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Storie | 25 agosto 2026 | 06:00

Stese una coperta di neve sulle radici dell'albero sradicato. Tranne lei, nessuno credeva si sarebbe ripreso, ma quando le speranze si stavano spegnendo, spuntarono le prime gemme

L'alberò riuscì a superare i mesi più freddi radici all'aria: mica male per un vecchietto di 110 anni. Chissà cosa lo spinse a farlo: forse trovava scontato perire d'inverno; forse desiderava ricambiare l'affetto della famiglia che aveva saputo salvarlo due volte. La storia di un vecchio sicomoro ci permette di rivolgere un pensiero a una persona, Silvana Pesavento, che - senza volerlo - si è rivelata un prezioso punto di riferimento per questa realtà editoriale

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.

Sistemando un vecchio armadio ho di recente trovato un foglio dove, il primo gennaio 2021, avevo provato a raccontare quella che pensavo fosse stata l'ultima notte di un vecchio sicomoro; il suo ultimo Capodanno. Ma ora che sono trascorsi cinque anni, sento la necessità di aggiornare quella storia, perché il sicomoro è ancora lì, a fare da vedetta alla via.

 

31 dicembre 2020. La pandemia di Covid-19 ci costringeva in casa e una nevicata eccezionale mi teneva con gli occhi puntati sulla finestra. I fiocchi scesero per giorni. Approfittavamo delle pause per liberare il vialetto dalla neve: si andò a creare uno stretto camminamento dalle pareti di ora in ora più alte. Ogni tanto si andava a sciare – praticare sport era consentito – ma non sulle piste, che tra l'altro erano chiuse. Infilavamo gli sci davanti all'uscio e partivamo, senza una vera meta, accompagnati da una sensazione di leggerezza. Anche le prospettive più familiari del paesaggio avevano acquisito un aspetto inedito. In giro non si incontrava nessuno. Se non fosse stato per le tracce sulla neve – ogni tanto di lepre, ogni tanto di volpe, ogni tanto di ungulato – sembrava di essere atterrati su un pianeta privo di vita. Non andavamo in cerca di grandi discese. Piuttosto eravamo attratti dall'idea di galleggiare qualche ora sul mare ovatta che sommergeva l'Altipiano. Poi si tornava a casa per osservare i fiocchi cadere senza fretta. Ero davanti la finestra anche la sera di Capodanno, con Margherita accanto a me. Attendavamo la mezzanotte combattendo contro un sonno pesantissimo. Per questo, forse, non ci siamo accorti di nulla. Oppure lo schianto è avvenuto più tardi, quando ormai eravamo sotto alle coperte.

 

Così scrissi il mattino seguente, quando vidi il sicomoro coricato su un lato:

 

"Chi l'avrebbe mai detto che per il vecio sicomoro sarebbe stato l'ultimo Capodanno. Era lì da oltre cento anni, gonfalone di una delle case più raffinate e accoglienti della via. Una di quelle abitazioni che, nelle giornate di neve, invitano a entrare per consumare le ore davanti alla stufa, cullati dal ritmo pacato dei fiocchi.

Era da almeno dodici anni che dalle mie parti non si vedeva una nevicata di tali proporzioni. Questa abbondanza, da quanto mi raccontano le persone più anziane, fino a non molti decenni fa era normale. Ma con i cambiamenti climatici, la regola si sta rapidamente trasformando in eccezione.

Pertanto ci troviamo di fronte a una perturbazione eccezionale: i tetti sorreggono quintali e quintali di fiocchi; le strade sono incorniciate da muri bianchi alti oltre due metri; gli alberi si genuflettono sotto il bianco fardello. Ma il vecio sicomoro si è rifiutato di inchinarsi. Forse sentiva vicina la fine dei suoi giorni e, orgoglioso, ha deciso di vivere le ultime ore proteso verso il cielo, come a sfidarlo.

Ieri sera, probabilmente soddisfatto, è uscito di scena in silenzio, senza tonfi eclatanti, senza grandi trionfalismi. Si è semplicemente accasciato su un lato e ha deciso di lasciare il mondo guardando la neve".

 

Mi sbagliavo, perché è facile cadere in errore provando a leggere il destino degli alberi. Vedi il peccio: con il suo aspetto stabile e signorile è riuscito a nascondere il suo tallone d'Achille: le radici. Pertanto, quando migliaia di abeti rossi si sono arresi alle fucilate di Vaia, l'incredulità ci ha avvolti di fronte a una sorte così mesta e inaspettata.

 

Il vecio sicomoro aveva quarant'anni quando è stato costretto a emigrare. Nel 1956, infatti, il panificio Da Ballot ha sentito l'esigenza di ampliare la struttura. L'albero, che al tempo si trovava lì vicino, intralciava i lavori: bisognava espiantarlo.

 

Anche Toni ha piantato le radici lontano dalla terra natia, però all'epoca era ancora un ragazzo e viveva con la madre e le sorelle ad Asiago. Il padre, come molti altopianesi, era invece emigrato in Australia per garantire alla famiglia una vita dignitosa. Così, quando il sicomoro fu offerto alla madre, toccò a lui organizzare il trasloco.

 

A forza di braccia, prima sradicò la pianta, probabilmente in quel periodo vestita di lillà, e poi la trasportò su un carretto fino al giardino di casa, dove fu ripiantata. Non penso sia per lei stato facile abbandonare la fragranza che il pane, appena uscito dal forno, spande tra i vicoli all'alba: un profumo delicato che nutre il corpo senza saziarlo. È difficile e spesso doloroso allontanarsi dalle abitudini, dalle facce note, da quell'humus culturale che ci aiuta a interpretare la complessità del mondo. Per perdere l'orientamento non serve spingersi lontano: basta trasferirsi di pochi isolati. Non oso immaginare il senso di vertigine che deve provare chi attraversa un mare per cercare fortuna in terre sconosciute.

 

Ma le radici, se il terreno è aperto ad accoglierle, possono riallacciare la pianta al suolo e nutrirla di nuove abitudini, di nuove facce, di nuove consuetudini culturali. Così il sicomoro ha ritrovato una famiglia e ha continuato a crescere rigoglioso per altri settant'anni. Prima ai suoi piedi venivano coltivate le patate, oggi invece si allarga una coperta di erba e muschio incorniciata dalla felce.

 

L'inverno di cinque anni fa, come dicevo, il vecio sicomoro ha deciso di giocarci un brutto scherzo, afflosciandosi sulla neve l'ultima sera dell'anno. Considerati gli acciacchi che stavano emergendo con l'età, eravamo tutti convinti che il suo viaggio terreno fosse giunto al capolinea. Tutti tranne Silvana.

 

Silvana è la sorella di Toni, l'ultima componente della famiglia a tenere compagnia al sicomoro.

 

Con l'aiuto del nipote Stefano stese sui piedi del sicomoro una spessa coperta di neve, allo scopo di isolare le radici dagli umori dell'inverno che a quelle quote, specialmente a cavallo tra gennaio e febbraio, sanno ancora vanificare gli sforzi del sole. Poi hanno aspettato la primavera cercando di cogliere segni di vita tra i rami spogli. Un'attesa infinita, prolungata da una stagione particolarmente rigida.

 

A marzo, quando le speranze si stavano lentamente spegnendo, le prime gemme hanno iniziato a imperlare l'epidermide della pianta. Un guizzo vitale in un corpo apparentemente esanime. Silvana ha chiamato gli "omeni" ad aiutarla. Prima l'hanno potato e poi, grazie all'aiuto di un verricello e dei puntelli, gli hanno restituito la naturale posizione verticale.

 

Ha resistito ai mesi più freddi radici all'aria: mica male per un vecchietto di 110 anni! Chissà cosa l'ha spinto a farlo: forse trovava scontato perire d'inverno; forse desiderava ricambiare l'affetto di quella famiglia che ha saputo salvarlo due volte: prima offrendogli una dimora e poi, settant'anni più tardi, sollevandolo da una brutta caduta.

 

Come quelle del sicomoro, anche le radici di Toni hanno trovato dimora in terreni lontani. Oggi vive a Tarvisio, dove per anni ha lavorato come forestale. Ogni tanto, però, torna ad Asiago per salutare Silvana.

All'ora del tramonto si siedono sul terrazzino affacciato sul prato e chiacchierano. Di fronte a loro, bagnato dagli ultimi raggi del sole, il vecio sicomoro raccoglie le parole di chi è ha avuto il coraggio di partire e di chi ha avuto la forza di restare.

 

 

Un ricordo per Silvana

 

Questo racconto - scritto in forma integrale alcuni mesi fa - vuole ricordare Silvana Pesavento, che ci ha lasciati domenica scorsa a 85 anni. Forse non poteva immaginarlo, ma con le sue parole, con la sua schiettezza, con il suo entusiasmo, con la sua visione consapevole dei territori montani e con una rara dolcezza si è spesso rivelata un prezioso punto di riferimento per questa realtà editoriale. Averla conosciuta è stata una grande fortuna: quando le cose non andranno per il verso giusto, continuerò a cercare il vecio sicomoro con lo sguardo!

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