"Possibile che, a centinaia di chilometri di distanza, qualcuno abbia costruito i pilastri 'a fungo' caratteristici degli edifici Walser, nelle Alpi?"

"Certi hórreos spagnoli sembrano quasi parenti lontani degli stadel e dei rascard delle vallate alpine Walser"Dai semplici interrogativi di un viaggiatore, scaviamo all'origine di certe tecniche costruttive. Perché si usa un sistema piuttosto che un altro? Com'è possibile che luoghi lontanissimi tra loro presentino soluzioni edilizie pressoché identiche? Esistono due teorie: ce ne parla l'esperto di architettura alpina Antonio De Rossi, professore ordinario al Politecnico di Torino e membro del comitato scientifico de L'Altramontagna

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Qualche settimana fa, il post di un utente del gruppo Facebook "Ossola e dintorni" ha destato la nostra curiosità. Forse di ritorno da un viaggio nelle Asturie, una regione della Spagna nord-occidentale, l'utente pubblicava alcune foto che ritraevano antiche architetture asturiane dai tratti sorprendentemente simili alle nostrane architetture Walser. In didascalia, una domanda: "Walser di Spagna? Possibile che, a centinaia di chilometri di distanza, qualcuno abbia avuto la stessa idea?"
L'hórreo - l'architettura in foto - è il tipico granaio del nord-ovest della Penisola Iberica, diffuso in Galizia, Asturia e nel nord del Portogallo. È una struttura in pietra o in legno, poggiata su dei pilastri di legno e pietra ("pegollos" in asturiano) per evitare l'umidità e l'ingresso di topi o altri roditori. Le pareti - generalmente fatte di travi impilate come vuole la tradizione del "blockbau" - sono caratterizzate da fessure per facilitare la ventilazione dell'ambiente.
Non a torto, l'utente segnalava come "certi hórreos asturiani sembrano quasi parenti lontani degli stadel e dei rascard delle vallate alpine Walser": legno, costruzione sollevata dal terreno, aerazione e soprattutto quei caratteristici pilastri sormontati da grandi lastre di pietra, che assumono la caratteristica forma "a fungo".

"Una coincidenza? Una lontana parentela culturale? O semplicemente l'intelligenza pratica della montagna?" si chiedeva l'utente Facebook. Facendo nostri questi interrogativi, li abbiamo rivolti ad uno dei massimi esperti di architettura alpina, Antonio De Rossi. Professore ordinario di progettazione architettonica al Politecnico di Torino nonché membro del comitato scientifico L'Altramontagna, De Rossi è anche direttore dell'Istituto di Architettura Montana e della rivista internazionale "ArchAlp", e ha all'attivo diversi progetti di rigenerazione architettonica sulle Alpi.
La domanda sull'origine di certe tecniche costruttive e sul perché le si trovi uguali in diverse parti del mondo richiede una risposta piuttosto articolata, che peraltro esula in parte dalle competenze strettamente architettoniche. "Tra la fine dell'Ottocento e l'inizio del Novecento hanno preso piede due teorie principali", esordisce De Rossi. "Entrambe sviluppate non tanto da architetti, ma da geografi, etnografi, antropologi".
La prima è la cosiddetta teoria etnica, secondo la quale le tecnologie costruttive sono essenzialmente un tema di natura culturale, legato alle tradizioni di un popolo e non necessariamente alla geografia o ai materiali disponibili.
"Un esempio è rappresentato dalle popolazioni che, spostandosi in altri territori, tendono a riprodurre le forme costruttive proprie del loro gruppo etnico anche quando non hanno più a disposizione gli stessi materiali".
Dall'altra parte c'è invece la teoria funzionalista, secondo la quale le soluzioni costruttive sono il risultato dell'interazione dell'uomo con i luoghi. La scelta dei materiali e di determinate soluzioni costruttive dipenderebbe quindi dal rapporto con l'ambiente. "È il caso, per esempio, del blockbau o della soluzione costituita da una pietra appoggiata sul legno, che si ritrova in tantissime parti del mondo: la pietra serve a impedire ai roditori di risalire e, allo stesso tempo, a ridurre il rapporto diretto della costruzione con l'umidità del terreno".
La teoria funzionalista ha certamente una sua forza, ma anche la teoria etnica, in alcuni casi specifici, presenta elementi di verità. La realtà, infatti, è più complessa e le due interpretazioni possono entrambe trovare conferma in determinati casi.
"Quando non si ha la pietra a disposizione - spiega il professore a proposito del blockbau - una soluzione che viene naturale è quella di impilare i tronchi di legno, come in una catasta, realizzando degli incastri agli angoli in modo che i tronchi si inseriscano l'uno nell'altro e permettano di costruire la struttura".
Si sente spesso dire che, a nord delle Alpi, prevalga la costruzione in legno, mentre a sud quella in pietra. Guardando la realtà, esistono invece numerosi casi ibridi, oppure di penetrazioni che ci sono state per ragioni storiche e politiche all'interno dei territori.
L'esempio che ci porta Antonio De Rossi è quello dell'antico territorio degli Escartons, un'antica configurazione politica di tipo autonomistico nata tra i territori oggi al confine tra Italia e Austria, allora parte del Delfinato francese. Tra il 1300 e l'inizio del Settecento, con la pace di Utrecht, questo comprendeva cinque Escartons, cioè cinque porzioni di territorio: l'Alta Valle di Susa, l'Alta Val Chisone, l'Alta Val Varaita, il territorio di Briançon e la regione montana immediatamente a sud di Briançon, Colchera e altri territori.
"Questa configurazione politica ha lasciato una traccia profonda nelle costruzioni dell'Alta Valle di Susa, dell'Alta Val Chisone e dell'Alta Val Varaita, dove si trova un forte uso del legno e anche il blockbau, sebbene non in maniera estesissima. La presenza di queste soluzioni è legata al fatto che, per tutto il Medioevo e l'inizio dell'età moderna, ha prevalso il contesto politico-culturale di quel raggruppamento territoriale. Si sono quindi verificate penetrazioni dell'architettura più transalpina, proveniente dal lato francese delle Alpi, verso il territorio italiano".
Un altro esempio molto noto è quello dei Walser. Queste popolazioni emigrarono per ragioni di sovrappopolazione dal territorio del Vallese verso diverse parti delle Alpi e portano con sé la propria tecnologia costruttiva, basata anche sul blockbau.

"Se si va nel Vallese, nell'Alto Vallese e lungo il Rodano, si trovano costruzioni analoghe a quelle presenti in Valsesia e in altri territori interessati dalla presenza walser. Questo rappresenta, in qualche modo, un elemento a favore della teoria etnica: quando si attraversa il confine tra una zona walser e una zona più tradizionalmente italiana, nel giro di poche centinaia di metri può cambiare radicalmente il modello costruttivo, che torna a essere prevalentemente in muratura".
Diverso il caso degli hórreos. Nel 1918 l'antropologo polacco Eugeniusz Frankowsky registrava l'uso di questi granai non solo nella Penisola Iberica e nelle Alpi, ma anche nella Penisola scandinava, nei Balcani, nel territorio dell'Africa Subsahariana, in Persia, nel sud-est asiatico, in Giappone, nella Penisola di Kamchatka e nell'area dello Stretto di Bering. Sempre per la conservazione dei cereali.
"Non è possibile dire con precisione in quali parti del mondo questa soluzione sia diffusa, ma si trova sicuramente in numerosi contesti molto diversi tra loro. Si tratta quindi di una soluzione che può nascere spontaneamente in molti luoghi e che non costituisce un elemento assoluto dell'architettura walser o dell'architettura asturiana".

Che la costruzione sia una casa, come quelle walser, o un edificio legato all'utilizzo agricolo, come i rascard, destinati a contenere sementi e altri materiali: questi edifici dovevano essere protetti sia dall'attacco dei topi sia dall'umidità. In questo caso, dunque, la teoria funzionalista sembra essere quella più appropriata per spiegare le origini di architetture così simili in luoghi così lontani tra loro: problemi simili, talvolta, possono presentare soluzioni simili, a determinate condizioni.
Ciò non toglie che entrambe teorie nate all'alba del secolo scorso abbiano fortemente influenzato il modo di guardare all'architettura come manifestazione di uno "spirito del tempo" piuttosto che come elemento identitario e assoluto.
Ogni teoria, una volta adottata, diventa una sorta di lente attraverso cui osservare la realtà. Se si aderisce alla teoria etnica, si tenderà a cercare le situazioni che confermano questa interpretazione; analogamente, chi sostiene la teoria funzionalista tenderà a individuare gli elementi che confermano il rapporto tra tecniche costruttive e ambiente. La realtà, tuttavia, rifiuta abilmente di lasciarsi incasellare in simili astrazioni: così non ci resta altra soluzione che continuare ad interrogarci caso per caso.












