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Cultura | 16 settembre 2026 | 19:00

Storie di donne e di montagne: un mondo di voci e di immagini, depositate nei cassetti della memoria familiare, ritorna alla luce per raccontare vicende spesso al limite

Nelle valli della montagna veneta riemergono storie rimaste nell'ombra: dalla mamma di papa Giovanni Paolo I alla contrabbandiera, dall'artista alla balia di Luchino Visconti, fino alla camminatrice con la gerla e alla ribelle con il coltello, si compone un mosaico inatteso, fatto di forza, ingegno e quotidiano coraggio. Attraverso queste vite, il libro di Raffaella Calgaro, docente di storia e scrittrice, ci guida dentro un'altra storia della montagna, intima e potente, capace ancora oggi di stupire e di illuminare ciò che la memoria ha lasciato ai margini

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.

Nelle valli della montagna veneta riemergono voci femminili dimenticate, storie rimaste nell'ombra che restituiscono un mondo resistente e profondo. Donne diverse e straordinarie – dalla mamma di papa Giovanni Paolo I alla contrabbandiera, dall'artista alla balia di Luchino Visconti, fino alla camminatrice con la gerla e alla ribelle con il coltello – compongono un mosaico inatteso, fatto di forza, ingegno e quotidiano coraggio. Attraverso queste vite, il libro di Raffaella Calgaro Non abbiamo più paura. Storie di donne e di montagna (Marcianum, 2026) ci guida dentro un'altra storia della montagna, intima e potente, capace ancora oggi di stupire e di illuminare ciò che la memoria ha lasciato ai margini.

 

Ho incontrato Raffaella - docente di storia e scrittrice con all'attivo diverse pubblicazioni sul mondo femminile e sul mondo di montagna - alcuni giorni fa, tra una presentazione e l'altra di questo libro fortunato, e con l'occasione abbiamo scambiato alcune riflessioni in merito al  mondo di montagna letto da una prospettiva femminile e alle figure che sono le protagoniste del suo racconto.


Raffaella Calgaro

Quella di cui parli è una storia che si ripete, non è vero?

La storia dell'umanità ci parla da sempre di flussi e mescolanze. Nomadi sono le donne e gli uomini primitivi, nomadi i popoli del Mediterraneo e delle civiltà successive. L'essenza profonda dell'umanità è infatti quella di essere viandante. Per fame, per guerra, per instabilità climatica, l'essere umano si sposta alla ricerca di nuove opportunità; migrare significa possibilità di scelta, volontà di riscatto, ma anche avvenire incerto. Il migrante è lo straniero che giunge nel nuovo, portando con sé il ricordo di mondi perduti; è presenza necessaria e tuttavia fastidiosa, forza-lavoro cercata, degrado non voluto. I suoi spostamenti fratturano certezze, generano scardinamenti. È una mobilità umana che attraversa ogni luogo in ogni tempo. Anche il Veneto vive il fenomeno, soprattutto dalla seconda metà dell'Ottocento, quando ampi strati di popolazione scendono sotto il livello di sussistenza e sono costretti a partire. Il plebiscito del 1866, fatto per l'annessione al Regno d'Italia, è motivo di gioia tuttavia, quando gli entusiasmi si placano e i festeggiamenti terminano, la regione deve fare i conti con la nuova situazione. Che è diversa da come se l'era immaginata e che si presenta quanto mai inaspettata. Ora le vecchie frontiere sono frantumate, nuovi spazi commerciali si sono aperti, ma l'arretratezza tecnologica e l'immobilismo sociale impediscono di concorrere con i manufatti e i prodotti agricoli delle altre regioni. 

 

La montagna: in che modo la montagna veneta rientra perfettamente in questo tuo ragionamento?

La montagna veneta si presenta in una duplice veste: da un lato è luogo ameno, meta ambita per gli scalatori europei che raggiungono le sue vette, costruiscono rifugi e scrivono resoconti sulla sua bellezza; dall'altro continua a narrare la miseria della sua gente. E l'esodo, massiccio e costante, svuota le case, silenzia le contrade. Dai sentieri e dalle strade, attraversando boschi e prati, scendono muratori, contadini, manovali, stagnini, falegnami e seggiolai. È un formicolio incessante, a cui si uniscono anche loro, le donne. Sono tante; sono mamme, mogli, giovani e bambine che escono di casa alla ricerca di mestieri modesti, preferibilmente stagionali. Spostarsi per dei periodi limitati le porta a mantenere salde le radici nel microcosmo a cui appartengono, il loro luogo-mondo, dove i ruoli sono già da tempo definiti e l'identità non ha bisogno di ulteriori prove o conferme. Hanno riposto in soffitta l'arcolaio e sono pronte ad affrontare un'esistenza diversa, anche se piena di sacrifici e rinunce. 

 

Le donne di montagna, dunque, sono le protagoniste del tuo libro... 

Le donne di montagna, attraversate da un'afonia collettiva, sono state marginalizzate anche dalla storiografia, che di loro ha lasciato frammentazioni esistenziali. Ma il silenzio, in cui sono state avvolte per oltre un secolo, qui si fa da parte per dare spazio alle storie. Un mondo di voci e di immagini, depositate nei cassetti della memoria familiare, ritorna alla luce per raccontare vicende spesso al limite. Riacciuffare tali figure, spesso sfumate anche nei ricordi, e riportarle alla luce, ci consente di venire a contatto con un "altrove" diverso, a volte caratterizzato da un realismo crudo e duro. Sono donne che non indossano trine e merletti; hanno sgàlmare o scarpèt ai piedi per muoversi. Per inventarsi nuove esistenze; per sopravvivere. Sono donne che hanno fatto i mestieri più disparati, dalla balia alla domestica, dalla boscaiola alla portatrice di carbone. Ma protagoniste sono anche le contrabbandiere, che hanno varcato il confine della legalità pur di sfamare la famiglia; le paesane, che con le armi hanno occupato il municipio e le contadine che sono andate al mercato per vendere la loro forza al migliore offerente. Diventa qui narrazione anche la vicenda di una giovane, uccisa per avere rifiutato le attenzioni del suo datore di lavoro, e quella di due sorelle imprenditrici, vissute in città ma con lo sguardo rivolto sempre ai monti. I loro monti. Sì, perché il filo, che lega queste e altre presenze alla montagna, rimane saldo e non si sfilaccia nel tempo. Anche se la montagna è avara e aspra, rimane sempre la Mater a cui ricongiungersi. Ricostruire il loro protagonismo, per sottrarlo alla dissoluzione del tempo e tentare di cogliere, con la coda dell'occhio, lo sfondo entro cui si è mosso, apre nuovi varchi da cui fluisce ogni storia. La storia di chi non ha avuto paura.


Fine Ottocento, donne al lavoro

Ci racconti una dei queste storie?

La foresta offre una discreta varietà di prodotti e per le comunità montane da sempre rappresenta uno spazio praticato quotidianamente. Attorno ad essa si organizzano le attività principali di un'intera comunità, dalla raccolta dei funghi, bacche e frutti al taglio delle piante. In montagna, con l'arrivo della primavera è un'usanza secolare andare a fare legna. Donne, uomini, anziani e bambini con corde e attrezzi si recano nei boschi, il loro luogo-famiglia, frequentato per tutta la stagione estiva. Qui si srama con la roncola, si scorteccia, si portano i tronchi preparati a fondovalle o nella piana più vicina: un febbrile viavai popola i boschi veneti, tessendo una continua connessione tra uomo e natura. Si recupera legna da ardere e pezzi di tronchi per realizzare mestoli, zoccoli, rastrelli da vendere in pianura con la buona stagione.

 

Accanto ai boscaioli ci sono le mogli, le figlie e le sorelle, che escono dall'ombra domestica per fare la legna. Tra loro non c'è differenza. Molte donne utilizzano lunghe seghe per tagliare a pezzi i tronchi, altre scortecciano, sramano, preparano cataste. Il bosco porta a una sostanziale uguaglianza nei ruoli, perché richiede un lavoro collaborativo, poco gerarchico. 

 

Fuori da ogni cliché, la figura della boscaiola diventa quindi emblema di forza...

La boscaiola rappresenta un modello femminile con un'identità piuttosto singolare: alla fragilità e alla scarsa autonomia che le hanno cucito addosso, risponde dimostrando forza, abilità manuale e temerarietà. Ultime tra le ultime, solo la memoria familiare conserva il loro vissuto attraverso racconti o vecchie foto, ma a questo punto intervengono le opere d'arte, che diventano per noi testimonianza di un fenomeno altrimenti invisibile.

 

Nella seconda metà dell'Ottocento numerosi pittori si concentrano nella rappresentazione figurativa della boscaiola. Dai dipinti emergono in tutta la loro drammaticità giovani e anziane con cataste di legna sulle spalle o sui fianchi. Sono donne segnate dalla fatica e qualcuna viene dipinta distesa a terra, scalza. Stremata. Il dipinto si fa denuncia sociale laddove la rappresentazione della commedia umana sfocia in un dolore silenzioso. Teofilo Patini in Bestie da soma (1886, L'Aquila, Palazzo del Governo) raffigura tre donne, prostrate dalla fatica, che stanno scendendo dalla montagna; una chiude gli occhi mentre un'altra, appoggiata alla pietra, è in avanzato stato di gravidanza. 


Teofilo Patini, Bestie da soma, 1886, olio su tela, L'Aquila, Palazzo del Governo (diritti di pubblico dominio).

La figura di Maria Gheller, la taglialegna di Foza, piccolo paese dell'Altopiano dei Sette Comuni, fa eco a queste boscaiole abruzzesi. Cambiano le regioni, ma medesima è la rappresentazione delle "bestie da soma", come appunto le definisce il pittore.

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