"Non oso definire rifugio o bivacco quel moncone di aeroplano schiantatosi sulle rocce". Se il nuovo Gervasutti ha attirato critiche, è anche diventato una meta (a volte di alpinisti improvvisati)

Un bivacco di moderna e avveniristica concezione, che unisce una dimensione aereospaziale alle tecnologie della nautica da competizione. "Per molti si tratta di un vero e proprio shock, un fulmine a ciel sereno. Sebbene sia raro scorgere ancora montanari che si aggirano con scarponi chiodati, pantaloni alla zuava e alpenstock, fioccano le critiche circa l'inserimento paesaggistico e l'azzardo tecnologico". Eppure, per diversi aspetti, il "Gerva" aiuta a leggere il presente e il futuro dei ricoveri d'alta quota

Oggi, 16 settembre 2026, ricorre l'ottantesimo anniversario dalla morte del "fortissimo" alpinista Giusto Gervasutti (ne ha scritto Marco Albino Ferrari in questo articolo per L'Altramontagna). Nel 2011 il bivacco al lui dedicato è stato sostituito con un nuovo bivacco di avveniristica concezione che ha mantenuto il suo nome.
La moderna struttura, capsula cilindrica in parte affacciata sul vuoto del pendio, nel corso degli anni ha dato vita a discussioni anche molto vivaci. Per questo motivo risulta particolarmente interessante ripercorrere le sue caratteristiche, che si vanno a inquadrare nell'esigenza di sostituire vecchi ricoveri d'alta quota (consumati dal tempo e dagli elementi, ma anche potenzialmente nocivi poiché rivestiti e isolati con fibre di amianto) con bivacchi più moderni, caratterizzati da una maggiore attenzione per l'ambiente. Scrive Luca Gibello, direttore de Il Giornale dell'Architettura e membro del comitato scientifico de L'Altramontagna, nel libro I bivacchi delle Alpi (Cai edizioni):
"In ossequio alle parole d'ordine – e, spesso, alle retoriche – del costruire green, si punta a materiali ecologici, possibilmente d'origine naturale certificata, riciclati e riciclabili, in modo da limitare le manutenzioni e favorire gli smaltimenti".
Ma soprattutto, per limitare l'impatto ambientale di queste opere, "i progetti si orientano alla riduzione degli impatti dei processi di produzione, installazione ed eventuale smaltimento, considerati gli esorbitanti costi e le emissioni delle rotazioni in elicottero".
È questo il contesto socio-culturale in cui si è inserito il nuovo Gervasutti. Qui di seguito la sua storia e le sue peculiarità (che l'hanno in ogni caso reso in parte un bivacco pionieristico), raccontate da Luca Gibello sempre in I bivacchi delle Alpi.
Il nuovo Gervasutti - Luca Gibello
A fine estate del 2011, nel selvaggio Vallone del Fréboudze, circa 300 metri più in alto del sito che accolse il secondo bivacco fisso del CAAI nel 1925, viene installato il Bivacco Giusto Gervasutti alle Grandes Jorasses (2835 m). Dell'opera è persino superfluo riportare descrizioni dettagliate, tanto è nota e tanto è semplice reperire informazioni dalle fonti più disparate. Vale invece la pena comprendere quanto l'intervento di sostituzione del bivacco, risalente al 1961 (che aveva a sua volta rimpiazzato quello del 1949), a cura della Sottosezione universitaria del CAI Torino (SUCAI), rappresenti un caso emblematico che rivela come cambino i paradigmi e le narrazioni.
In primis, la concezione. La fusoliera, composta da quattro moduli anulari (più la "visiera" vetrata) a sezione ellittica (3,5 m di asse maggiore), presuppone una prefabbricazione spinta. Ciò che s'intuisce nel nuovo Mischabeljochbiwak del 1995 diviene qui metodologia radicale. I moduli prendono forma a valle, già allestiti di tutto punto, interni compresi. Incastrati su una trave scatolare che funge da basamento sopraelevato, in quota ci si limita ad assemblarli, attraverso semplici serraggi di bulloni e inne-sti plug-and-play per gli impianti. In copertura, 24 moduli fotovoltaici con celle cristalline ad alta efficienza alimentano l'impianto d'illuminazione, le prese elettriche, la piastra da cucina e un computer connesso al web: dotazioni decisamente inusuali per un bivacco. Il tutto, rigorosamente secco, senza segare, martellare, saldare. Letteralmente, un oggetto fatto "a fette", ricomposto in quota in cinque rotazioni di elicottero e una giornata di lavoro. Una logica che ispirerà, tra gli altri, oltre al citato Skuta, i bivacchi Comotti, Pasqualetti, Zappelli, Camardella, Bossi-Filippi Fiamme Gialle. Logica conseguenza di ciò: la completa reversibilità. Così come si è montato, si smonta altrettanto rapidamente, senza quasi lasciare traccia. La trave scatolare, infatti, poggia su sei puntoni metallici, ancorati nella roccia e facilmente removibili.
Altrettanto esplicito è il concetto di trasferimento, d'immagini come di tecnologie. Se le prime attingono dal noto ambito aerospaziale, le seconde attingono dalla nautica da competizione: la scocca in composito di vetroresina infusa, con isolamento termoriflettente e rivestimento interno in sandwich di semilavorati di legno, è parente stretta dei gusci, leggeri e ultraresistenti, delle imbarcazioni dell'America's Cup. Inedita la tipologia edilizia, che d'ora in poi vedrà numerose riprese (Annibale, Fanton, Corradini, Brédy, Piano della Parete, bivacchi per l'Ossola e per le Fiamme Gialle). Un marcato sviluppo longitudinale, nella direzione della profondità, che organizza in linea gli ambiti interni (zona giorno a vista e zona notte, per 12 cuccette, illuminata dagli oblò, per una superficie totale di 30 m²), aprendo completamente un fronte con una vetrata panoramica a tutta sezione, secondo il principio del cannocchiale. Si tratta di un passaggio epocale: per la prima volta si squarcia l'introspettiva scatola del bivacco, connettendola al mondo esterno. Nella fattispecie, disponendo la struttura a sbalzo in direzione della valle (per la metà della lunghezza di 9 m), se ne riduce l'impatto visivo e, nella condizione invernale, se ne oppone la miglior sezione resistente alle valanghe, garantendone la parziale emersione dal pendio innevato.
Se il costo dell'operazione è circa quadruplo rispetto a casi standard (200.000 euro), l'obiettivo è quello di di-sporre di un prototipo replicabile, anche in virtù della sua astrazione formale, che rifugge qualsiasi mimesi. Tuttavia, nonostante le numerosissime manifestazioni d'interesse, vi sarà una sola replica, lontano dalle Alpi: nel 2013, in triplice copia, a circa 4000 m, in sostituzione del rifugio lungo la via normale al Monte Elbrus, in Caucaso.
Infine, una considerazione sugli artefici. Proprio alla luce di questa esperienza, gli architetti Luca Gentilcore e Stefano Testa trasformano la ragione sociale del loro studio Leap Factory in azienda produttrice di componenti da assemblare a secco come un Meccano per strutture dalle molteplici destinazioni d'uso, ma sempre con particolare vocazione verso i contesti estremi e la riduzione degli impatti ambientali.
Fin da quando circolano le prime immagini, la comunità degli appassionati di montagna si divide ferocemente tra entusiasti e detrattori, tradizionalisti e innovatori. Per molti si tratta di un vero e proprio shock, un fulmine a ciel sereno. Sebbene sia raro scorgere ancora montanari che si aggirano con scarponi chiodati, pantaloni alla zuava e alpenstock, fioccano le critiche circa l'inserimento paesaggistico e l'azzardo tecnologico. Per tutte, valga il seguente sarcasmo sul "Tubo Gervasutti (non oso definire rifugio o bivacco quel moncone di aeroplano schiantatosi sulle rocce)" [Vittorio Bigio, lettera alla redazione, in Montagne 360, gennaio 2012]. Eppure, crediamo che questo racconto abbia dimostrato come fin dal "tipo Ravelli" si sia trattato di oggetti alieni calati dall'alto, per i quali non ha senso applicare il giudizio di valore del famoso "pugno nell'occhio".
Nei circuiti dell'architettura, la blasonata rivista internazionale Domus dedica al Gervasutti addirittura la copertina (numero 952, novembre 2011). Grazie all'interesse dei media più disparati, la notorietà del bivacco diventa davvero planetaria, anche presso il pubblico generalista; almeno analogamente a quanto avvenne, per quanto concerne i rifugi qualche anno prima, con la nuova Monte Rosa Hütte. Così, il "Gerva" diventa anche meta d'improvvisati alpinisti che, nel tentativo di raggiungerlo, mettono talvolta a repentaglio la sicurezza propria e altrui.


Nella convinzione che l'esperienza di un territorio possa acquisire una misura consapevole non solo attraverso la frequentazione, ma anche grazie alla lettura, con la nuova rubrica, La montagna nei libri, ogni settimana pubblicheremo (a volte commentandoli) passaggi, citazioni, riflessioni custodite in libri capaci offrire uno sguardo più attento sui rilievi. D'altronde, per dirla con Johann Wolfgang Goethe, "L'occhio vede ciò che la mente conosce".














