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Cultura | 14 agosto 2026 | 06:00

"In che cosa consiste questa sensazione del cacciatore e la gioia che essa provoca?" Proviamo a capirlo mettendo in dialogo Tolstoj e Turgenev

"Contro la caccia" e "Memorie di un cacciatore" mettono a confronto due idee opposte della pratica venatoria, ma convergono su una stessa domanda: come possiamo abitare un territorio senza ridurlo a semplice oggetto del nostro desiderio? Due sguardi dalla letteratura russa dell'Ottocento

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.

La montagna, il bosco, la campagna non sono mai soltanto uno sfondo, la quinta di un teatro. Sono luoghi che mettono alla prova il nostro modo di stare al mondo. Camminare, raccogliere, cacciare, osservare: ogni gesto racconta un'idea del rapporto tra l'essere umano e la natura. Non sorprende allora che due tra i più grandi scrittori russi dell'Ottocento abbiano riflettuto sulla caccia arrivando a conclusioni profondamente diverse. Da una parte Ivan Turgenev, con Memorie di un cacciatore; dall'altra Lev Tolstoj, che negli scritti della maturità, e in particolare nel breve Contro la caccia, trasforma il rifiuto dell'attività venatoria in una questione etica.

 

Eppure, più che opporli, vale la pena metterli in dialogo.

 

Memorie di un cacciatore, pubblicate nel 1852, è uno dei libri che meglio ha raccontato la campagna russa. Il protagonista attraversa boschi e paludi con il fucile in spalla, ma ben presto il lettore comprende che il centro del racconto non è la preda. Il vero movimento è quello dello sguardo. La caccia diventa un lasciapassare per entrare nelle case dei contadini, ascoltare storie, osservare il lavoro nei campi, cogliere le sfumature di un paesaggio che cambia insieme alle stagioni. Il fucile resta quasi sullo sfondo, mentre prende forma una geografia umana fatta di incontri e di attenzione.

 

Per Turgenev il cacciatore è prima di tutto un uomo che sa leggere il territorio. Conosce il vento, le tracce lasciate dagli animali, il silenzio delle foreste. È una conoscenza costruita attraverso il tempo trascorso all'aperto, una familiarità che nasce dalla frequentazione e non dal dominio. Anche quando l'animale viene abbattuto, il gesto non assume mai il carattere della conquista. Al contrario, è spesso accompagnato da una sottile malinconia, dalla consapevolezza che ogni vita appartiene a un equilibrio più grande.

 

Tolstoj parte da un'esperienza non troppo diversa. Da giovane fu un appassionato cacciatore e conosceva bene l'ebbrezza dell'inseguimento. Ma la lunga riflessione etica che caratterizza gli ultimi decenni della sua vita lo conduce a una conclusione radicale. In Contro la caccia il problema non riguarda l'utilità o la tradizione della pratica venatoria, bensì il piacere ricavato dall'uccisione. Per Tolstoj quel gesto interrompe il percorso di affinamento morale dell'essere umano, perché abitua a considerare accettabile una violenza che potrebbe invece essere evitata.

 

La distanza tra i due autori nasce qui. Turgenev continua a vedere nella caccia una forma di immersione nel paesaggio; Tolstoj ritiene che la vera immersione cominci quando il desiderio di uccidere viene meno. Ma ridurre tutto a un semplice contrasto significherebbe perdere il punto più interessante: entrambi chiedono infatti al lettore di rallentare, entrambi invitano a osservare la natura con attenzione, riconoscendole un valore che va oltre la mera disponibilità di risorse per l'uomo.

 

La letteratura offre uno spazio diverso, non dove polarizzarsi, ma piuttosto uno nel quale le convinzioni possono essere interrogate anziché semplicemente ribadite. Turgenev mostra come la conoscenza del territorio nasca dalla sua frequentazione; Tolstoj ricorda che nessuna conoscenza è completa se non comprende una riflessione sulle conseguenze delle nostre azioni.

 

Entrambi, in fondo, parlano di responsabilità. La natura non è un palcoscenico sul quale l'uomo esercita la propria volontà, ma una trama di relazioni di cui fa parte. Che si condivida lo sguardo del cacciatore di Turgenev o quello del pacifista Tolstoj, resta una domanda comune: quale atteggiamento ci permette davvero di abitare un territorio senza impoverirlo?

 

Forse è proprio questa la ragione per cui leggere oggi questi due autori continua a essere utile. Non tanto per trovare un argomento a favore o contro la caccia, quanto per riscoprire il valore di uno sguardo capace di interrogarsi prima di agire.

 

Contro la caccia (Tolstoj)

 

In che cosa consiste dunque questa sensazione del cacciatore e la gioia che essa provoca?

Checché se ne dica, il piacere dominante della caccia è nel perseguitare ed uccidere gli animali. Questo è il fine e questa la sua principale attrattiva.

Si dice altresì che questa attrattiva deriva dal fatto che il cacciatore subisce la legge propria a tutti gli esseri viventi, la lotta per l'esistenza, e s'identifica con la natura. Questa spiegazione potrebbe esser giusta, se l'uomo cacciasse per soddisfare un bisogno. Ma questo non è, né per il cacciatore ricco, né per quello di condizione modesta; inoltre, la lotta per l'esistenza ha per l'uomo un senso particolare che non può confondersi con quello della caccia. […]

Per l'uomo, la forma principale della lotta per l'esistenza è la costruzione delle case, la fattura dei vestiti e soprattutto la preoccupazione per il cibo. A misura che ci allontaniamo dallo stato primitivo, le forme della lotta per l'esistenza si modificano progressivamente. La prima fase di questa lotta, la caccia, somiglia, nella forma, alla lotta per l'esistenza propria degli animali. Ma con lo sviluppo delle condizioni della vita, questa lotta grossolana contro le bestie diventa inutile. Oggi uccidere gli animali, anche per l'alimentazione dell'uomo, è divenuto assolutamente superfluo, come è provato dal numero sempre crescente delle persone che si nutrono di proposito con alimenti vegetali o latticini.

La caccia non è una forma naturale della lotta per l'esistenza, ma un ritorno volontario allo stato selvaggio, con questa differenza: che la caccia era una occupazione naturale per l'uomo primitivo, mentre questa occupazione nell'uomo moderno civilizzato non fa che esercitare e sviluppare in lui istinti bestiali, che la coscienza riprova, e che teoricamente la nostra civiltà vorrebbe aboliti.

Basta immaginare la condotta dell'uomo durante la caccia per convincersi che, lasciando libero il passo ai suoi peggiori istinti, egli compie atti che al solo pensarvi lo farebbero arrossire, in altre condizioni. Vi è una serie di atti riconosciuti indegni di un uomo onesto. La sopraffazione, la perfidia, le trappole, l'imboscata, l'assalto di molti ad un solo, del forte contro il debole, il ratto dei piccini ai genitori e viceversa, sono altrettanti atti vili per se stessi, indipendentemente dalla qualità delle vittime. Eppure, per una inconcepibile contraddizione, tutti questi atti vili e criminali sono compiuti senza scrupolo, apertamente, durante la caccia, dagli stessi uomini, che rifiuterebbero di stringere la mano a colui il quale li compisse verso l'uomo. […]

 

Memorie di un cacciatore (Turgenev)

 

Una sera io e il cacciatore Ermolaj ci recammo "all'aspetto"... Ma forse non tutti i miei lettori sanno cosa sia "la caccia all'aspetto". Allora ascoltate, signori.

Un quarto d'ora prima del tramonto, in primavera, entrate in un boschetto con il fucile, senza cane. Vi cercate un posticino sul limitare della boscaglia, vi guardate intorno, controllate la capsula della cartuccia, scambiate strizzatine d'occhio con il compagno. È passato un quarto d'ora. Il sole è tramontato, ma nel bosco c'è ancora luce; l'aria è limpida e trasparente; gli uccelli cinguettano ciarlieri; l'erba tenera brilla del vivido splendore dello smeraldo... Aspettate.

L'interno del bosco si oscura piano piano; il color porpora del crepuscolo serale scivola lentamente sulle radici e sui tronchi degli alberi, sale sempre più su, passa dai rametti bassi, ancora spogli, alle immobili cime sonnacchiose... Ecco che anche le cime sono offuscate; il cielo rossastro si incupisce. L'odore del bosco diventa più penetrante, soffia appena appena una tiepida umidità; il vento, penetrato nel bosco, si acquieta intorno a voi. Gli uccelli si addormentano, non tutti all'improvviso, ma secondo le varie specie: ecco che tacciono i fringuelli, dopo qualche istante i capirossi, poi i verdoni. Il bosco si rabbuia sempre più. Gli alberi si confondono in compatte masse nereggianti; sul cielo azzurro spuntano timidamente le prime stelline. Dormono tutti gli uccelli. Fischiettano sonnacchiosi solo i codirossi e i giovani picchi... Ma ecco che anche loro zittiscono.

Ancora una volta ha risuonato sopra di voi il trillo sonoro del becco fino; da qualche parte s'è udito l'urlo mesto del rigogolo e il primo gorgheggio dell'usignolo. Il vostro cuore langue nell'attesa, quando all'improvviso - ma solo i cacciatori mi potranno capire - all'improvviso nella quiete assoluta si levano un fischio e un gracchiare del tutto particolare, si ode il battito cadenzato di agili ali e una beccaccia, inclinando leggiadramente il lungo becco, abbandona dolcemente in volo la scura betulla per venire incontro al vostro sparo.

Ecco che significa "caccia all'aspetto".

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