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Attualità | 24 agosto 2026 | 12:00

A 10 anni dal terremoto, la ricostruzione pubblica arranca. "Anche nei territori più colpiti dal sisma, circa due interventi su tre non hanno ancora aperto un cantiere"

Il 24 agosto 2016 le scosse rasero al suolo Accumoli, Amatrice e Arquata del Tronto, lasciando quasi 300 morti. Nel decennale, un rapporto di ActionAid Italia fa luce sui ritardi nei cantieri per restituire condizioni di vera abitabilità ai territori colpiti anche dalle successive scosse dell'ottobre 2016 e del gennaio 2017. Un disastro nel periodo post-emergenza acuito dalla mancanza di trasparenza, diventata "un percorso a ostacoli" per chi attraverso l'accesso ai dati cerca di promuovere la fiducia di comunità per le quali è sempre "più difficile rivendicare il diritto di tornare, di restare e di vivere la propria vita in sicurezza"

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.

A dieci anni dal terremoto, una cosa che colpisce l'occhio di chi attraversa il "cratere" del Centro Italia sono le macerie: in alcuni casi stanno lì dal 24 agosto 2026 e sono diventate parte del paesaggio e del quotidiano di chi si ostina a vivere nel territorio dei comuni più colpiti, che sono in tutto 44, ben 29 dei quali si trovano nel territorio della Regione Marche, oltre a 3 aree multicomune.

 

Tra gli immobili ancora chiusi con il nastro rosso, molti ospitavano funzioni pubbliche e garantivano l'accesso a servizi di cittadinanza, ambiti in cui - come evidenzia il rapporto Dieci anni dopo: i dati raccontano, diffuso da ActionAid Italia - la ricostruzione pubblica è "ancora lontana dal potersi dire conclusa". Eppure, riguarda opere che hanno un impatto diretto sulla vita collettiva: scuole, municipi, strutture sanitarie e sociosanitarie, edifici pubblici e infrastrutture. 

 

ActionAid ha scelto di analizzare questo ambito perché "lo stato della ricostruzione pubblica rappresenta, infatti, una misura della loro [dei Comuni, ndr] capacità di tornare ad essere pienamente abitabili". I numeri, però, sono impietosi, considerando che sono passati ben dieci anni dalle prime scosse, quelle che colpirono in particolare la valle del fiume Tronto, annichilendo Arquata e Pescara del Tronto, nel piceno, e distruggendo Accumoli e radendo al suolo Amatrice, nel reatino.

Al 30 aprile 2026 la programmazione pubblica comprende 3.667 interventi, per un valore complessivo di oltre 4,85 miliardi di euro (4.859.514.008,39 euro). Rispetto al 2025, quando gli interventi erano 3.542 per 4,6 miliardi, l'aumento è di 125 interventi e circa 252 milioni di euro. Gli interventi in fase 0 sono 93, pari al 2,5% del totale, per 108.992.157,81 euro. Altri 2.339 interventi, cioè il 63,8%, si trovano tra la fase 1 e la fase 6, per un valore complessivo di circa 3,5 miliardi di euro (3.501.971.159,85 euro). Questi interventi, quelli che sono tra la fase 0 e le fase 6, non sono cantieri, non sono gru, non sono nemmeno interventi di abbattimento di edifici pericolanti: sono opera in corso sulla carta.

 

In Abruzzo, 446 interventi, pari al 61,5%, sono ancora tra F0 e F6; nel Lazio sono 365, pari al 69,7%; nelle Marche 1.243, pari al 66,4%; in Umbria 378, pari al 69,2%. In termini economici, le fasi precedenti il cantiere assorbono infatti il 78,4% delle risorse in Abruzzo, il 70,9% nel Lazio, il 73,9% nelle Marche e il 74,3% in Umbria. In tutte le Regioni, insomma, "la quota prevalente delle risorse resta ancora concentrata prima dell'avvio materiale dei lavori".

 

Le fasi esecutive o conclusive (dalla 7 alla 9) raccolgono solamente 1.232 interventi, pari al 33,6% del totale, per 1.243.711.702,73 euro, cioè appena il 25,6% del valore programmato in termini di stanziamenti.
 

 

Al centro del "cratere" le cose non vanno meglio

Se si va a restringere l'analisi ai 44 Comuni maggiormente colpiti, il quadro che emerge dai dati resta fortemente problematico.

 

In questi territori, infatti, risultano programmati 1.544 interventi di ricostruzione pubblica, per un valore complessivo pari a circa 2,1 miliardi di euro (2.113.106.222,54 euro). Al netto di 3 interventi che hanno visto rinunce o revoche, il perimetro operativo degli interventi è pari a 1.541 opere, per 2.108.267.234,54 euro. Anche in questo caso, "1.031 interventi su 1.541, pari al 66,9%, si trovano ancora nelle fasi che precedono l'inizio dei lavori". Sono opere che assorbono quasi 1,5 miliardi, oltre i due terzi delle risorse programmate nei 44 Comuni. "In altre parole - conclude ActionAid - anche nei territori più colpiti dal sisma, circa due interventi su tre non hanno ancora aperto un cantiere e più di due terzi delle risorse restano collocate prima della fase materiale della ricostruzione".

I 44 Comuni più colpiti

 

Anche ad Accumoli, Amatrice, Arquata del Tronto la ricostruzione è ferma alla lettera A

Le scosse della notte del 24 agosto, prima dell'alba, fecero quasi 300 morti, in particolare nei territori di Accumoli, Amatrice e Arquata del Tronto. Ad Amatrice, ben 136 interventi di ricostruzione pubblica, pari al 79,5%, sono ancora nelle fasi precedenti l'avvio dei lavori (per 144.101.423,15 euro). Gli interventi con lavori iniziati sono 13, pari al 7,6% (per 73.495.750,84 euro), mentre quelli conclusi o collaudati sono 22, pari al 12,9% (per 32.890.109,11 euro). Ad Arquata del Tronto, invece, ancora prima dell'avvio dei lavori troviamo 29 interventi, pari al 59,2% (55.422.408 euro). Quelli in fase 7 sono 12, pari al 24,5%, ma assorbono 90.035.045,85 euro, cioè quasi il 60% del valore programmato nel Comune. Gli interventi conclusi o collaudati sono 8, pari al 16,3% (per 6.094.660 euro). Ad Accumoli, invece, gli interventi nelle fasi precedenti l'avvio dei lavori restano infatti 64, pari al 74,4% (per 74.828.227,21 euro): in questo caso, il dato è immutati rispetto al 2025.
 

La trasparenza è un fattore abilitante

"La trasparenza, in un contesto post-disastro, non può essere un percorso a ostacoli; al contrario, dovrebbe essere una condizione minima dell'azione pubblica" scrive ActionAid nelle conclusioni del rapporto. Quella riscontrata dall'associazione è "una regressione netta nella qualità della trasparenza", anche se "l'effetto che tutto questo produce sulle comunità è profondo: erode la fiducia, limita le possibilità di scelta per il proprio futuro, allontana dalla partecipazione pubblica e rende più difficile esercitare un controllo diffuso sull'utilizzo delle risorse pubbliche. Soprattutto, rende più difficile rivendicare il diritto di tornare, di restare e di vivere la propria vita in sicurezza".

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