"Il primo cane in cima all'Antelao" suscita dubbi e interrogativi. Perché imporre a un animale imprese rischiose che non andrebbe a cercare?


Salire in montagna con il proprio cane può regalare il piacere insostituibile di condividere un'esperienza insieme a un amico, nel pieno benessere di entrambi. Ma quando le asperità aumentano, gli itinerari diventano alpinistici se non addirittura attrezzati o su suolo glaciale, vale lo stesso? A partire dai recenti successi di cordate alpinista-cane, già famose su social e giornali, proviamo a riflettere insieme ad alcuni esperti su una tendenza in crescita

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Salire in montagna con il proprio cane è un'esperienza risolutiva, nel senso che può avere la capacità di risolvere anche il più ingrovigliato dei problemi.
L'entusiasmo ansimante, gli occhi vispi e le quattro rapidissime zampe proiettano in una dimensione differente, all'interno della quale, di solito, a emergere non è tanto il desiderio di firmare un'impresa, ma soprattutto il piacere insostituibile di condividere il contesto insieme a un amico.
Con il proprio cane, infatti, spesso nasce un'amicizia sincera, perché profonde sono quelle relazioni in cui nel silenzio prende forma un'intima percezione di complicità.
Il piacere della condivisione, tuttavia, persiste solo in una condizione di equilibrio, dove l'esperienza può rivelarsi appagante sia per il cane, che per il padrone.
Le cose pertanto cambiano quando il cane sembra essere trascinato tra pendii e crode per soddisfare le ambizioni di una sola parte.
Per questo motivo, nonostante le diverse segnalazioni, fino ad ora avevamo deciso di non pubblicare la notizia di un lupo cecoslovacco portato sulla vetta dell'Antelao (con un'altitudine di 3264 metri, è la seconda vetta delle Dolomiti), la cui via normale non si può certo dire una passeggiata. Difatti, sembra essere il primo cane ad aver calcato quelle rocce da gracchi. Il video dell'impresa, però, nei giorni scorsi ha fatto il giro di diverse pagine di social ed è stato ripreso da qualche quotidiano.
Il cane, quando è in compagnia del padrone, sta bene. È quindi disposto a seguirlo praticamente ovunque. Ma ha senso farlo partecipe di imprese che, di sua spontanea volontà, non andrebbe a cercare?
Per trovare risposta ai nostri interrogativi, per capire fino a che punto si può condividere il proprio desiderio di avventura insieme a un cane e per approfondire il tema della sicurezza (dell'animale, del padrone, e delle persone impegnate sulla stessa via) ci siamo rivolti ad OPES Cinofilia, il settore nazionale dell'Organizzazione per l'Educazione allo Sport dedicato alla promozione, alla formazione e alla regolamentazione delle attività sportive e sociali con i cani.
Nel giugno scorso, gli operatori di Opes avevano realizzato un video sul modo corretto di andare in montagna con il cane, dove, tra le altre cose, sottolineavano un punto fondamentale: "Il cane, in ambienti alpinistici, non va portato".
Già allora il video aveva suscitato aspre critiche da parte dei sostenitori di queste cordate alpinista-cane, rese celebri dai social. Con il supporto degli esperti, allora, abbiamo cercato di comprendere le ragioni di una posizione così netta.
"Da un punto di vista morfologico e morfo-funzionale, per un cane predisposto, allenato e abituato a fare sforzi prolungati, camminare in montagna potrebbe anche non essere particolarmente problematico. Certamente si mettono a dura prova legamenti e articolazioni, ma - a patto di una preparazione adeguata del conducente e dell'animale - il grosso problema non è tanto lo sforzo fisico a cui viene sottoposto il cane. Il punto, semmai, è ciò che accade di fronte a un pericolo".
Quando camminiamo su una cresta o comunque in un luogo esposto, alcuni cani si ritraggono perché hanno paura. In quel caso, se li traiamo, esercitiamo una sorta di violenza psicologica sul cane. Ma non è sempre questo il caso. "Ci sono però determinati tipi di cani che questa paura non ce l'hanno e che apparentemente ci seguono dovunque senza grossi problemi. Il cane ha una fortissima funzione sociale: è talmente affezionato a noi che, se non ha particolari paure o fobie del vuoto, ci segue dappertutto".
La domanda da porsi a questo punto è: se il cane non ci chiede di fare questa attività, perché portarlo in contesti così proibitivi se non per vezzo personale?
L'alpinismo è un'attività in cui il rischio non può essere escluso. Nessuna guida ci accompagnerebbe sul Monte Bianco dicendoci che di certo non succederà niente: ci sono rischi oggettivi e soggettivi, sta a noi tentare di prevenirli. Come esseri umani dotati di libero arbitrio, decidiamo se accettarli o meno e ci assumiamo la responsabilità delle nostre scelte. Il cane questo libero arbitrio non ce l'ha.
"Perché dunque portare il cane in un ambiente alpinistico? Perché portarlo su una ferrata?", si chiedono gli esperti alimentando i nostri dubbi. "Soprassedendo sul fatto che non esistono prodotti specificamente testati e omologati per tutte queste situazioni, come ad esempio la caduta in un crepaccio, la domanda rimane: perché ostinarsi a cercare l'attrezzatura specifica per rincorrere a tutti i costi una vetta che al cane non sappiamo nemmeno se interessa?"
Il sospetto degli esperti - a nostro avviso legittimo - è che la ragione di fondo sia dettata dalla ricerca di un riconoscimento personale. Se domani scalassimo il Monte Bianco o una qualsiasi cima di 4mila metri, fondamentalmente, come alpinisti, non saremmo nessuno. Ormai l'alpinismo ha raggiunto un livello talmente alto che, per acquisire una rilevanza mediatica (anche minima), non è più sufficiente scalare qualche montagna alta 4mila metri.
Al contrario, se sul Monte Bianco (o su un'altra vetta che supera i 4000 metri di quota) ci portassimo un cane, la nostra esperienza acquisterebbe una maggiore carica attrattiva. Perché è questo che i social (e, spesso, anche alcuni giornali) premiano: le singolarità, le bizzarrie, le stranezze. Salvo poi criticarle duramente quando si trasformano in tragedia.
"Il problema, a questo punto - aggiungono esperti con oltre trent'anni di esperienza nel soccorso - non sono tanto due o tre soggetti che lo fanno a livello quasi professionale, con tutte le precauzioni e le competenze necessarie, per cui il rischio può essere relativamente basso. Il problema è lo spirito emulativo che queste persone generano. Ci sono persone che stanno prendendo cani apposta per fare questo tipo di attività. Stanno nascendo corsi che spiegano come portare il cane a fare alpinismo. Secondo noi questa è una deriva molto pericolosa per il cane".
Ad oggi, però, nessuna legge impedisce questo genere di attività. A livello morale però, suggeriscono i tecnici Opes, forse sarebbe opportuno intervenire per evitare questa deriva.
"Quando vedremo un cane sugli 8.000 metri? Quando vedremo un cane sull'Aconcagua?", si chiede l'esperto. "Se voglio continuare ad avere visibilità sui social, devo alzare sempre di più l'asticella. Ma se alzo l'asticella facendo arrampicata da solo, mi assumo tutti i miei rischi. Qui invece facciamo assumere dei rischi a un animale che non ha la possibilità di scegliere".
Molto spesso, quando si rivolgono queste questioni ai diretti interessati, l'argomento principale è uno: "Il cane sta meglio su un ghiacciaio in quota, con temperature più basse, piuttosto che in città a 40 gradi". Con uno sforzo di generalizzazione, diamolo per vero. Ma esiste una via di mezzo: posso portarlo in montagna, in un ambiente più adatto e meno impegnativo, senza doverlo necessariamente portare su una cima difficile da raggiungere o su un ghiacciaio, e l'animale sarà altrettanto appagato.
C'è davvero bisogno di portare il nostro cane su quelle cime? Esporlo a contesti così impervi e potenzialmente pericolosi? Senza condannare nessuno, di fronte a una pratica attualmente consentita dalla legge, noi ci poniamo questi interrogativi e li estendiamo ai nostri lettori, nella speranza di indurre un dibattito sano e costruttivo.












