"La gente saliva per incontrarsi, chiacchierare, giocare a carte. Poi una valanga portò via tutto. Quando aprii una raccolta fondi, arrivarono 130mila euro in un mese". La vita e le opinioni di Guido Trevisan, rifugista

È l'apertura della sua sesta stagione al Caldenave e Guido sta salendo con uno spillatore nuovo per il rifugio, dopo che l'altra l'ha abbandonato la sera prima dell'inizio. Poco più tardi, seduti nella veranda affacciata sulla magnifica Piana, ci racconta la sua storia: l'arrivo sulla Marmolada, i suoi vent'anni in alta quota, la valanga che ha spazzato via il Pian dei Fiacconi e il nuovo inizio in tutt'altre montagne

Questo nuovo articolo della rubrica "Storie dai rifugi" è stato l’occasione per re-incontrare un vecchio amico, nonché una colonna portante della montagna di nord-est. Parliamo di un uomo che ha vissuto metà della vita sopra i 2600 metri, accogliendo chi saliva in Marmolada e dedicando la sua giovinezza a difendere quei ghiacci così fragili.
Guido Trevisan, classe 1976, è nato in pianura, nell’entroterra veneziano. Laureato a Padova in Ingegneria per l’ambiente e il territorio, la montagna è stata per lui una madre adottiva: il primo gennaio 2001 è diventato gestore del rifugio Pian dei Fiacconi (2626 metri, sul versante nord della Marmolada), che ha gestito per ben vent’anni.
Fu lui a promuovere "Marmolada 2020: per uno sviluppo sostenibile": una serie di proposte di turismo dolce, di frequentazione alternativa e di riscoperta dei suoi aspetti storici, a seguito della dismissione della vicina seggiovia. Purtroppo, però, il programma non vide mai la luce: poco dopo, nel dicembre 2020, una valanga rase al suolo il suo rifugio, che da allora giace in pezzi sotto la neve.
In un post di quei giorni, Trevisan affidava ai social il suo sconforto: "Neve e macerie. Perché proprio a me, che ho sempre lottato per difendere questa montagna dallo sfruttamento? Non so ancora cosa farò ma so bene cosa non farò. Non rifarò un rifugio più grande e più forte, con più cemento per ripararlo da una valanga più grande. La natura è maestra e ci sta mandando segnali di allarme".
All’improvviso, tutto scompare attorno a te, e ti senti solo nell’abisso. Tutto ciò che avevi costruito fino ad allora cancellato da un soffio della montagna, proprio colei a cui avevi dedicato la vita. Eppure, bisogna rialzarsi: una famiglia conta su di te e una comunità di amici, costruita in vent’anni di attività, è lì, che ti tende la mano per rialzarti. Così Guido Trevisan riparte: un nuovo rifugio, del tutto diverso dal Pian dei Fiacconi, eppure - a modo suo – riesce alla fine a diventare casa.
Sono passati sei anni da allora. Il giorno dell’apertura della sua sesta stagione al Caldenave, uno dei luoghi più magici del Lagorai, siamo alle porte del suo rifugio.
Guido sta salendo per il sentiero sopra la piana, porta uno spillatore per la birra con l’aiuto di un carrello cingolato. "L’altra si era rotta - ci spiegano i suoi giovani collaboratori -, allora Guido è corso giù ieri sera per procurarne una nuova in tempo per l’apertura".
Qualche ora dopo, di fronte ad un paio di birre della spina appena inaugurata, ci ha raccontato la sua storia.
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"A Caldenave ci sono arrivato quasi per caso, ma non del tutto. Era un posto che conoscevo già da tempo e che guardavo con una certa golosità, perché è davvero un paradiso. Dopo vent'anni passati al Pian dei Fiacconi, dove sei circondato da rocce e ghiaccio, in un ambiente molto sterile, d'estate avevo iniziato - invece di salire verso Punta Penia o al Vernel, come al solito - a scendere verso i boschi e i corsi d'acqua per sentire l'odore dell'erba, della resina, della natura. In alta quota l'aria è purissima, ma spesso è priva di odori".
Da un lato, un luogo sublime, apparentemente inaccessibile, lontano e titanico; dall'altro, una valle verde, come incantata, dove si incontrano animali al pascolo e famiglie di escursionisti. "Dopo vent'anni - sospira il futuro gestore - quando ritrovi certi profumi ti riempi davvero i polmoni. Per questo Caldenave era un posto che già conoscevo e amavo".
Poi ci fu un'altra coincidenza. Una decina di anni fa, qualche anno prima di quella funesta valanga, Guido portò per la prima volta la moglie e i due figli a fare una gita a Caldenave. "Quando arrivammo nella piana, mia moglie guardò il rifugio e mi disse: "Un rifugio così dovresti prenderlo tu, adesso che hai una famiglia". Io risposi che magari, in futuro, si sarebbe potuto pensare a un cambiamento".
La sera di lunedì 14 dicembre 2020, un’enorme slavina con un fronte largo 600 metri travolge il Pian dei Fiacconi. La massa si stacca da Punta Rocca raggiungendo il rifugio, distruggendo la struttura e gli impianti ad essa collegati.

"Quel periodo ero giù a casa. C'erano stati diversi giorni di maltempo terribile, era ancora il periodo del Covid, le strade erano chiuse e il rifugio doveva ancora aprire per la stagione. Quando finalmente il tempo migliorò ricevetti una telefonata da Aurelio, del Rifugio Castiglioni. Mi disse che qualcosa non gli tornava guardando verso i Fiacconi e mi consigliò di salire a controllare. Il giorno dopo andai su, e trovai metà rifugio completamente distrutta dalla valanga e l'altra metà gravemente compromessa dal punto di vista strutturale. Fu uno shock enorme".
"Avevo acquistato quel rifugio, l'avevo ristrutturato, avevo investito anni per renderlo autonomo dal punto di vista energetico e idrico", continua Guido tradendo ancora oggi un profondo turbamento. "Dopo tante difficoltà iniziali, le cose andavano bene. Pensavo di avere costruito qualcosa di solido. E invece, da un giorno all'altro, mi ritrovai senza niente. Non era soltanto una questione economica. Era il crollo di un progetto di vita".
Del suo investimento di vent’anni, rimanevano solo le macerie. Eppure sapeva di dover ricominciare da capo, non c’erano alternative.
"Quando il rifugio crollò, dopo ventiquattr'ore passate a piangere, mi guardai intorno e mi dissi che avevo tre figli, una famiglia e la voglia di continuare a vivere in montagna. Quando ti si distruggono vent'anni di investimenti economici, professionali e affettivi, hai due possibilità: lasciarti andare oppure voltare pagina e andare avanti".
La soluzione più semplice, quella che tutti si aspettavano, sarebbe stata chiedere contributi pubblici per ricostruire il rifugio. Nel frattempo l'impianto era stato dismesso e la struttura era stata classificata come rifugio alpino di alta categoria, quindi avrebbe avuto la possibilità di accedere a contributi per la ricostruzione.

Quando però Trevisan inizia a confrontarsi con la Provincia per un eventuale ricostruzione, sorgono i primi dubbi. "Che senso aveva ricostruire un rifugio che era già stato distrutto da una valanga nel 1947? Che era stato danneggiato più volte negli anni e che nel 2020 era stato nuovamente spazzato via, proprio quando si pensava che il cambiamento della conformazione del ghiacciaio avesse ridotto il rischio?".
Così, durante un incontro con gli uffici provinciali, propose una soluzione alternativa: delocalizzare il rifugio ai Col del Bous, l'unico punto al di fuori della zona rossa delle valanghe. Era una proposta che offriva molti vantaggi: "Si abbassava la quota di antropizzazione della montagna, il luogo sarebbe stato più accessibile, sarebbe stato possibile installare una teleferica per i rifornimenti e, in prospettiva, persino un collegamento funiviario. Inoltre al Col del Bous esiste già il rudere di un vecchio rifugio del Cai di Canazei, abbandonato dagli anni Cinquanta dopo un incendio. Si sarebbe trattato quindi di recuperare un manufatto già esistente".
La proposta - ricorda Trevisan - fu accolta con entusiasmo da alcuni tecnici, in particolare dall'urbanistica provinciale. "Anch'io pensavo fosse una scelta di buon senso. Ricostruire nello stesso punto un edificio già colpito più volte da valanghe mi sembrava un gesto di arroganza nei confronti della montagna. Possiamo costruire muri e paravalanghe sempre più grandi, ma esisterà sempre una valanga più grande. Bisogna anche avere l'umiltà di ascoltare i segnali che la montagna ci manda".
Mentre ascoltiamo il suo racconto, in testa ci balenano le immagini del rifugio: le travi spezzate, il tetto sfondato, i materassi che si intravedono uscire dalle macerie ancora coperte dalla neve. Proviamo ad immaginarcelo diverso, ma non ci riusciamo. Guido, forse intuendolo, fa un passo indietro nella storia.
"Al Pian dei Fiacconi ci ero arrivato un po’ per caso. Lavoravo al Rifugio Carè Alto, in Adamello, come dipendente di Sergio Rosi. Un giorno mi propose di prendere insieme la gestione dei Fiacconi. "Mi stai prendendo in giro" gli dissi. All'epoca stavo studiando Ingegneria per l'ambiente e il territorio e mi mancavano ancora alcuni esami. Eppure lui era serio, ed io accettai subito. Successivamente Rosi si spostò altrove, e io rimasi da solo ai Fiacconi".
All'epoca il rifugio era una struttura decadente, quasi dimenticata. Negli anni precedenti era stato sfruttato ampiamente, senza gli adeguati investimenti e aveva perso importanza, racconta Guido. "Piano piano iniziai a investirci lavoro, energie e risorse. Lo rinnovai materialmente e costruii un ambiente accogliente. Dopo qualche anno decisi anche di acquistarlo".
"Con il tempo il rifugio divenne molto più di un semplice punto di ristoro. Soprattutto d'inverno era diventato un luogo di ritrovo, di scambio e compagnia. La gente saliva per fare freeride o escursioni, ma anche semplicemente per incontrarsi, chiacchierare, giocare a carte e bere una birra insieme. Era tornato a essere un rifugio nel senso più autentico del termine: un luogo di incontro in montagna".

Tutto questo svanì in pochi minuti, una sera di dicembre. Anzi, quasi tutto.
"Quando venne distrutto avevo ancora circa 130mila euro di debiti da pagare. Avevo sempre scherzato dicendo che sarei andato in pensione a cinquant'anni, perché a quell'età avrei finito di pagare il mutuo, così avrei potuto godermi davvero il rifugio. Invece mi ritrovai senza niente".
Dopo il crollo, Guido Trevisan aprì una raccolta fondi, nella speranza di tamponare le perdite, e qui avvenne il miracolo. "In un solo mese arrivarono quei 130mila euro necessari per estinguere il debito. Erano donazioni di ogni tipo: cinque euro, dieci euro, ad un certo punto leggo: ‘euro 1136,50’. Era la tredicesima di qualcuno. Fu una dimostrazione di affetto incredibile".
Qualcuno suggerì di continuare la raccolta fondi per ricostruire il rifugio, ma decise di fermarsi. Quei soldi non erano suoi, erano stati donati per aiutarlo a chiudere i debiti. Inoltre non sapeva nemmeno se avrebbe avuto la possibilità di ricostruire. "Anche aziende e amici si offrirono di aiutarmi, ma senza autorizzazioni e senza una prospettiva concreta non me la sentii di andare oltre".
E qui arriva il capitolo più amaro. La Provincia di Trento, nonostante i primi entusiasmi, non ha mai sostenuto il progetto di delocalizzazione che Guido aveva proposto. "Non ho mai ricevuto una risposta definitiva e, a distanza di anni, il rifugio distrutto è ancora lì. Mi era stato detto che almeno si sarebbero occupati della demolizione e della rimozione dei detriti. Invece le uniche operazioni effettuate le ho pagate personalmente, organizzando giornate di lavoro con amici e noleggiando un elicottero per portare via parte del materiale".
Negli anni ha continuato a chiedere risposte. Dicevano che il suo era un caso straordinario e che sarebbe servita una decisione politica specifica, ma questa non è mai arrivata. Milioni di euro, nel frattempo, venivano stanziati per altri interventi ed emergenze simili alla sua, mentre ai Pian dei Fiacconi non è stato riconosciuto nemmeno lo stato di calamità naturale.

"La sensazione che ho avuto è quella di essere stato lasciato solo. Oggi penso che la vicenda verrà semplicemente lasciata spegnersi nel tempo".
Nel frattempo, però, i segnali che anni prima avevano insinuato nella mente di Guido il pensiero della Val Campelle avevano continuato a germogliare. Anni prima, ricorda, lo storico gestore Elio Gonzo gli aveva confidato di voler andare in pensione. Poi, all’improvviso, un altro segno del destino.
"Nei giorni appena prima che i Fiacconi furono distrutti, quasi per ironia della sorte, uscì il bando per la gestione di Caldenave. Il rifugio era crollato a metà dicembre e il bando scadeva pochi giorni dopo".
Non ci fu tempo di esitare. "Dopo esserci asciugati le lacrime, io e mia moglie ci guardammo e decidemmo di provarci. Partecipammo al bando e lo vincemmo".

"Da allora – racconta - sono stati anni bellissimi". I due neo-gestori, laggiù tra quelle torbiere di media montagna, si sentirono immediatamente a casa, subito accolti dalla comunità della valle. "Noi siamo ospiti della montagna e siamo ospiti anche della comunità che ci accoglie. Sentire l'affetto e la fiducia della popolazione locale ci ha dato molta forza".
"Caldenave è un posto speciale", dice Guido con la voce che vibra di gioia. "Ci sono l'acqua, il bosco, gli animali. Ma soprattutto c'è una sensazione di pace straordinaria. Quando arrivi nella piana hai quasi l'impressione di poter abbassare le difese, respirare e sentirti finalmente a casa. Non esiste il posto più bello del mondo. Esistono molti posti bellissimi. La Piana di Fedaia e i Pian dei Fiacconi erano uno di questi. Caldenave è un altro. Sono luoghi diversi, ma accomunati dalla capacità di farti stare bene".
Il Caldenave ora è il suo posto, e da buon padrone di casa accoglie e sistema i suoi ospiti; ogni tanto si concede una piccola pausa dal lavoro e fa quattro chiacchiere con loro. Ma ora la nostra birra è finita, e con essa il nostro tempo: arrivano gli ospiti che si fermeranno la notte e bisogna sistemare le camere.
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Ci saluta con qualche battuta che ora non ricordo: forse non si è accorto che i nostri cuori ancora corrono da lì al versante nord della Marmolada. Davanti a quella piana imbevuta di sole, tagliata dalle curve luccicanti del torrente, Guido promette che ci si rivedrà: "L'idea è di restare qui a lungo. Magari altri vent'anni".
"Alla fine, tutto dipende da quel che vuoi chiamare fortuna. Ciò che a un certo punto sembrava una tragedia assoluta, con il tempo si è trasformato nell'inizio di una storia diversa. E, in fondo, per me è andata bene".

Una storia alla settimana per raccontare le vite di chi gestisce i rifugi: ognuna diversa, ognuna capace di evidenziare le diverse sfumature custodite da questo particolare mestiere














