorico, la mansio romana, la Colonna di Giove, l'antico ospizio, il giardino botanico Chanousia, le fortificazioni del Novecento, i bunker della Seconda guerra mondiale e, oggi, le infrastrutture del turismo sciistico. Raramente sulle Alpi è possibile attraversare così tante epoche storiche in uno spazio tanto ridotto.

 

La particolarità del Piccolo San Bernardo non consiste soltanto nella presenza di queste testimonianze, ma nel fatto che ognuna rappresenta la risposta che una determinata società ha dato alle esigenze del proprio tempo.

 

Osservandole una accanto all'altra emerge una domanda che riguarda non tanto il passato quanto il presente: quale delle opere che oggi consideriamo indispensabili sarà, un giorno, semplicemente una testimonianza storica?


 

Un valico frequentato da millenni

La storia del colle inizia molto prima delle strade asfaltate, dei confini nazionali e perfino della scrittura. Il cromlech che ancora oggi accoglie i visitatori rappresenta una delle testimonianze archeologiche più significative delle Alpi occidentali. Le pietre disposte in forma circolare attestano una frequentazione del luogo risalente a migliaia di anni fa e ricordano come questo valico fosse già allora uno spazio di passaggio e, probabilmente, di significato simbolico.

 

Non conosciamo con precisione la funzione originaria del monumento. Gli archeologi hanno avanzato diverse interpretazioni, ma il suo valore principale risiede forse proprio nella capacità di ricordarci quanto sia antica la relazione tra l'uomo e questo tratto di montagna.

 

Anche il nome di Annibale compare periodicamente quando si parla del Piccolo San Bernardo. Da secoli gli studiosi discutono sui possibili percorsi utilizzati dal condottiero cartaginese per attraversare le Alpi nel 218 a.C. e il colle viene talvolta indicato tra le ipotesi plausibili. Al di là della fondatezza della teoria, il fatto stesso che il valico venga chiamato in causa testimonia l'importanza storica attribuita a questo passaggio.

 

Molto prima degli Stati moderni, il Piccolo San Bernardo era già una porta tra mondi diversi.


 

La montagna dei Romani

Con Roma il ruolo strategico del colle si consolidò ulteriormente. Qui passava una delle principali vie di comunicazione tra la Pianura Padana e la Gallia. La cosiddetta Via delle Gallie attraversava il valico consentendo il movimento di merci, eserciti, funzionari e viaggiatori.

 

Per sostenere questi flussi venne realizzata una mansio, una stazione di sosta destinata ai viaggiatori e agli apparati amministrativi dell'impero. Non si trattava di un monumento celebrativo, ma di un'infrastruttura essenziale per il funzionamento della rete viaria romana.

 

Nelle vicinanze sorgeva anche la Colonna di Giove, simbolo della presenza romana sul passo e della volontà di organizzare e controllare il territorio alpino.

 

Osservando oggi i resti della mansio è difficile non pensare a quanto dovesse apparire stabile e duraturo il sistema costruito da Roma. Eppure ciò che allora rappresentava modernità ed efficienza è oggi oggetto di studio archeologico.


 

Il colle dell'accoglienza

Con la fine del mondo romano il significato del valico cambiò senza però perdere la propria funzione fondamentale: mettere in comunicazione territori differenti.

Per secoli il Piccolo San Bernardo fu attraversato da mercanti, viaggiatori e pellegrini. L'ospizio dedicato a San Bernardo nacque proprio per offrire assistenza e riparo lungo uno dei principali passaggi alpini.

 

Ancora una volta il colle diventava il luogo in cui una società cercava di rispondere a un'esigenza concreta del proprio tempo. Se i Romani avevano costruito strade e infrastrutture per garantire la mobilità imperiale, il Medioevo sviluppò strutture di accoglienza capaci di rendere possibile il viaggio attraverso montagne spesso ostili e imprevedibili.

 

 

La montagna armata

Nel Novecento il significato del valico cambiò nuovamente. Le Alpi divennero frontiera politica e militare. Il controllo dei passi assunse un'importanza strategica che portò alla costruzione di fortificazioni, opere difensive e sistemi di sorveglianza.

 

A dominare il colle è ancora oggi la Redoute Ruinée, il forte francese situato a circa 2.400 metri di quota che controlla dall'alto la via di accesso tra la Valle d'Aosta e la Tarantasia.

 

Ma le tracce più impressionanti sono forse quelle disseminate tra i prati attorno al valico. Entrando in uno dei bunker ancora accessibili si scopre un mondo ormai dimenticato. Corridoi di cemento, locali tecnici, feritoie e cupole corazzate raccontano un'epoca in cui la montagna era interpretata come una barriera da difendere.

 

Sulle pareti resistono ancora alcune scritte operative. "Post. Destra". "G. El.". Indicazioni che probabilmente conducevano alle postazioni di combattimento e al locale del generatore elettrico. Dettagli apparentemente marginali ma significativi. Ricordano che questi spazi non furono costruiti per diventare testimonianze storiche. Erano strutture operative, progettate per affrontare problemi concreti e immediati.

 

Oggi le scale sono coperte di ruggine, le stanze sono vuote e le feritoie osservano una valle profondamente diversa da quella immaginata dai loro costruttori.

 

 

Una traccia diversa: Chanousia

Non tutte le eredità lasciate sul colle raccontano però conflitti o commerci. Alla fine dell'Ottocento l'abate Pierre Chanoux promosse la nascita del giardino botanico alpino Chanousia, uno dei più antichi delle Alpi. L'obiettivo era studiare e conservare la flora d'alta quota.

 

In un luogo segnato per secoli da eserciti, frontiere e traffici commerciali, Chanousia rappresentava una prospettiva diversa: osservare la montagna non come spazio da attraversare o controllare, ma come ambiente da conoscere.

 

A distanza di oltre un secolo, in un contesto segnato dalle conseguenze del cambiamento climatico, questa intuizione appare sorprendentemente attuale.


 

Lo sci e il nuovo futuro

Oggi il Piccolo San Bernardo vive una nuova fase della propria storia. I comprensori sciistici di La Thuile e La Rosière costituiscono una delle principali realtà transfrontaliere delle Alpi occidentali e il nuovo progetto della telecabina di Chaz Dura conferma la volontà di continuare a investire sullo sviluppo turistico dell'area.

 

Anche queste infrastrutture rispondono a esigenze concrete del presente: sostenere l'economia locale, migliorare i collegamenti, rendere il territorio più attrattivo. Eppure il contesto nel quale vengono realizzate appare diverso rispetto a quello che ha caratterizzato gran parte del Novecento. Il cambiamento climatico, la riduzione dell'innevamento naturale e la crescente necessità di adattamento stanno modificando profondamente il rapporto tra turismo e montagna.

 

Non si tratta di stabilire se questi investimenti siano giusti o sbagliati. Piuttosto, la storia stessa del Piccolo San Bernardo suggerisce una domanda diversa. Come verranno interpretate queste opere tra cento anni?


 

Le rovine del futuro

Il cromlech, la mansio romana, l'ospizio, la Redoute Ruinée, i bunker, Chanousia. Ognuno di questi elementi racconta una diversa idea di futuro. Nessuno fu costruito per diventare un reperto storico. Nessuno nacque con l'obiettivo di testimoniare un'epoca conclusa. Tutti rispondevano a necessità concrete del proprio presente.

 

Il Piccolo San Bernardo mostra come il significato della montagna cambi continuamente nel corso del tempo. Luogo sacro, asse commerciale, via di pellegrinaggio, frontiera militare, destinazione turistica. Ogni funzione è sembrata, a un certo punto della storia, naturale e destinata a durare. Nessuna è rimasta immutata.

 

Forse è proprio questa la lezione più interessante che offre il colle. Non una previsione sul futuro dello sci o del turismo alpino, ma la consapevolezza che ogni generazione tende a considerare permanenti le infrastrutture e i modelli che ha costruito. 

 

La storia del Piccolo San Bernardo suggerisce invece prudenza. Perché ciò che oggi appare come il futuro della montagna potrebbe diventare, un giorno, semplicemente un altro capitolo della sua lunga storia.

 

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