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Attualità | 27 agosto 2026 | 19:00

Cosa significa perdere un distributore di carburante in un piccolo comune di montagna?

Quanto è importante l'automobile per chi abita in montagna? La carenza di distributori può essere causa di spopolamento nelle aree interne? La transizione energetica può accompagnare verso una maggiore autonomia? Ne abbiamo parlato con Camillo D'Angelo, sindaco di Valle Castellana, il Comune ha deciso di prendere in mano un distributore vendendo il carburante quasi al prezzo di costo

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.

Volevamo capire una cosa molto semplice: non soltanto quanto costa la benzina a Valle Castellana, ma cosa significa perdere un distributore di carburante in un piccolo comune di montagna e se mantenere un servizio del genere possa davvero avere qualcosa a che fare con lo spopolamento.

 

Raccontata velocemente, quella di Valle Castellana (in provincia di Teramo) potrebbe sembrare soltanto una storia curiosa: un Comune acquista un distributore, rinuncia sostanzialmente al margine di guadagno e vende il carburante quasi al prezzo di costo. 

 

Ma andando oltre il prezzo scritto sul totem emerge altro. Emergono le distanze, il pendolarismo, i servizi che si allontanano, il tempo trascorso in automobile e il peso economico di una quotidianità che, nelle aree interne, può essere molto diversa da quella di chi vive in una città. 

 

Ne abbiamo parlato con Camillo D’Angelo, sindaco di Valle Castellana, partendo proprio dal distributore per arrivare a una domanda più ampia: quanto costa davvero restare a vivere in montagna?

 

"Inizialmente il motivo trainante che mi ha spinto a fare questa iniziativa era non far perdere il servizio", risponde il sindaco, a cui abbiamo chiesto perché il Comune abbia deciso di prendere in mano il distributore.

 

È questo il punto di partenza: il distributore rischiava di chiudere e il Comune decise di intervenire, riaprendo l’impianto nel 2022. Non si tratta quindi di una misura nata oggi sull’onda del caro carburanti: "Sono anni che lo faccio, non è che ho abbassato il prezzo la settimana scorsa. Sono anni che faccio questa politica".

 

L’obiettivo iniziale era garantire la continuità del servizio. Successivamente l’amministrazione si è resa conto che, rinunciando sostanzialmente all’utile sulla vendita, avrebbe potuto abbassare il costo finale: "Azzerando l’utile abbiamo praticamente dato una fornitura di carburante a prezzo quasi di costo".

 

L’idea iniziale era persino quella di differenziare il prezzo a favore dei residenti, ipotesi poi risultata non praticabile per ragioni normative. Il risultato è stato comunque un risparmio che, nel corso dell’anno, può diventare significativo per chi utilizza ogni giorno l’automobile. Vivere in montagna significa sostenere costi maggiori? Per D’Angelo sì, ed è proprio da qui che il discorso si allarga.

 

"Quando una famiglia vive in un luogo come quello montano ha oggettivamente dei costi maggiori già per il pendolarismo che deve fare sia per la scuola che per il lavoro". Il carburante è soltanto uno degli esempi. Il sindaco cita anche il bollo automobilistico, le spese sanitarie e, più in generale, tutto ciò che deriva dal dover percorrere più chilometri per accedere a servizi che altrove sono molto più vicini. 

 

"La politica dovrebbe ridurre questo gap, perché non si tratta di vantaggi, ma di ridurre e quasi azzerare questo gap". È un passaggio centrale: un’agevolazione per chi vive nelle aree interne può essere letta come un privilegio. D’Angelo la interpreta invece come un tentativo di compensare uno svantaggio strutturale.

 

"Da una parte potrebbe sembrare di agevolarle, ma in realtà significa farle pareggiare rispetto a chi vive in un’altra zona".

 

Quindi un distributore può davvero contrastare lo spopolamento? "Non è la soluzione, ma sicuramente è una delle soluzioni". D’Angelo non attribuisce al distributore una funzione risolutiva. Un paese non torna a popolarsi perché la benzina costa meno. Ma può diventare progressivamente meno abitabile quando, un servizio dopo l’altro, la quotidianità si complica.

 

"Garantire il servizio e ridurre i costi potrebbe aiutare, insieme ad altre misure che mancano in queste aree, a mantenere viva ancora la presenza nelle aree interne". Il tema, quindi, non è soltanto quanto si spende. È anche quanto tempo richiede vivere lontano dai servizi. Quanto pesa il tempo nella scelta di restare? Molto, secondo il sindaco: "Le persone hanno il tempo come primo elemento che tengono in considerazione".

 

E aggiunge: "Dover spendere tempo da percorrere, da passare in macchina per fare cose che quotidianamente magari impiegano cinque minuti è sicuramente un deterrente grande e porta le famiglie ad andare via".

 

Per questo D’Angelo introduce anche il tema dello smart working, immaginandolo come uno strumento capace di incidere realmente sulla vita di chi risiede nelle aree interne. Evitare decine di chilometri al giorno può significare ridurre costi, recuperare tempo e rendere più sostenibile la scelta di abitare lontano dai grandi centri.

 

Si parla molto di rilancio dei paesi. Dove abbiamo sbagliato? Su questo D’Angelo è molto netto: "L’errore più frequente è stato quello di pensare che ricostruendo i luoghi fisicamente significava automaticamente ricostruire il tessuto sociale". Una piazza sistemata, una strada rifatta o un intervento puntuale possono certamente migliorare un paese. Ma non bastano, secondo il sindaco, se manca una strategia complessiva: "Quello che non abbiamo mai creato è la prospettiva".

 

È forse questa la frase che meglio riassume la sua visione. Chi lascia un’area interna spesso non lo fa perché quel luogo non sia bello o perché manchi un legame affettivo. Lo fa perché altrove intravede possibilità che nel proprio territorio non riesce più a vedere. "Abbiamo solo realizzato una manutenzione sporadica, interventi ad hoc, puntuali, senza pensare a un progetto globale". E ancora: "È questa che non vedono i cittadini delle aree interne: la possibilità".

 

Cosa dovrebbe significare davvero rilanciare un’area interna? Secondo D’Angelo significa fare scelte più strutturali: investire sui collegamenti, rafforzare le infrastrutture, ragionare sull’accesso alla rete. E anche avere il coraggio, in alcuni casi, di decentrare servizi sanitari, assistenziali e sociali verso territori oggi più fragili.

 

Il meccanismo, del resto, è quasi circolare. I servizi vengono concentrati dove vivono più persone. Ma se tutti i servizi vengono spostati verso i centri maggiori, chi vive nei piccoli paesi avrà sempre più ragioni per trasferirsi proprio lì.

Contrastare lo spopolamento significa allora provare a interrompere questo processo. 

 

E le piccole attività commerciali che ruolo hanno? Qui il ragionamento del sindaco diventa particolarmente interessante. "Un alimentari non è un alimentari, un bar non è un bar". In un piccolo paese, spiega D’Angelo, un esercizio commerciale può avere una funzione molto più ampia di quella puramente economica. "Quello è un servizio sociale di connessione dei cittadini".

 

Un bar può essere uno dei pochi luoghi di incontro. Un alimentari può rappresentare l’unico punto nel quale acquistare beni di prima necessità. Quando una di queste attività chiude, quindi, non viene meno soltanto un esercizio commerciale.

Si perde anche uno spazio della comunità. 

 

Per questo D’Angelo ritiene necessarie regole differenti per chi apre e mantiene attività nei territori a bassa densità abitativa, sia dal punto di vista fiscale sia da quello burocratico: "Se vogliamo rilanciare queste zone bisogna partire proprio da questo, dal principio che lì un bar non è un bar ma è un’attività sociale".

 

Il modello Valle Castellana può essere replicato? Secondo il sindaco sì, ma non ovunque: "Può funzionare dove non ci sono attività private, quindi dove non hanno aperto, dove hanno chiuso, dove la distanza è un elemento importante".

 

Non avrebbe senso immaginare un Comune in concorrenza con un servizio privato già presente e sostenibile. Il ragionamento cambia quando il mercato non riesce più a garantire una funzione ritenuta importante per chi vive sul territorio.

 

La vicenda ha attirato anche l’attenzione della Regione Abruzzo. D’Angelo racconta di essere stato contattato per illustrare l’esperienza e contribuire a un confronto con altri amministratori. "Mi farebbe piacere che potessero replicare questa mia esperienza".

 

Quanto costa, allora, restare? Forse non esiste una cifra. Costa carburante, costa chilometri, costa tempo. Costa avere un servizio più lontano. Costa organizzare diversamente una giornata per raggiungere una scuola, un ospedale, un luogo di lavoro. Ma soprattutto costa continuare a vivere in un territorio quando progressivamente diventa difficile immaginare quale futuro possa avere.

 

Per questo, alla fine dell’intervista, abbiamo chiesto a Camillo D’Angelo come vorrebbe vedere Valle Castellana tra dieci anni. La risposta non parla di grandi numeri: "La vorrei vedere con la speranza negli occhi delle persone". E poi aggiunge: "Mi piacerebbe vederla quantomeno viva. Viva ma non piena di persone come qualcuno pensa, viva nel senso con la capacità di avere una prospettiva. Questo sarebbe più che sufficiente".

 

Forse è qui che il distributore di Valle Castellana assume il suo significato più interessante: non è la soluzione allo spopolamento, è un servizio che si è deciso di non perdere. E può sembrare poco, finché non si guarda il problema dalla prospettiva di chi in quei territori deve continuare a viverci ogni giorno. La sfida delle aree interne, probabilmente, non è tornare a riempire ogni casa. È fare in modo che restare possa ancora essere una scelta possibile.

 

Nel concludere e abbracciando con lo sguardo una prospettiva di gestione territoriale di respiro nazionale, per affrancarsi dai prezzi esorbitanti del carburante e per superare un'eventuale carenza di distributori si potrebbero incentivare politiche capaci di accompagnare le aree interne verso la transizione energetica e, dunque, una maggiore autonomia.

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