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Attualità | 19 agosto 2026 | 19:00

Il devastante incendio del Monte Morrone (FOTO e VIDEO). Un episodio simile si verificò 9 anni fa

Sono soprattutto le immagini realizzate dai tecnici del Parco Nazionale della Maiella, attraverso droni e termodroni, a mostrare ciò che da terra è difficile comprendere: una superficie vastissima attraversata dal fuoco, focolai nascosti nel sottobosco e punti caldi capaci di continuare a bruciare anche quando le fiamme visibili sembrano essersi momentaneamente indebolite

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.

Di notte le fiamme disegnano una lunga linea arancione sul profilo del Monte Morrone, in Abruzzo. Di giorno resta una colonna di fumo che si alza sopra i boschi e rende visibile, anche da molto lontano, la dimensione dell’incendio.

 

Ma sono soprattutto le immagini realizzate dai tecnici del Parco Nazionale della Maiella, attraverso droni e termodroni, a mostrare ciò che da terra è difficile comprendere: una superficie vastissima attraversata dal fuoco, focolai nascosti nel sottobosco e punti caldi capaci di continuare a bruciare anche quando le fiamme visibili sembrano essersi momentaneamente indebolite.

Il Morrone brucia nuovamente, nove anni dopo il devastante incendio del 2017. Una montagna preziosa e complessa, sulla quale il Parco della Maiella sta intervenendo con un’attività costante di monitoraggio, offrendo un contributo tecnico fondamentale alle operazioni di spegnimento e alla conoscenza dell’evoluzione dell’incendio.

 

L’incendio è divampato il 9 agosto - come riportavamo in questo articoloe ha assunto dimensioni sempre più preoccupanti nei giorni intorno a Ferragosto. Il fronte si è progressivamente esteso tra i territori di Roccacasale, Corfinio e Popoli Terme, interessando boschi e vegetazione all’interno di un’area di enorme valore ambientale.

 

Le prime stime parlano di oltre 300 ettari percorsi dal fuoco, ma soltanto una ricognizione completa permetterà di definire con precisione il perimetro e la gravità dei danni. Sono numeri che non riescono, da soli, a raccontare ciò che è stato colpito. Dietro ogni ettaro ci sono alberi, sottobosco, suolo, habitat e spazi utilizzati dalla fauna. Ci sono equilibri naturali costruiti nel corso del tempo e ora messi duramente alla prova dalle fiamme.

Il fuoco ha interessato anche grandi accumuli di tronchi e rami trasportati e ammassati dalle valanghe provocate dal ciclone Erminio (QUI IL REPORTAGE realizzato da L'Altramontagna la scorsa primavera). Una notevole quantità di materiale vegetale che può conservare al proprio interno braci e punti caldi. Proprio per questo il controllo dall’alto e la successiva fase di bonifica assumono un’importanza decisiva. Spegnere le fiamme visibili non significa necessariamente aver concluso l’emergenza.

 

Sul Morrone operano da giorni Vigili del Fuoco, Protezione Civile, tecnici del Parco Nazionale della Maiella, Carabinieri, militari dell’Esercito, volontari ed equipaggi dei mezzi aerei. Un lavoro estremamente complesso, condotto su una montagna impervia, attraversata da forti correnti d’aria e caratterizzata da numerose aree difficilmente raggiungibili dalle squadre a terra.

 

Anche nella giornata di mercoledì 19 agosto sono proseguite le operazioni di spegnimento. Le immagini di Marco Galletta mostrano un Canadair mentre preleva acqua dal Lago di Bomba, prima di tornare verso il fronte dell’incendio. Nei giorni più difficili sono stati impiegati contemporaneamente elicotteri regionali e velivoli della flotta nazionale.

L’Esercito è stato coinvolto nella realizzazione di percorsi e linee tagliafuoco, necessari per permettere l’avvicinamento dei mezzi e agevolare le operazioni sul territorio.

 

Il 17 agosto, durante la riunione operativa nel Centro comunale di Popoli Terme, è stato fatto il punto su una situazione resa particolarmente complessa dalle temperature elevate, dalla siccità, dal vento e dalla conformazione della Gola di Tremonti. Alla riunione hanno partecipato anche il presidente del Parco Nazionale della Maiella, Lucio Zazzara, e il direttore Luciano Di Martino, insieme ai rappresentanti della Regione Abruzzo, dell’Agenzia regionale di Protezione Civile, dei Vigili del Fuoco, dei Carabinieri e dell’Esercito. Una presenza che conferma il coinvolgimento diretto del Parco sia nella gestione dell’emergenza sia nella valutazione dei danni arrecati a un territorio di straordinario valore naturalistico.

 

Una parte essenziale del monitoraggio viene svolta dai tecnici del Parco Nazionale della Maiella attraverso droni dotati di telecamere e termocamere. Quest'ultima non si limita a riprendere ciò che è visibile all’occhio umano, ma rileva le differenze di temperatura presenti sulla superficie. In questo modo permette di individuare punti caldi, braci e focolai nascosti sotto la vegetazione o all’interno degli accumuli di legname.

 

Sono informazioni fondamentali per seguire l’evoluzione dell’incendio, indirizzare gli interventi e verificare l’efficacia delle operazioni di spegnimento. Consentono inoltre di controllare aree troppo ripide, impervie o pericolose per essere raggiunte direttamente dagli operatori.

 

I video diffusi dal Parco restituiscono la reale vastità della superficie interessata: distese di vegetazione annerita, fumo che continua a uscire dal terreno e focolai attivi in zone difficilmente osservabili da valle.

Il monitoraggio non rappresenta soltanto un supporto durante l'emergenza. Le immagini e i dati raccolti saranno determinanti anche successivamente, quando sarà necessario ricostruire il perimetro dell'incendio, valutarne la severità e programmare gli interventi per accompagnare la ripresa degli ecosistemi.

 

Le immagini di questi giorni riportano inevitabilmente alla memoria l’estate del 2017, quando un altro incendio di enormi proporzioni colpì il versante occidentale del Morrone.

 

Quel rogo interessò pinete, faggete e formazioni arbustive. Negli anni successivi il Parco Nazionale della Maiella ha promosso e realizzato importanti progetti di ricostituzione forestale e protezione dei boschi danneggiati, con interventi su una superficie complessiva superiore a 215 ettari e risorse per circa 750 mila euro. L’obiettivo degli interventi, oltre a favorire il ritorno della vegetazione, mirava anche a limitare l’erosione, proteggere i versanti e aumentare la resilienza degli habitat forestali agli incendi e agli effetti del cambiamento climatico.

 

Il lavoro sviluppato negli anni dal Parco rappresenta una base di conoscenze e competenze preziosa anche per affrontare le conseguenze del nuovo incendio. Per un bosco, infatti, nove anni costituiscono un periodo molto breve. La ricostituzione di un ecosistema forestale è un processo lungo e complesso, che deve essere seguito attraverso competenze scientifiche, monitoraggi continui e interventi adeguati alle caratteristiche dei singoli versanti.

 

È necessario essere precisi: le temperature elevate, da sole, non appiccano un incendio. Perché si sviluppino le fiamme serve un innesco, che può avere origine naturale, accidentale, colposa oppure dolosa.

Le cause di questo specifico incendio dovranno essere stabilite dagli organi competenti. Parlare oggi con certezza di un atto doloso significherebbe anticipare conclusioni che spettano alle indagini.

 

Ma sarebbe altrettanto sbagliato ignorare il ruolo delle condizioni meteorologiche e climatiche. Temperature molto elevate, precipitazioni scarse, bassa umidità e vento asciugano il terreno e la vegetazione. Il bosco diventa così un ambiente nel quale una scintilla, un comportamento negligente o un gesto criminale possono provocare conseguenze enormemente più gravi.

 

Il caldo non è necessariamente l’innesco, ma modifica il comportamento del fuoco: può aumentarne la velocità, l’intensità e la capacità di propagazione, rendendo più difficile e pericoloso il lavoro di chi deve fermarlo.

 

Il Joint Research Centre della Commissione europea evidenzia come le stagioni degli incendi stiano diventando più lunghe e come ondate di calore più frequenti e intense creino condizioni favorevoli allo sviluppo di roghi più vasti e difficili da controllare.

 

Questo non significa sostenere che il cambiamento climatico “accenda i boschi” (come ha spiegato chiaramente la climatologa Serena Giacomin in questa intervista rilasciata a L'Altramontagna). Significa riconoscere che sta aumentando il numero delle giornate durante le quali il territorio è particolarmente vulnerabile e un singolo innesco può trasformarsi rapidamente in un incendio di grandi dimensioni.

 

In questo momento, la priorità rimane spegnere definitivamente l’incendio, impedire nuove riaccensioni e garantire la sicurezza delle persone impegnate nelle operazioni.

Successivamente sarà necessario misurare l’estensione e la severità dei danni, comprendere quali habitat siano stati maggiormente colpiti e valutare la capacità naturale di ripresa delle diverse aree.

 

Anche in questa fase il ruolo del Parco Nazionale della Maiella sarà centrale. La conoscenza scientifica del territorio, l’esperienza maturata dopo l’incendio del 2017 e i dati raccolti in questi giorni attraverso droni e termodroni permetteranno di programmare gli interventi più adeguati.

 

Il Morrone è nuovamente ferito, ma non è una montagna lasciata sola. Intorno ai suoi boschi stanno lavorando uomini, donne, tecnici e operatori che da giorni seguono ogni focolaio, ogni variazione del vento e ogni punto caldo. Le immagini del Parco della Maiella non raccontano soltanto la vastità dell’incendio: mostrano anche l’attenzione continua con cui la montagna viene osservata, difesa e accompagnata verso il difficile percorso che inizierà quando l’ultima fiamma sarà finalmente spenta.

Immagine in apertura: fotografie gentilmente concesse dal Parco Nazionale della Maiella

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